Aborym – Orizzonti ostili

Gli Aborym continuano il loro percorso verso una metà che probabilmente non conoscono neanche loro. “Hostile” (Dead Seed Productions) è l’ennesima tappa spiazzante ed alienata, un crudo manifesto di ostilità. Ne abbiamo discusso con Fabban e Kata.

Ciao ragazzi, benvenuti su Il Raglio del Mulo. Fabban, direi di iniziare dall’involucro, la copertina su cui campeggia lo scheletro di un pesce. L’immagine mi ha suggerito due idee. Parto con la prima: il pesce è uno dei simboli della cristianità, rappresenta lo stesso Gesù, il fatto che appaia scarnificato nella vostra cover è un caso? La seconda considerazione è di stampo geografico, come te sono pugliese. Il pesce spolpato potrebbe anche farmi pensare al mare di Taranto e all’Ilva. Quanto l’essere cresciuto sotto l’ombra nefasta del mostro siderurgico ha influenzato il sound passato e presente degli Aborym?
Fab: Molto interessanti le tue visioni ma la scelta di questa copertina ha un altro tipo di approccio. Si tratta dello scheletro di un pesce, qualcosa che normalmente la gente non associa ad concetto di “ostilità”. In questo caso si tratta dello scheletro di uno di quei pesci tropicali come i Monocirrhus o i Piranha, creature che si nutrono di pesci preferibilmente vivi, ma in alcuni casi anche di pesci morti. Mi piaceva la metafora così ho proposto questa idea… Il mondo è pieno di gente psicolabile pronta a “divorare” qualcuno e non parlo solo di nemici. In questo preciso momento storico mi viene in mente quella gran testa di cazzo di Donald Trump. Riguardo Taranto e l’Ilva.. Ho vissuto lì fino al 1996, prima dell’avvento di internet e dei cellulari, e in quegli anni l’Ilva dava da mangiare a me, a mio fratello e alla mia famiglia. Mio padre ha lavorato lì dentro per 30 anni e all’epoca per me rappresentava stabilità, mi permetteva di crescere e di ambientarmi in quella che era la mia vita di tutti i giorni. La mia è stata una famiglia normale, niente lussi ma si andava avanti attraverso il lavoro e l’Ilva dava da vivere non solo a noi, ma a gran parte della città. Quella fabbrica era il bene e il male al tempo stesso e negli anni 70 sfornava il 41% della produzione totale di Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 79% del totale e, se da un lato rappresentava la vita per la città di Taranto, negli anni a seguire si trasformò in una delle più letali macchine inquinanti e mortali. La gente iniziò ad ammalarsi, molti bambini nascevano con tumori, molti altri di tumori ci morivano e tutto questo perché il denaro e la corruzione hanno preso il sopravvento in un ambiente, quello di Taranto, di per sé fisiologicamente devastato da povertà e criminalità. Il resto è storia recente. Ho perso diversi amici e conoscenti a causa della merda che fuoriesce da quella fabbrica e di fatto ha influenzato la musica di Aborym. Innegabile.

Voglio soffermarmi un attimo sulla vostra evoluzione: se una persona che non conosce il vostro percorso artistico prendesse il vostro esordio ed “Hostile” e li ascoltasse di seguito, probabilmente avrebbe difficoltà a riconoscere in quei lavori la stessa band. Ma secondo voi qual è il filo conduttore, l’elemento sempre presente nei vostri dischi al di là delle sonorità contenute?
Fab: Il cambiamento, la mutazione, la trasformazione, soprattutto in campo musicale è sempre stato qualcosa che di solito mi permette di affezionarmi ad una band, potrei citarne decine. Sono irrimediabilmente affascinato da musicisti che nel corso della loro carriera cambiano pelle e maturano. Anche quando Aborym era una band extreme metal, disco dopo disco ha sempre compiuto una muta, come i serpenti. Questa attitudine è sempre stata una sorta di marchio di fabbrica e tutti i musicisti con cui ho lavorato in passato e quelli che ora fanno parte di questa band sono perfettamente allineati e hanno assorbito questo DNA. Suonare e fare musica per me non è mai stato e non è un lavoro. Non ho mai ricevuto diktat dai discografici, non sono mai sceso a compromessi con nessuno e non ho mai assecondato ciò che i fan chiedono… Non ho mai suonato musica per far contenti gli altri. Suono perché mi fa bene. Come fosse un medicinale o un antibiotico. Nel caso di Aborym poi la cosa è particolarmente divertente perché quando si suonava extreme metal alcuni ci accusavano di essere troppo sperimentali e poco “true” come spesso dicono questi intellettuali da sabato pomeriggio; nel momento in cui la mutazione si è calcificata hanno iniziato a blaterare accusandoci di non essere più una band extreme metal… E la cosa ancora più divertente per me è che attribuisco a tutto questo un valore zero assoluto perché faccio esattamente quello che mi va di fare, faccio esattamente quello che mi fa bene fare, con chi decido di farlo. La gente può adeguarsi o ascoltare altro, per me non cambia nulla. E i nostri fans sono abituati a tutto questo. Quando poi trovi una stabilità e un equilibrio con gli altri della band questo non fa che rendere tutto questo ancora più granitico. Per rispondere alla tua domanda… credo che la risposta più logica che possa darti sia DNA. Negli anni è l’unica cosa che non è mai cambiata in questa band. E il DNA di Aborym è mutazione, è trasformazione. Sempre. Da sempre.
Kata: Sicuramente la ricerca e la contaminazione. Facendo come hai detto tu l’ascolto in sequenza noterai che in entrambi i casi non c’è nulla di troppo “classico” nel nostro sound, dopo qualche minuto succede sempre qualcosa che non ti aspetteresti mai, che sia un suono, un arrangiamento o un’idea bizzarra. Non ci piace ragionare a cliché ne componiamo pensando di dover compiacere qualcuno. Ci interessa fare musica per raccontare qualcosa di vero che duri nel tempo e che se anche lo riascolterai tra 20 anni lo troverai sempre fresco ed attuale… ecco questo penso sia il reale filo conduttore.

Oggi vi sentite più liberi di esprimervi rispetto al passato? Con libertà mi riferisco più che altro a una maggiore padronanza dei vostri mezzi, un più semplice passaggio da idea ad azione: maggiore facilità di tradurre in note le idee.
Kata: Con l’età e l’esperienza si matura per forza di cose. Ne passi di cotte e di crude e hai a che fare con tanta gente diversa che, nel bene e nel male, ti lascerà sempre qualcosa. La libertà credo sia stata una caratteristica costante in Aborym sia a livello espressivo che come capacità e padronanza dei propri mezzi. A noi tutti piace non stare mai con le mani in mano, componiamo in continuazione, collaboriamo con amici e colleghi e studiamo sempre nuove soluzioni. Impariamo ad utilizzare nuove macchine, studiamo i nostri strumenti a fondo e cerchiamo di tenere sempre alta l’asticella.
Fab: Con il passare del tempo e maturando come uomo prima che come musicista, ho accumulato know-how, ho in qualche modo preso coscienza su ciò che realmente mi interessa fare con e attraverso gli strumenti musicali, ho accumulato tempo dedicato alla conoscenza degli stessi strumenti attraverso studio, applicazione, esercizio, ricerca… Conoscere al meglio il proprio strumento è fondamentale se vuoi fare musica a certi livelli. E da quello che sento in giro musicisti bravi sono sempre meno, tendono a scomparire. Oggi basta conciarsi da pagliaccio per ottenere consens e alla fine tutta questa merda finirà dimenticata. Negli ultimi anni ho investito molti soldi in strumentazione e di riflesso ho dedicato molto tempo a tutti questi strumenti, funzionali a ciò che voglio fare in musica. Parlo di sintetizzatori, moduli, plug-in, software… Quando iniziai ad avvicinarmi alla musica sperimentale avevo un vecchio Mac, un Pc, un FT2 (fast tracker), un piccolo Tascam multitraccia su tape con 4 canali e un JV30 della Roland disastrato e nonostante tutto sono riuscito a tirare fuori musica. Oggi ho il mio studio/rehearsal room di Aborym, ho una strumentazione che può permettermi soluzioni infinite e di conseguenza riesco ad ottimizzare i tempi e ad avere maggiore libertà. Gli altri della band sono come me in questo. Siamo quattro nerd del cazzo da questo punto di vista.

A livello ideologico è cambiato qualcosa? A cosa siete ostili e come si dimostra la propria ostilità nel 2021?
Kata: Non credo sia cambiato qualcosa, semplicemente a 40 anni non ti esprimi più a livello “ormonale” come quando ne avevi 20. Hai più consapevolezza e affronti le cose con una maturità maggiore. Di fondo però rimaniamo ostili a tutto ciò che è prevaricazione, violazione dei propri diritti, ignoranza e chi più ne ha più ne metta. Per quanto riguarda il dimostrarlo credo semplicemente avere il coraggio di sputare un severo “NO” all’omologazione dei contenuti, essere se stessi e fottersene del compiacimento altrui a tutti i costi.
Fab: Non voglio dimostrarmi ostile nei confronti di qualcuno o di qualcosa a tutti i costi. Rispetto a quando avevo 20 anni ovviamente ho imparato a capire cosa per me è giusto e cosa è sbagliato, ho imparato a dare importanza a persone (poche) che la meritano e a toglierla a persone ingombranti, a selezionare le mie amicizie e le persone con cui lavorare. Sopra ogni cosa ho imparato a non aver paura di cambiare, perché di cazzate in passato ne ho fatte molte e di cazzate ne ho dette tantissime, l’importante è prendere coscienza e rendersi malleabili. Ho la mia famiglia e i ragazzi della band, cerco di non creare problemi a nessuno e faccio in modo che gli altri non ne creino a me, non giudico ed esigo di non essere giudicato e sono distante anni luce da tutto ciò che gravita all’esterno. Non sono un misantropo del cazzo, piuttosto mi faccio gli affari miei e non ho bisogno di essere ostile a tutti i costi. L’ostilità spesso risiede nel mondo li fuori e nella gente.

Fabban, parlando del nuovo singolo, “Horizon Ignited” hai detto: “La memoria di Dio rende possibile una riconsiderazione di Dio che evita l’alternativa diffusa, ma fuorviante, tra la ‘morte di Dio’ da un lato e il suo presunto ‘ritorno’ dall’altro”. Tu a che riconsiderazione alternativa di Dio sei arrivato?
Fab: Dio semplicemente non esiste e qualora esistesse mi piacerebbe conoscerlo e scambiarci due chiacchiere. Detto ciò non ho nulla nei confronti di chi crede in qualcosa, semplicemente credo esistano religioni che fondano la propria essenza e i propri criteri sulla paura dell’ignoto e della morte. E per quanto la morte sia qualcosa che mi terrorizza, e non tanto la mia ma quella che riguarda le persone a cui voglio bene, non riesco a trovare nessun beneficio nel sedare tutto questo attraverso un credo. Se poi la religione diventa una sorta di partito politico la cosa non solo mi turba ma mi fa profondamente schifo.

Fabban, hai anche detto che dopo otto album per voi era importante ritrovare il divertimento: vorrei sapere se ci siete riusciti a ritrovarlo e più o meno a che punto della vostra carriera lo avete perso, se lo avete mai perso…
Kata: Il divertimento è sempre alla base di tutto, altrimenti non faremmo più musica, non lo abbiamo mai veramente perso. Semplicemente ci sono alti e bassi, come è normale che sia… per “Hostile” però è stato tutto nuovo e diverso. Finalmente una line up stabile, una vera band che lavorava in sinergia tutta insieme e non un solo uomo al comando. Il risultato credo parli da solo.

Ai vostri esordi qual era il sentimento dominante? Da ascoltare direi la rabbia, se non l’odio…
Fab: Tutte cazzate. All’inizio sentivo il bisogno di far parte di qualcosa e questo senso di appartenenza, vista anche l’età, spesso proiettava a fare cazzate, ti spingeva a voler diventare una sorta di personaggio, a creare un tuo seguìto e a commettere tanti errori di valutazione. Sentivo di essere malato e mi piaceva essere malato e tutto ciò che mi gravitava intorno non aiutava, anzi, amplificava tutta questa merda. Ma poi si cresce, si cambia, ci si migliora.

Quale è stata la vostra reazione quando hai sentito per la prima volta la versione definitiva di “Hostile”?
Kata: Un grosso, enorme sorriso stampato sulla faccia.
Fab: Ogni volta che ascolto il master finale di un nuovo disco seguo una sorta di rituale: apro una bottiglia di un rosso, di solito un Barolo o un primitivo, mando in play e accendo la tv iniziando a fare zapping sui canali. Ascolto il disco e associo la musica a ciò che vedo in tv, e fumo erba.

Deadform – Un incubo industrial blues

I Deadform sono un duo Industrial composto da Peter Bell ai synth e Dead Kryx – Cristian Di Natale già noto come “Murthum”, membro fondatore ed anima dei Mortifier una delle prime band black metal italiane – alle chitarre. Hanno da pochissimo pubblicato il loro Ep d’esordio “Tales of Darkforms” su Bandcamp.

Ciao Peter, benvenuto sulle pagine de Il Raglio del Mulo! Come nasce il progetto “Deadform”?
Conosco Kryx da molto tempo, eravamo adolescenti. Nel piccolo paese rurale dove siamo nati chi ascoltava determinati generi musicali era considerato un alieno e quindi tra alieni ci conoscevamo tutti e ci scambiavamo cassette, dischi ed esperienze di viaggi impossibili no budget… facevamo migliaia di chilometri insieme per vedere le nostre band preferite. Deadform nasce da questo spirito ritrovato dopo alcune free session da un amico comune. Il mio modo alternativo di suonare i synth insieme alla sua macchina da riff ha trovato da subito un’intesa sonora. Insieme abbiamo pensato ad progetto che potesse unire power electronics, techno e metal sperimentando una nuova miscela esplosiva. Non ci siamo mai annoiati e ogni traccia ci spronava a lavorare sulla successiva .

E’ stato difficile unire la tua anima elettronica a quella più propriamente black metal di Dead Kryx?
Le influenze black metal si percepiscono specialmente nella prima traccia “Darkforms” ma non avendo un cantante, e in quel momento neanche un batterista, dopo un po’ di session insieme l’idea di proporre musica solo strumentale è stata naturale, poi l’entusiasmo ha fatto il resto.

In che maniera vi approcciate alla composizione dei brani?
Tutte le tracce sono state abbozzate insieme. Alcune volte ho sviluppato più una mia idea al synth o alla drum machine, altre volte siamo partiti da una parte di chitarra e via via in questo modo abbiamo rifinito le tracce. Solo quattro al momento per un Ep ma siamo già pronti a pubblicarne altre, come prima uscita può bastare.

L’industrial è un genere che ha avuto la sua maggiore notorietà negli anni ’90, cosa può ancora caratterizzarlo nel 2021 secondo voi ?
L’industrial era il genere a cui ci sentivamo più vicini pur essendo naturalmente molto lontani dalla Wax Trax di Chicago. Certamente amiamo band come NIN, Skinny Puppy, Ministry, Front 242 tanto per citarne alcuni. Crediamo che il rock oggi per vivere abbia sempre più bisogno della sintesi elettronica e l’industrial è secondo noi il genere che più di tutti può incubare l’anima del blues con i ritmi industriali della dance music. Il mondo della musica è infinito ed è la massima espressione dell’uomo su questo pianeta.

Il vostro Ep “Tales of Darkforms” è una sorta di viaggio sonoro che ben si presta a un immaginario apocalittico, avete intenzione di pubblicare altri videoclip oltre quello già edito di “Convulsex”?
Ci stiamo lavorando… il video di “Convulsex” è stata una sfida, in effetti pensavamo quanti videogiochi devono il loro successo alla musica?

Vista l’attuale stasi della musica dal vivo, che ne pensate delle esibizioni in streaming? Avete mai pensato a qualcosa del genere?
Adesso abbiamo un batterista e, virus permettendo, stiamo cercando di preparare un set dal vivo. In merito alle esibizioni in streaming bisognerebbe inventarsi qualcosa di più che suonare davanti ad una camera fissa, ci vorrebbe uno show.

Come Mutaform Records, hai pubblicato diverse produzioni, quanto il contesto del Sud ed in particolare della Valle D’Itria influisce sulle tue produzioni ?
Una delle cose più stimolanti che abbiamo da queste parti è il poter passare dal nulla più assoluto – un paesaggio rurale o un parco marino – ad un posto dove si suona si balla e ci si diverte senza traffico, con tantissimo spazio a disposizione. La vita all’aperto, un po’ di sport e l’osservazione… tutte queste cose aiutano molto e stimolano l’orecchio nella creazione di nuove tessiture sonore .

Quali progetti avete per il futuro musicale post-pandemico?
Stiamo lavorando ad una versione live dei Deadform con un giovane batterista e ad altre nuove tracce.

Treponem Pal – La macchina francese

Per chi come me ha vissuto i primi anni novanta in “presa diretta” i Treponem Pal hanno un significato particolare. Erano uno di quei gruppi che facevi ascoltare agli amici quando volevi far colpo. E il più delle volte ti ritrovavi con un pugno di mosche in mano. Troppo geniali per essere capiti da tutti. Dopo un lungo silenzio eccoli nuovamente tra noi con il monumentale “Wierd Machine”, un album che probabilmente passerà inosservato come tutti i precedenti. Ma cosa c’è di meglio dell’essere dei geni incompresi?

Ciao Marco, come stai?
Molto bene, grazie.

Cosa ti ha spinto a riformare la band?
Avevo bisogno di tirare fuori da me un sacco di energia!!! Vedere come è ridotto il mondo mi tristezza e invece di reagire impugnando una pistola ho preferito tornare alla musica.

Credo che “Wierd Machine” sia un grande album. Un grande album punk! Sei d’accordo con me?
L’hai detto! E’ esattamente così, io ripeto sempre che il sound del nuovo TPAL è molto più punk e psichedelico che in passato…

Quando hai iniziato a scrivere le canzoni di “Wierd Machine”?
Abbiamo iniziato circa due anni fa, ed è venuto tutto fuori in modo veloce e rapido!!! E non è così ovvio come puoi credere! (ci hai messo due anni, come posso credere che sia ovvio? Ndr) Ma il modo di lavorare che abbiamo attualmente è quello che la gente intorno a TPAL gradisce. E la gente da noi vuole solo a rebellious music with no compromise…

Immagino che i testi vadano in questa direzione…
Parlano di libertà! !! Lotta agli oppressori e ai dittatori che sono ancora tanti su questo fottuto pianeta! Poi contengono un invito ad essere sé stessi, semplicemente sé stessi. E di rispetto per l’umanità che ci circonda.

Cosa ti aspetti da questo album?
Che venda milioni di copie… domanda semplice… risposta semplice… Ma principalmente che mostri alla nostra audience che siamo tornati! Questo disco è un vero trip …. o lo ami o lo odi! and that’s it !!!

Le parti di basso sul disco sono suonate dal grande e sfortunato Paul Raven (Kiling Joke, Prong e Ministry sono alcune delle band in cui ha militato prima di esser trovato morto il 20 ottobre 2007). Cosa ricordi di lui?
Solo il meglio. Un uomo forte! Un vero ribelle! Un vero rude boy!!!! Non un angelo, ma un vero amico del tipo di uomo che ti lascia mai nella merda. Riposa in pace fratello mio!

Una novità importante è il passaggio alla Listenable Records…
Sino ad ora nulla da ridire su di loro. Si stanno comportando con noi al meglio. Vedremo cosa accadrà in futuro.

Alcuni mesi fa la Metal Mind Records ha pubblicato un cofanetto con tutti i vostri vecchi album. Soddisfatto dell’operazione?
Sì, molto. Anche perché siamo stati parte attiva nell’operazione.

Ok, è tutto. Grazie Marco.
KEEP THE FIRE BURNING!!!

Intervista originariamente pubblicata su www.rawandwild.com nel 2008 in occasione dell’uscita di “Weird Machine”
http://www.rawandwild.com/interviews/2008/int_alexschiavi.php