Witchwood – L’inverno sta arrivando

Tra i dischi più attesi di questi ultimi mesi del 2020 c’è sicuramente “Before the Winter” (Jolly Roger Records) dei Witchwood. Ne abbiamo approfondito i contenuti con il cantante e chitarrista Ricky Dal Pane.

Benvenuto su Il Raglio del Mulo, Ricky. Il nuovo album si intitola “Before the Winter”, quell’inverno lo dobbiamo intendere in senso metaforico? E sì, a quale inverno ci stiamo approcciando?
Ciao a tutti, è un piacere rispondere alle vostre domande. Assolutamente in senso metaforico. L’inverno a cui fa riferimento il titolo è l’argomento che lega quasi tutti i brani dell’album è una metafora della depressione, come fosse un inverno dell’anima appunto. Uno stato di morte e vuoto apparente per alcuni perché in realtà la vita, sotto la morsa del gelo, continua il suo corso… ma come se fosse sospesa, nascosta a chi non sa più percepirne la bellezza. Ho provato a dare varie chiavi di lettura per questa situazione – così difficile e sottovalutata e interpretata a volte da alcuni solo come un futile capriccio o nulla più – partendo da quello che succede precedentemente e dalle situazioni differenti che possono portare a trovarsi soffocati in questa morsa.

Il disco era già pronto da un po’ ed è stato rimandato per la pandemia, oppure è nato proprio nei funesti giorni del primo lockdown?
Il disco era già pronto prima della pandemia. Tra composizione e produzione, ci ha tenuti impegnati circa due anni, principalmente 2018/19. In accordo con la nostra etichetta, e vista l’impossibilità di supportarlo con un’adeguata promozione causa la difficile situazione, abbiamo deciso di posticiparne l’uscita fino ad oggi. Ora ci ritroviamo praticamente nella stessa situazione ma non potevamo più attendere, anche perché sinceramente volevamo vedere uscire l’album e iniziare a raccogliere tutti i vari feedback. Tenerlo in un cassetto è stata una vera tortura.

Il nuovo chitarrista, Antonino Stella, ha partecipato in maniera attiva alla scrittura del disco?
Bè, definirlo nuovo è un po’ eccessivo, Antonino è entrato nei Witchwood da ormai cinque anni ed ha inciso con noi l’EP “Handful Of Stars”, potremmo definirlo comunque ancora l’ultimo arrivato ah ah. Tornando alla domanda, i brani vengono principalmente scritti da me, spesso sulla chitarra acustica. Poi vengono elaborati ed arrangiati da tutta la band, e qui  l’apporto di ciascuno è fondamentale per definire il risultato finale ed ottenere quello che è a tutti gli effetti il nostro sound.

Come è cambiato, se è cambiato, il bilanciamento dei diversi strumenti rispetto all’esordio. La vostra proposta è arricchita dalle chitarre, dalle tastiere e del flauto, il loro bilanciamento è rimasto immutato nel tempo? Io ho avuto l’impressione, per esempio, di un maggiore spazio lasciato alle tastiere in questo nuovo lavoro.
Sicuramente e volutamente abbiamo cercato di conferire un’aspetto differente e più ricco di sfumature  al nostro sound aggiungendo molte più parti di synth, rhodes ecc. I nostri brani sono ricchi di arrangiamenti, a volte anche decisamente complessi ma cerchiamo comunque di mettere sempre ogni strumento al servizio degli stessi. In questo senso, stavolta abbiamo posto molta più cura cercando di suonare meno prolissi e più efficaci che in passato, non obbligandoci ad inserire forzatamente in ogni canzone un assolo od un determinato strumento, se questo ci sembrava superfluo in quel contesto. Inoltre, abbiamo dato volutamente un respiro diverso al suono delle chitarre cercando di creare suoni dinamici prima che potenti e fini a se stessi.

In passato avete dimostrato una certa versatilità stilistica, tant’è che alcuni parlano di voi come band hard rock, altri come progressive, alcuni folk e vi siete esibiti al Malta Doom Festival. Credete che questa difficile catalogazione del vostro sound sia stata confermata dal nuovo disco?
Sì, sappiamo che definirci chiaramente è un problema per molti ah ah. Quando mi viene fatto notare, io rispondo sempre che è il più bel complimento che si possa fare alla nostra musica. In questi anni ci hanno accostato praticamente a tutto, a volte ci hanno detto che siamo derivativi ma senza poi riuscire chiaramente a definire derivativi da chi. Abbiamo tante influenze, come credo chiunque imbracci uno strumento e come ogni band anche di successo di questo pianeta. Ma abbiamo sempre cercato principalmente di scrivere buone canzoni, fregandocene se suonavano troppo in una maniera o in un’altra o se dovessero rientrare in un sound specifico a tutti i costi. Credo che si dovrebbe dare meno peso alle etichette e più alla qualità e personalità di una proposta. Proseguendo il nostro cammino musicale, poi siamo anche maturati e ci siamo staccati anche da molti dei cliché del genere. E sono fermamente convinto, a costo di sembrare arrogante o presuntuoso, che nel nostro nuovo album di personalità ce ne sia da vendere. Sicuramente, mi sento di poter affermare che non siamo certo i cloni di nessuno e che ascoltando questi brani la nostra personalità emerga decisamente e chiaramente.

Più genericamente siete inseriti nel calderone del retro-rock, fenomeno che in un certo momento pareva pronto ad esplodere grazie al successo di band come Graveyard, Kadavar, Bigelf, Blood Cerimony e Rival Son, giusto per citarne alcune. Oggi quell’onda sembra che sia si arrestata, un bene o un male? Ci perde il movimento, che ritorna nell’underground, oppure può essere un valido filtro per lasciare in evidenza solo le entità migliori?
Credo, e lo avevo già detto spesso in passato, che tutto funzioni inevitabilmente a cicli, specialmente il recupero di certe sonorità. Soprattutto negli ultimi due decenni è tutto un susseguirsi di correnti e generi che tornano regolarmente alla ribalta. Questo sicuramente comporta aspetti positivi e negativi. Tutta l’attenzione avuta negli ultimi anni per, se vogliamo chiamarlo così, il retro rock ha sicuramente puntato i riflettori su formazioni come la nostra che però non suonano certo da poco tempo. Alcuni di noi suonavano insieme già 25 anni fa e dal vivo proponevano cover come “Gipsy” degli Uriah Heep, che suoniamo ancora regolarmente anche coi Witchwood. Questo per dire che l’unica cosa realmente cambiata per noi negli ultimi anni è stato l’interesse verso quello che facciamo, ma questo non ci ha influenzati nelle nostre scelte stilistiche che hanno un’origine che viene da lontano. Sicuramente c’è stato un numero spropositato di band, anche giovani, che si sono lanciate su questo trend saturando il mercato all’inverosimile. Il tempo poi darà ragione a chi veramente avrà avuto qualcosa in più di valido da dire. Comunque, credo anche che tutto questo valga per tutti i generi, negli ultimi anni c’è stato un ritorno massiccio di band che suonano metal classico, thrash, doom ecc. Sinceramente però non capisco perché solo quelle che si rifanno ai 70 vengano viste negativamente perché recuperano sonorità retro o datate. Cos’è, un gruppo che suona come gli Anthrax al giorno d’oggi è per caso moderno o attuale?

C’è possibilità di innovare il rock classico senza snaturarlo?
Più che innovazione, che è una parola un po’ fuori contesto applicata al concetto di classico, c’è evoluzione quando pur suonando cose già fatte in precedenza emerge la personalità della band che in quel momento suona, filtrando il tutto con le sue esperienze, e che crea così un connubio tra passato e presente. Molti oggi ripropongono, a volte anche con bravura, in maniera pedissequa le caratteristiche di certi gruppi… e a molta gente piace. Io preferisco magari ascoltare e percepire da dove arriva il suono di una band e cogliere come loro hanno filtrato queste influenze, cosa che poi succedeva anche nei 70, se pensi a come allora gruppi divenuti leggendari o fondamentali riproponevano quello che avevano ascoltato precedentemente dai loro maestri ma in una chiave diversa e personale.

Quali sono gli elementi di novità che vi contraddistinguono rispetto ai gruppi che vi hanno ispirato?
Questo non so dirtelo, forse può essere percepito meglio dall’esterno. Ma  riallacciandomi al discorso precedente posso provare a risponderti la nostra personalità, che deriva dalle nostre esperienze di vita e con cui filtriamo quello che sentiamo e suoniamo.

Sul disco, nella versione in vinile, è presente anche la cover di “Child Star” di Marc Bolan, quando vi approcciate ai brani altrui cercate di mantenere una certa coerenza con l’originale o tentate di renderlo quando più possibile vostro, anche a costo di trasfigurare il pezzo?
Dipende dal brano con cui ci si confronta. Alcuni si prestano ad essere totalmente rimodellati o stravolti, altri funzionano già benissimo come sono ed è sufficiente aggiungere il proprio tocco e la propria sensibilità nell’interpretarlo. La cover di Bolan era stata realizzata per un doppio tributo Bowie / Bolan. “Child Star” l’abbiamo completamente riarrangiata pur con tutto il rispetto e l’amore che nutriamo per questo grandissimo artista. Di Bowie registrammo “Rock’N’Roll Suicide”, che invece abbiamo mantenuto quasi fedele all’originale. A noi comunque piace ogni tanto suonare e registrare cover… troviamo sia una sfida stimolante.

Una delle altre cover che avete realizzato  in questi anni è quella di “Rainbow Demon” degli Uriah Heep, proprio qualche giorno fa è venuto a mancare un artista immenso, Ken Hensley. Secondo voi con la morte dei grandi si sta chiudendo definitivamente una pagina della storia del rock oppure c’è un filo conduttore, magari nascosto nell’evoluzione sonora, che non porterà mai alla fine di un certo tipo di rock?
In quello che ho detto prima credo di aver già risposto alla domanda. La morte di Ken Hensley è stata una notizia devastante. La sua musica ha avuto un’enorme importanza nella nostra vita, se penso a quante volte ho cantato i suoi brani, a quanto mi hanno accompagnato in tanti momenti fondamentali della mia esistenza. Inutile negare l’enorme debito musicale che abbiamo nei confronti degli Uriah Heep. Di spalla ad Hensley abbiamo poi tenuto il nostro primo concerto a nome Witchwood… si può dire che ci abbia battezzato. Sicuramente con la morte di questi artisti se ne va un mondo e un modo di vivere la musica unico, credo sia veramente la fine di un’epoca. M è anche giusto e naturale che sia così. Fa parte dell’ordine delle cose. La strada ora va tracciata da altri, non dico da noi che ormai non siamo più certo dei ragazzini, e non so sinceramente come e se il rock proseguirà o evolverà, non ho purtroppo la verità in tasca. Ma mi auguro che la scintilla di rivelazione che lo anima da sempre non si spenga mai neanche nelle generazioni future.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...