Winterage – L’eredità della bellezza

I Winterage, come scoprirete leggendo le parole di Gabriele Boschi (violino e maggior compositore della band), hanno voglia di riprendersi il tempo perduto tra la pubblicazione The Harmonic Passage” e quella del nuovissimo “The Inheritance of Beauty” (Scarlet Records), ma lo vogliono fare a modo loro, senza perdere di vista il concetto di bellezza, elemento su quale si base il loro percorso artistico.

Benvenuto Gabriele, ben sei anni separano il vostro primo full-length “The Harmonic Passage” dal nuovo “The Inheritance of Beauty”, se consideriamo che tra l’EP di esordio e il suo successore sono trascorsi quattro anni, verrebbe da pensare che il vostro iter compositivo richiede molto tempo. E’ così o questi tempi dilatati sono una conseguenza di fattori esterni?
Ciao e grazie per averci ospitati! In realtà questi tempi dilatati sono stati  causati dalla naturale crescita della band. Mi spiego, in modo molto schietto: avere una band nel 2020, nel pieno della decadenza annunciata della discografia, è un impegno non da poco che va incastonato nella miriade di attività multitasking che vengono richieste a noi giovani per sopravvivere. Siamo una generazione così, c’è poco da piangersi addosso! Quindi in questi anni abbiamo affiancato l’attività della band alla nostra formazione professionale, ricordo che l’età media della band è di 28 anni, giungendo ad oggi con una formazione più compatta, una mentalità più matura, e degli obiettivi più delineati. Certo, avere a disposizione molto tempo ha anche favorito la cesellatura del materiale compositivo, rendendo il songwriting più incisivo. Ma da ora in avanti posso abbastanza sbilanciarmi nel dire che non passerà più così tanto tempo tra un album e l’altro!

Mi daresti la vostra definizione di bellezza?
Con questo album abbiamo voluto mostrare un’opera d’arte, un’icona senza tempo in  rappresentanza dell’autentica bellezza: la “Nascita di Venere” di Sandro Botticelli. Agganciandoci concettualmente a questo dipinto, riconosciuto internazionalmente e nei secoli come uno dei maggiori canoni di bellezza, abbiamo voluto suggerire uno sguardo sul mondo di oggi e su come è vista oggi un’opera d’arte. Con uno sguardo un po’ decadentista, ci siamo scoperti sommersi dal quasi totalizzante utilizzo commerciale dell’arte, dalla poca ricercatezza che molti “artisti” imprimevano nei loro lavori rivolgendo il loro sguardo unicamente al profitto che ne sarebbe derivato. Insomma, abbiamo percepito come traditi quei valori che a nostro parere dovrebbero essere fondanti per la creazione e la fruizione di qualcosa di artistico: un’ideale, un’ispirazione, pura e senza doppi fini, un’identità artistica che traspaia dall’opera d’arte, trascendendola. Ecco, tutto questo, forse, potrebbe essere la nostra definizione di bellezza nel 2020. Ci siamo rifatti molto alla mitologia greca ed al loro mondo, proprio perché i greci si interrogavano su quale potesse essere la rappresentazione dell’estrema bellezza e, ricercandola, con impegno e dedizione impegnavano anche tutta la vita a questo scopo, producendo capolavori che ancora oggi ammiriamo. Scusa se mi dilungo, ma è una domanda che racchiude un concetto su cui si potrebbero scrivere intere tesi di laurea! Per concludere, nel nostro ultimo brano abbiamo però suggerito un’idea che apre uno spiraglio di speranza su tutta questa visione decadentista. Il costruttore di giocattoli, attraverso i suoi balocchi, apparentemente insignificanti, vuole risvegliare nell’animo assopito delle persone questo guizzo artistico.

Alla luce di quanto mi hai detto, cosa ci lascia, o ci ha lasciato, in eredità la bellezza?
Riallacciandomi al giocattolaio di cui parlavo prima, è lui che ci spiega che l’eredità di questa bellezza appena descritta è indissolubilmente presente nell’animo umano, sopita, ma con tutte le  potenzialità per divampare nuovamente. Egli spera che i suoi giocattoli con il loro guizzo bambinesco, possano essere la miccia che faccia accendere il fuoco dell’immaginazione che è presente da tempi primordiali in ognuno degli esseri umani. Concludo quindi riportando le lyric dell’ultimo ritornello del disco, un passaggio a cui tengo molto e che può riassumere la risposta a questa domanda:

AN EXTRAORDINARY WORLD RESIDES IN OUR REAL
MATTER WILL ITS ESSENCE MOST INTANGIBLE REVEAL
THE WEFT OF BEAUTY IS GLOWING FROM THE STRUCTURE OF OUR WORLD
AND THE GREATNESS OF LOVE IS SPREADING
AND NATURE IS CHANTING UNTAMED
THE PRIMORDIAL DIVINE MIGHT

Nel disco ci sono dei rimandi evidenti alla classicità, mi riferisco alla Venere in copertina o all’utilizzo di strumenti quali violini, voci liriche ecc. Come è possibile coniugare classicità e contemporaneità senza cadere nel pacchiano?
Penso che come in ogni cosa, difficilmente si può scadere nel pacchiano, quando alle spalle si ha un’idea di cui si è convinti e per la quale si lavora molto per la sua realizzazione con cognizione di causa. C’è da dire che strumenti orchestrali e metal sono coesistiti fin dal primo avvento del rock, ed il risultato in genere è stato quasi sempre piacevole. La nostra idea in questo album è stata quella di organizzare, al meglio delle nostre capacità, gli elementi portanti del nostro sound, miscelandoli nel genere power metal. Quindi orchestrazioni, citazioni della musica tradizionale irlandese, melodie di violino, citazioni dalla musica sinfonica, assoli neoclassici ed ultimamente anche un avvicinamento più importante verso la lirica ed il virtuosismo violinistico, coesistono all’interno degli stessi pezzi, organizzati da un songwriting minuzioso. Per rispondere alla domanda, penso che se “orchestri” antico e moderno con intelligenza, si possano ottenere degli ottimi risultati!

Avete lavorato con una vera orchestra, è stato difficile interagire con musicisti provenienti da un ambito musicale diverso dal vostro?
No assolutamente, abbiamo registrato le loro parti su tutto l’album in tempi record: in una giornata di studio dedicata ad ogni sezione siamo riusciti ad incidere tutto. Discorso diverso è per i cori, ci sono volute tre giornate per quelli lirici femminili, altre tre per quelli maschili ed un paio per i leggeri femminili; ma non perché fossero meno bravi i coristi, semplicemente avevano il triplo delle parti da cantare! Alla fine, i musicisti professionisti sono abituati a leggere le parti d’orchestra. Cruciale è la fase di scrittura delle parti e di progettazione della sessione di studio: più cose scrivi a casa (indicazioni di tempo, dinamica, legature, arcate, spesso addirittura le diteggiature), prima loro capiscono quello che vuoi e meno tempo perdi in studio, riuscendo così a registrare più minuti di musica. In questa fase è stato di enorme aiuto il Maestro Vito Lo Re che, grazie alla sua esperienza di direttore durante le sessioni di registrazione d’orchestra, e di compositore, ha saputo ottimizzare al meglio il tempo che avevamo e mi ha dispensato degli ottimi consigli in itinere.

Quasi a confermare la vostra visione “allargata” della musica, troviamo due produttori appartenenti a due sottogeneri del metal tra loro a prima vista agli antipodi, mi riferisco a Tommy Talamanca e  Roberto Tiranti. Questa collaborazione cosa ha aggiunto ai vostri brani?
Sono state due figure di enorme aiuto per la buona riuscita del progetto. Entrambi sono dei professionisti nel loro settore e hanno subito capito come impostare il lavoro con noi. I tempi per ogni sessione erano diversi: con Roberto, le registrazioni delle linee vocali di Daniele si sono svolte con molta calma, in modo da registrare sempre al top della forma e della sua resa vocale; mentre con Tommy, sempre preservando la qualità, abbiamo fatto delle belle full-immersion di giornate di studio cercando di ottimizzare i tempi  vista la mole di roba da registrare. Per esempio Luca ha inciso tutte le batterie del disco in soli tre giorni e io le mie parti di violino in uno e mezzo: anche in questo caso è stata fondamentale la preparazione e lo studio a casa!

Ma come nascono i vostri brani?
I brani di questo album vantano ancora l’alchimia compositiva dei tre fondatori della band: me, Dario e Riccardo Gisotti, oltre che l’apporto costante di tutti i membri. Ognuno di noi propone alla band delle idee, delle melodie, dei riff, che vengono discussi e “rimpastati” assieme, magari cambiando qualche accordo o qualche nota per rendere quella parte più interessante o quell’altra più struggente. Insieme si costruiscono così i pezzi e, a suon di compromessi da parte di tutti, si giunge al brano finito, che porta quindi l’apprezzamento generale. Bene o male la regola è questa, spesso invece qualcuno scrive un pezzo in autonomia e poi lo presenta alla band: è il caso di “Wisdom of Us”, brano interamente composto da Dario, o di “The Amazing Toymaker”, pezzo che posso vantarmi di aver scritto da solo.

Da dove proviene la vostra fascinazione per il folk irlandese?
Tutti noi Winterage abbiamo un lato folk nel nostro gusto musicale, che ci porta ad apprezzare le tradizionali sonorità irlandesi, chi più e chi meno. Negli anni, questa vena folk si è espansa a dismisura nel cuore del nostro (ormai ex) tastierista Dario, tanto che ha deciso di seguire unicamente quella strada. La sua conoscenza del repertorio irlandese è pressoché infinita, sa suonare migliaia di tunes, con almeno quattro strumenti diversi, e col tempo è diventato il referente ufficiale di questa influenza nella band. Anche se ora Dario non fa più parte del gruppo, questa vena folk rimarrà comunque parte integrante del nostro sound, così come lui il referente indiscusso a cui chiederemo sempre consigli, oltre che di partecipare alle future registrazioni!

Credi che il singolo, “Orpheus and Eurydice”, sia in grado di presentare a pieno la complessità del disco o inevitabilmente ne dà una visione parziale da completare necessariamente con l’ascolto dell’album?
Quel brano è stato concepito proprio con l’idea di voler unificare tutto il sound della band in un unico pezzo. Come accennavo, in questo album abbiamo voluto gestire meglio tutte le influenze diverse, integrandole meglio all’interno dei pezzi, e questo brano ne è l’esempio più calzante. Siamo molto legati a quel brano perché siamo riusciti a far conciliare le melodie tipiche del power metal, delle ritmiche aggressive, il ritornello cantabile, la parte lirica, il tune folk, l’intermezzo orchestrale, il tutto condito con delle belle scariche di doppio pedale, whistles di voce ed orchestrazioni bombastiche… ok scusa mi sono esaltato haha! Per rispondere alla domanda, è probabile che questo pezzo riassuma il sound generale della band, ma se uno ne è affascinato, l’ascolto dell’album sarà sicuramente molto più soddisfacente, anche perché l’ultimo brano della durata 16.30 minuti, suggerisce delle sonorità nuove per noi, derivanti dal musical e dalla musica per film che nel singolo non sono presenti.

Quando sarà possibile tornare all’attività live, come proporrete sul palco dei pezzi così complessi e ricchi di sfumature?
Per promuovere l’uscita dell’album volevamo organizzare nuovamente uno show in teatro con il quartetto d’archi, ma visti i tempi non ci è stato permesso. Durante i nostri live veniamo accompagnati dalle sequenze, che riproducono tutto il grande lavoro che è stato fatto in studio di registrazione, favorendo la resa sinfonica. Il mio sogno nel cassetto è quello di suonare live con orchestra e coro… ma ne deve passare di acqua sotto i ponti ancora!

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