Ulysse – L’Infinito errare

Bassi distorti di scuola Touch & Go, passaggi strumentali che strizzano l’occhio al post-rock, testi in italiano e un’attitudine squisitamente indipendente nell’accezione più pura del termine. Ulysse è un collettivo di musicisti capitanati da Mauro Spada – già fondatore e bassista dei buenRetiro – e Raffaello Zappalorto – ex bassista dei Santo Niente – ed altri esponenti storici della scena underground pescarese. Il risultato è un affascinante lavoro uscito il 12 aprile per tre etichette indipendenti: la label di culto abruzzese DeAmbula Records, la emiliana We Work Records e la palermitana Vasto Records.

Salve ragazzi, è un piacere intervistarvi, vi do il benvenuto su Il Raglio del Mulo. E’ uscito da pochissimi giorni il vostro esordio omonimo “Ulysse”, come state?
Ciao, Paolo. Il piacere è tutto nostro. Grazie per l’ invito. Stiamo bene, relativamente al periodo…

Ascoltando il vostro disco mi sono sentito subito a casa, sonorità molto care ad un certo tipo di rock dei ’90 ma con un’attenzione e ricerca su sonorità tutt’altro che italiche. E’ una scelta precisa o è un qualcosa che avete maturato con il processo di scrittura?
Raffaello: Pur avendo avuto traiettorie diverse, nessuno di noi si è mai compenetrato più di tanto con la musica italiana (propriamente detta), se si escludono i soliti grandi nomi, tra 80 e 90, che rappresentano tuttora alcune delle nostre influenze, quindi è stato del tutto naturale ricercare le giuste sonorità per l’album tra gli interpreti d’oltremanica (e non solo) più o meno dello stesso periodo. Credo sia stato un processo che racchiude elementi istintivi più che una precisa scelta ponderata. Un caso su tutti può essere il synth in “Patroclo” che riporta, del tutto volutamente, a Gary Numan.
Mauro: Grazie per la bella sensazione che hai descritto. Le sonorità a me molto care appartengono sia al florido periodo del Consorzio Produttori Indipendenti che, molto più ai giorni nostri, al post-rock di band come Mogwai in primis. La ricerca di certi suoni è sana conseguenza dell’attenzione data all’ ascolto dei gruppi legati a questi due territori musicali. Concordo con Raffaello sull’ istinto che in maniera del tutto naturale ti fa scegliere una direzione. 

L’Abruzzo e Pescara in particolare hanno sempre sfornato roba interessante negli anni e il vostro stesso collettivo dichiara un forte senso di appartenenza al territorio, è frutto solo del caso?
Raffaello: Se qualcosa può aver instillato questo territorio, immagino sia una certa disperata consapevolezza negli animi più ricettivi, ma non escludo a priori sia frutto del caso. Comunque resta il fatto di essere riusciti a concentrare l’ impegno di diversi musicisti, fonici, ma soprattutto amici, per la buona riuscita dell’ album.
Mauro: Molti gruppi Abruzzesi (sempre e solo in ambito alternativo indipendente) hanno prodotto dischi bellissimi ed ottenuto ottime soddisfazioni. Gli anni 90 erano più sanguigni, se mi passi il termine, in cui c’è stata una crescita esponenziale non so se di una scena ma certamente di band saldamente incollate ad una certa militanza sonora, con molta credibilità e lungimiranza. Nel tempo le cose, forse, si sono più ammorbidite per diversi motivi, uno dei tanti  la chiusura quasi contemporanea dei live club più importanti di Pescara. Ma questo non vuol dire che ora non ci siano gruppi molto validi e bellissimi progetti solisti. Poi ci conosciamo tutti, più o meno, e c’è molta stima reciproca. Sulla questione del territorio ti sintetizzo così: se siamo ciò che mangiamo siamo anche ciò che suoniamo. É una questione di cultura individuale… quindi mi affrancherei dal discorso del territorio. 

Ulysse è un moniker molto affascinante che suggerisce un immaginario molto ampio, da dove viene questa scelta così particolare?
Mauro: Ulisse è il soprannome che un amico di mio fratello mi diede in un tardo pomeriggio d’ estate vedendomi in contemplazione del mare seduto su un moscone. Potevo avere 14 anni… un po’ mi isolavo, accadeva spesso. Mi è rimasto sempre impresso nel corso degli anni ed ho voluto collegare quello stato di solitudine adolescenziale e più spensierata a ciò che provo oggi, una solitudine matura, più consapevole, sicuramente più inquieta visti i tempi che stiamo vivendo. La connessione con l’ Ulisse Omerico può riguardare la sola parte del suo viaggio di ritorno alla sua terra… per quel che mi riguarda invece c’è solo un infinito errare. 

La scelta dell’Italiano è spesso aggirata da band con il vostro stesso tipo di sonorità, voi però avete tanto da dire e già i titoli parlano chiaro, come nascono le canzoni degli Ulysse?
Raffaello: Abbiamo deciso a priori di staccarci dal concetto di sala prove, adottando un processo creativo prettamente di studio che ci ha permesso di monitorare progressivamente l’evolversi dei brani. Ce ne sono diversi partiti da un’ idea di base di Mauro ed altri scritti a quattro mani che ho portato a termine con vari arrangiamenti di batterie, synth, loop, drum machine, ecc. Fermo restando l’ impagabile apporto esecutivo e creativo degli amici che ci hanno aiutato nella realizzazione dell’ album.
Mauro: L’ italiano è la lingua madre, non ho mai pensato di fare diversamente sia per appartenenza etica e viscerale ai gruppi del C.P.I. che per la semplice constatazione che la nostra musica si sposa unicamente con la lingua italiana, secondo il mio pensiero. Avevo tante cose scritte e volevo scaricarmi parecchie parole convogliandole in canzoni. Ho costruito alcuni testi facendo un lavoro di taglia e cuci, quindi scartando anche tantissimo ed attaccando strofe di testi differenti. Altri testi sono arrivati di getto. Poi linee di basso, vocali e loop station, materiale dato a Raffaello che ha ben spiegato il lavoro fatto a casa sua. Più lo risento e più mi convinco che il suo lavoro sia stato eccezionale, con i mezzi a disposizione… quindi si può soltanto migliorare e questo deve essere un enorme stimolo per i lavori futuri. Sugli altri musicisti amici che ci hanno regalato letteralmente la loro opera non la finirei più di ringraziarli di cuore. Mi sembra il caso di nominarli: Francesco Politi che ha fatto tutte le chitarre, Andrea Di Giambattista che ha fatto una bellissima chitarra su “Fino al Sangue“ e si è occupato del mix e del master di tre pezzi, Gino Russo alla batteria su cinque pezzi, Sergio Pomante (ingegnere del suono nel suo Noiselab studio) che si è occupato della registrazione, mix e master del disco ed ha suonato il suo particolare sassofono effettato in un pezzo. Per ciò che riguarda i futuri e sperati live la formazione vedrà oltre me e Raffaello, Fabio Fly alla batteria e Silvio Spina alla chitarra. 

Il disco è uscito con ben tre etichette, come mai? 
Mauro: Ho cercato il modo di cooperare con più etichette piccole e indipendenti chiedendo di farci entrare nei loro rooster. É stata una maniera efficace di agire consigliatami da Marco Campitelli, titolare della sua etichetta DeAmbula Records, che stessa cosa fece con i primi due dischi dei suoi Oslo Tapes (di cui sono anche il bassista). I magnifici ragazzi della Vasto Records di Palermo e di We Work Records di Finale Emilia hanno accettato di ospitarci a casa loro, oltre naturalmente in casa DeAmbula. Forse é proprio questo il motivo: entrare educatamente dentro piccole realtà di persone passionali che lavorano nella musica in modo puro ed umile. Ci siamo subito conosciuti e riconosciuti e questo, speriamo, avvierà collaborazioni future perché si avrà modo di suonare in posti differenti.

Nell’album ci sono tre brani strumentali, caratteristica molto comune nel post-rock. E’ un genere che spesso viene confuso con i classici crescendo che sono poi diventati uno standard. Gli Ulysse a mio avviso lo sono pur non rispondendo a queste caratteristiche strumentali molto comuni, cosa ne pensate di questa etichetta? Ha ancora senso parlare di post-rock?
Mauro : Ultimamente ho letto un articolo sul post-rock e le sue ceneri su una nota rivista musicale italiana. Nel 1994 fu Simon Reynolds, un guru britannico della critica musicale ed autore autorevole di libri come: “Post- punk 1978-1984”, “Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato“, “Futuromania. Sogni elettronici da Moroder ai Migos“, ad inventare il termine, appunto, post-rock, interrogandosi su dove potessero essere collocate alcune onde che si ponevano ai margini dei generi musicali sono ad allora attraversati. Cito testualmente: “Reynolds individuò un entroterra più precario finanziariamente ma esteticamente vitale, senza un nome. Chiamò in causa alcune bands che parevano suscettibili di essere incluse al filone dell’ art-rock. Si sarebbe potuto parlare di avant-rock, ma il termine in grado di sintetizzare quel nuovo filone poteva essere semplicemente post-rock. Lo strumentario del rock, dunque, al servizio del non-rock. Ecco individuato il primo punto cardine.” Se mi chiedi cosa penso di questa etichetta, dunque, prima ti rispondo che per forza o per fortuna (o sfortuna) una connotazione ad un genere va pur data per individuare una direzione più o meno precisa… e se lo ha fatto un guru come Reynolds non vedo cosa ci sia di male. Poi ti dico che mi piace la musica destrutturata e senza stilemi o regole. Nei Mogwai, ma non solo in loro naturalmente, ho trovato una sorta di enciclopedia, un compendio di suoni. Può bastare un solo loop, una piccola suggestione sonora dalla quale farne nascere una colonna intera. Così, infatti, sono nati tutti i pezzi del disco. É un modo molto efficace, anche paraculo, per costruire pezzi.

Con quale formazione vi presenterete live quando si tornerà alla “normalità”?
Raffaello: La band “aperta” ti permette di considerare soluzioni tra le più disparate nella realizzazione dei brani, ed abbiamo apprezzato molto questo metodo di lavoro, con modifiche apportate anche in fase di registrazione, che hanno dato quel quid in più. Con la necessità di stabilizzare la formazione per i futuri live, la band è attualmente composta da due bassi, chitarra e batteria come ha già detto Mauro precedentemente.

Drovag – Toxin

Drovag è un progetto one-man band di Alessandro Vagnoni – già polistrumentista in Bologna Violenta, Ronin, Bushi e tanti altri – fautore di un’originale mix di synth pop, trip-hop e new wave. Dopo l’esordio del 2018 – e suonando contemporaneamente tutti gli strumenti dalla batteria ai sintetizzatori, chitarre, voce e backing vocals – è da pochi giorni uscito il suo secondo album “Toxin” (All Will Be Well Records \ Doppio Clic Promotions) registrato durante il lockdown del 2020.

Ciao Alessandro e benvenuto su Il Raglio del Mulo. È appena uscito “Toxin”, il tuo secondo album, che tipo di percorso c’è stato tra le due release?
Direi che il processo compositivo è stato totalmente opposto a quello del primo disco, nel quale la scrittura dei brani è coincisa con il provare a suonare più strumenti contemporaneamente e cercare di non avvitarmi su di una semplice e sterile esecuzione; provare quindi a costruire delle canzoni vere e proprie. All’inizio è stata un’esplorazione delle potenzialità che questo progetto one-man-band poteva avere in sé. Con questo secondo disco invece ho provato a scrivere e registrare tutti gli strumenti non badando a ciò che e come avrei dovuto suonare “dal vivo”. Da questo differente approccio sono nate delle canzoni meno astratte, più pop insomma.

Ho letto che hai utilizzato alcuni brani del tuo passato musicale, com’è stato recuperare vecchie canzoni non complete e in un certo senso renderle attuali? Si trattava solo di testi o anche di musiche a cui avevi iniziato a lavorare?
In effetti la genesi di questi brani è scaturita (in buona parte) da vecchi file di lavorazione che io e un mio amico e collaboratore di lunga data (Manuel Coccia) avevamo iniziato a comporre due decadi fa e che poi non hanno mai visto la luce, vuoi per l’immaturità compositiva che avevamo nei nostri primi vent’anni, vuoi perché eravamo presi da esperienze musicali di altro genere. Ad ogni modo ho pensato di recuperare piccoli spunti da ognuna di queste idee (a volte solo abbozzi di canzoni), dando loro una forma compiuta all’interno di una direzione musicale che ora mi è più chiara. Ma non mi sono dato regole: ogni canzone è nata da loop di arpeggiatori, riff di chitarra o melodie vocali o da parti di testo particolarmente evocativi. Tutto quello che c’era di buono è stato salvato e riarrangiato.

Spesso i lavori solisti dei batteristi sono caratterizzati da virtuosismi e da un certo tipo di approccio strumentale, per te invece sono fondamentali le canzoni, ma quanto é difficile fare tutto da soli? Dalla voce ai synth – tranne la titletrack “Toxin” dove troviamo il sax dell’unico ospite Sergio Pomante – è tutta opera tua, ma dal vivo suoni tutto in maniera contestuale o c’è qualcosa di pre-registrato?
Concordo con te. Spesso i dischi composti dai batteristi “di riferimento” (i cosiddetti virtuosi) sono per me inascoltabili. Per questo tipo di musicisti realizzare un disco è un pretesto per metterci dentro le loro abilità strumentali. Poi ci sono i dischi di band nei quali ognuno dei componenti è un maestro del proprio strumento e lì raggiungiamo vette di cattivo gusto, per quanto mi riguarda. Il fatto è che io, pur suonando principalmente la batteria, non mi sono mai sentito un batterista puro. Ho sempre avuto sin da bambino la necessità di vedere il mio strumento al servizio di canzoni, di musica che va dritta al cuore delle persone, che cerca di stimolare dei gangli emotivi. Per questo negli anni ho avuto il bisogno di imparare a suonare altri strumenti. In questo progetto in particolare, una cosa è stata la sfida più importante (al di là di suonare batteria, tastiera e lanciare loop in tempo reale): cantare… e ho dovuto cercare un modo che fosse adeguato alle mie capacità limitate. Per quel che riguarda l’esecuzione dal vivo, essenzialmente suono tutto in tempo reale a parte il basso, armonizzazioni vocali e qualche synth di supporto che utilizzo come backing tracks.

Il sound del tuo album mi ha ricordato per certi versi il periodo “new wave” dei King Crimson di “Discipline”, quali sono stati i tuoi artisti di riferimento in questo progetto?
Pensa che i KC di “Discipline” sono quelli che mi piacciono meno… In realtà, pur essendo un estimatore di quel pop sofisticato che negli ’80 e primi ’90 individuo in gruppi come Tears For Fears, Pet Shop Boys, Japan, Depeche Mode, The Cure e altri, non mi sono mai chiesto da cosa derivasse l’approccio musicale che mi porta a scrivere questo tipo di musica. Anzi ti direi che i miei idoli di riferimento sono i Primus, i Tool, i Death, i Meshuggah… tutta roba che non c’entra niente con la musica di Drovag. Ma sicuramente i Beatles sono il mio nume tutelare da sempre.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Non ascolto molta musica ahimè. Questo perché sono costantemente impegnato o ad ascoltare quella che compongo coi miei vari progetti e quella degli artisti per cui lavoro come batterista session in studio. Ultimamente però mi sono ascoltato l’ultimo disco di Tigran Hamasyan, Comet Is Coming, Ghost, Sonido Gallo Negro, Ondatropica e un vecchio disco di Fred Frith che si chiama “Up Beat”, composto per quartetto di chitarre elettriche.

Da tempo lavori in diversi progetti – da Bologna Violenta ai Ronin per citarne solo alcuni – tutte band che dal vivo hanno sempre suonato tantissimo, come riuscite a portare avanti questi progetti in questo periodo così difficile?
Questo avrebbe potuto essere un problema (e comunque non lo è mai stato) se non ci fosse lo stop forzato delle attività concertistiche. Io e gli altri musicisti coinvolti nei progetti che citi facciamo questo di lavoro e quindi cerchiamo di organizzarci meglio che si può. Ora invece il problema non si pone neanche, visto che siamo fermi. Ad ogni modo continuiamo costantemente a sentirci e a breve forse si materializzerà qualcosa all’orizzonte.


Appena possibile ti vedremo live con Drovag? Hai intenzione di portare il disco in giro?
Beh spero proprio di sì. Infatti ho già iniziato a prepararmi per eseguire brani presi da tutti e due i dischi che con Drovag ho fatto uscire, selezionando quello che meglio si presta per la dimensione live e quello che “riesco” a suonare, per la verità… Io sono quasi pronto, vediamo se si riuscirà a fare concerti, se qualcuno mi chiamerà a suonare e soprattutto se vedrò davanti a me non più la solita quindicina di persone intenta per lo più a farsi i cazzi propri durante un concerto.

Tra le tue tante attività nel periodo pandemico hai pubblicato anche un libro di ritratti “Asintomatici”, un’iniziativa molto interessante, ce ne vuoi parlare? Avrà un seguito?
Quella della pittura comunque è una mia seconda pelle, essendomi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Perugia molti anni fa. Dopo un lungo periodo di inattività e con prospettive di guadagno azzerate (concerti e tour saltati di colpo) ho risfoderato pennello e tempere acriliche e ho iniziato ad eseguire caricature, invitando chiunque su Facebook e Instagram ad aderire alla realizzazione di un libro di 100 ritratti dal titolo “Asintomatici” (sold out). Sto ancora continuando a dipingere e a vendere su commissione (sono a quota 350 ritratti circa) e, devo essere sincero, non mi aspettavo tutta questa partecipazione che continua ad esserci.

Cornea – Il suono di quello che non vedi

I Cornea sono un power trio proveniente da Padova dedito a sonorità ipnotiche, pesanti, decadenti ma allo stesso tempo oniriche ed introspettive. I sei brani che compongono l’album d’esordio “Apart” (2020 Jetglow Recordings / Doppio Clic Promotions) – tra chitarre shoegaze immerse nel riverbero e la pesantezza atmosferica tipica del doom – sintetizzano e fotografano il percorso artistico di una band in costante evoluzione. Ne abbiamo parlato con Nicola Mel, chitarrista e grafico della band.

Ciao Nicola e benvenuto su Il Raglio del Mulo. Parlami della genesi della band, provenite tutti da altri act con un passato discografico – Owl of Minerva e Dotzauer – ma come nasce il progetto Cornea?
Ciao Paolo, innanzi tutto grazie per questa intervista, speriamo possa contribuire alla diffusione del progetto Cornea! La band nasce nell’estate del 2015 da un mio desiderio di esplorare un genere più libero e slegato dai soliti cliché del rock, che mi permettesse di sperimentare e creare una musica più intimista, avvolgente, che ti prenda per mano accompagnandoti in un viaggio che mi piace definire “personale”. Ho sempre vissuto la musica come una colonna sonora di immagini e film nella mia testa, e con questo progetto volevo rendere bene l’idea creando un sound più “cinematico” che possa fare da colonna sonora alla vita dell’ascoltatore, o rimandarlo a particolari eventi vissuti in passato. Abbiamo passato non poche disavventure per definire una line up solida e soprattutto per fornire all’ascoltatore un prodotto pensato e sentito, che non fosse l’ennesimo disco post rock, e dopo quattro anni e più eccoci qui.

“Apart” il vostro disco d’esordio è uscito in piena pandemia mondiale, è stata una scelta obbligata o ben ponderata?
“Apart” era pronto per la sua uscita, sebbene con delle differenze e arrangiamenti diversi, alla fine del 2017. Purtroppo però abbiamo avuto la “sfortuna” dell’uscita di due membri dalla band (seconda chitarra e basso) poco prima della release, quindi abbiamo fermato tutto… non ce la sentivamo di far uscire un prodotto che non avrebbe rispecchiato la band dal vivo, non ci abbiamo visto un senso. Abbiamo passato tutto il 2018 alla ricerca di altri componenti, riarrangiato i pezzi per farli funzionare al minimo, cercando solo membri essenziali per tornare operativi e facendo un uso più pesante dei synth. Non ci andava di gettare “Apart” nel dimenticatoio (non si chiamava nemmeno così all’epoca, ma semplicemente “Cornea”) avevamo lavorato tanto a quei brani e sentivamo che significavano qualcosa per noi. Nel 2019 abbiamo completato la line up trovando Sebastiano al basso, è scoccata la scintilla per entrambe le parti, abbiamo lavorato con lui per integrarlo il più possibile nella band con il materiale già presente, lasciandogli spazio creativo senza obbligarlo a replicare le parti di basso precedentemente scritte, e in fine abbiamo registrato nuovamente tutto nella sua nuova forma… così è nato “Apart”. Poi è arrivata la pandemia di Covid19, il lockdown e tutto il resto… l’ennesimo ostacolo… ma non ci siamo fatti abbattere, è un disco che fa viaggiare e la gente era costretta in casa, l’abbiamo sentita come una vocazione, “Apart” doveva uscire… per liberare le persone, almeno virtualmente.

La vostra musica genera un flusso costante di emozioni, da cosa traete ispirazione? Quali sono le vostre band di riferimento?
Difficile dirlo. L’ispirazione viene dalle emozioni stesse, a volte da film mentali, come una febbre da smaltire, un demone da esorcizzare mettendo tutto quello che proviamo in musica. Stiamo anche ore a jammare insieme, cercando di andare in dimensioni alternative per poter portare indietro qualcosa per l’ascoltatore, siamo come tre sciamani. A livello di band non ci ispiriamo a nessuno direttamente anche se le influenze sono spesso chiare, ci paragonano ai classici God Is An Astronaut e This Will Destroy You, ma sebbene amiamo le suddette band, le nostre radici sono sicuramente nel rock psichedelico, Pink Floyd su tutti, ma anche Black Sabbath, Cure, Isis… il doom metal e lo shoegaze sono ingredienti che ci piace mescolare insieme per creare il nostro linguaggio, ma non siamo ne uno ne l’altro. A livello personale ognuno di noi ha influenze diverse.

Mostrare ciò che non si può vedere con gli occhi attraverso la musica è il vostro fine. Nella musica strumentale – soprattutto dal vivo – spesso per essere vissuta a pieno ci si serve di visual & di immagini, voi ci avete mai pensato?
Concordo con te, ma non è facile. In Italia le strutture e le situazioni dove le band emergenti possono esibirsi non hanno quasi mai la pazienza e la volontà di permettere alle band di preparare scenografia, luci e tutto il resto, spesso sono situazioni standard. In passato (ahimè quando si potevano ancora fare concerti) abbiamo giocato molto con luci sincronizzate e tanto fumo, ma spesso trovavamo resistenza da parte delle venue, solitamente vige l’idea di “sali, suona, scendi e non rompere le scatole”. Ci piace molto lavorare con i video, e ci stiamo attrezzando per offrire show sempre più immersivi, ma bisogna cercare di tenere il tutto molto “smart” e soprattutto trasportabile.

Il format power trio ha sempre avuto infinite possibilità, ultimamente sia in ambito stoner rock che post/rock e metal c’è un rifiorire di questo tipo di assetto, la vostra è stata una scelta casuale o magari logistica?
Come ti dicevo prima inizialmente eravamo in quattro, poi contro la nostra volontà siamo rimasti in due e al momento della ridefinizione della line up abbiamo voluto tenere le cose al minimo, l’essenziale diciamo. Con la formula del power trio sentiamo che ogni strumento ha il suo spazio e può portare un contributo più ampio, potendosi esprimere liberamente senza saturare oltremodo i brani. C’è più ordine… è anche più difficile però!

La grafica di copertina è favolosa, chi ve l’ha curata?
Ti ringrazio, l’ho creata io tramite A Spring Of Murder, il mio nickname per i miei lavori d’illustrazione. Il filo conduttore che domina “Apart” è la separazione, molte canzoni sono state scritte per esorcizzare adii, sentimenti di esclusione, dolore… ma tutto è così selvaggio, a tratti tribale, primordiale. A due creature innocenti viene impedito di stare insieme, tutto si separa, anche la carne, la vita, la corona separa il popolo, mentre la natura ci guarda silenziosa. Ogni cosa ha un significato, magari anche solo personale, però penso di essere riuscito a convogliare un sentimento di dolore e rinascita, la presenza dei fiori ha un motivo, nel folklore i ciclamini erano visti come una protezione dai malefici, tutto rifiorisce.

Ho notato nella vostra pagina Facebook un minitrailer dell’album, avete intenzione di pubblicare un videoclip prossimamente?
Ci piacerebbe molto. Stiamo creando tanti trailer e mini video, sfruttiamo l’inattività live per creare più contenuti possibile. Sui nostri social potete vedere delle “video pills” che stiamo creando per ogni brano del disco, immagini che aiutino a convogliare emozioni e stati d’animo parallelamente ai brani di “Apart”. Ci piacerebbe creare anche un video ufficiale di una canzone, stiamo ancora pensando se farlo con “Apart” o aspettare il nuovo materiale (in scrittura), vogliamo farlo bene evitando video banali, la pandemia non ci ha permesso di farlo in contemporanea con l’uscita del disco.

Sperando di potervi vedere presto dal vivo – immagino che il vostro show fosse pronto da tempo – avete pensato di proporre un live in streaming? Che ne pensate di questa modalità che sta prendendo piede?
Anche noi speriamo di tornare a suonare live al più presto, non vediamo l’ora che questa situazione di blocco finisca, tantissimi locali stanno chiudendo e tantissimi artisti rimangono congelati senza un’audience reale, è molto grave e deve finire al più presto. Per quanto riguarda live in streaming, ci abbiamo pensato e sarebbe molto bello organizzare qualcosa, non siamo molto pratici delle piattaforme streaming, siamo una band indipendente e facciamo praticamente tutto da soli. Per quanto riguarda le esibizioni live “alternative” mi piacerebbe cogliere l’occasione per promuovere il nostro ultimo progetto “The October Tapes”, ovvero un paio di canzoni registrate live in studio, sia audio che video. Il primo brano è già online da pochi giorni, in premiere sul canale di Where Post Rock Dwells, si intitola “Pink” ed è un brano inedito non presente in “Apart”. Siete tutti invitati a guardarlo, fateci sapere cosa ne pensate!