DuoCane – Teppisti da sempre

“Teppisti in azione nella notte” è il primo full length dei Duocane, power duo pugliese composto da Stefano Capozzo (basso e voce) e Giovanni Solazzo (batteria), amici di vecchia data e musicisti in svariati altri progetti (Banana Mayor e Turangalila su tutti). Anticipato dal dissacrante singolo “Neqroots” (omaggio ad un mitico calciatore del Bari degli anni ’90), l’album d’esordio della band è il seguito ideale dei primi due EP “Puzza di giovani” (2019) e “Sudditi” (2020), ed esce autoprodotto il 12 ottobre 2022, su Cd oltre che in streaming e digital download.  Otto tracce in bilico tra math-rock, stoner & noise, dall’approccio ironico e dissacrante.

Ciao ragazzi e bentrovati sul Raglio! E’ finalmente uscito il vostro primo full lenght, in realtà dal vostro esordio del 2019 non vi siete mai fermati pubblicando ancora un Ep nel 2020 e adesso un disco di otto tracce. Come spiegate questa vostra prolificità? 
Siamo in due e questo rende più semplice la stesura dei brani, non c’è nessun chitarrista con relativo ego a rallentare i processi creativi.

Nella nuova release vi siete avvalsi di diverse collaborazioni che hanno allargato un pò lo spettro sonoro del duo, ce ne volete parlare?
Nel nostro disco hanno collaborato Gianluca Luisi al vibrafono, Alessandro Vitale al sax, Pino di Lenne agli archi (l’unico presente anche nel nostro EP precedente “Sudditi”) ed Enrico Carella alle tastiere. L’intento è stato quello di ricreare in studio il nostro suono naturale avvalendoci della possibilità di arricchirlo con quelle voci nella testa che ci dicevano “metti questo, metti quello, vedi come suona bene?”. Abbiamo avuto entrambi la fortuna negli anni, di suonare con tanti musicisti di diverse estrazioni (dal metallaro al jazzista, all’accademico, al frikkettone puzzolente che non paga le birre ecc.). Quindi abbiamo colto l’occasione di toglierci degli sfizi sonori cercando di rimanere fedeli ad un approccio punk e viscerale.

Spesso suonare in duo non è affatto facile, anzi sicuramente non lo è, per voi è una cosa molto naturale. Come siete arrivati a questo approccio?
Abbiamo suonato insieme nel primo periodo dei Banana Mayor e ci conosciamo da quasi vent’anni, questo ci permette di avere una confidenza tale da amalgamare le menti creative con molta facilità. Abbiamo gusti molto simili e complementari e pur essendo persone molte diverse, siamo praticamente cresciuti insieme.

Suonate insieme da tempo e anche in altri progetti come ad esempio i notevoli Turangalila, come riuscite a ritagliare lo spazio per entrambi questi due progetti così impegnativi?
Giovanni: non ho tempo manco per cacare, bugia, cancella… sono sempre stressato, no dai cancella.
Stefano: dai dì la verità.
Giovanni: grazie per il complimento ai Turangalila. Non solo suono in questi due gruppi, aggiungici pure il lavoro e la gestione della propria vita privata e familiare. Dormo 10 ore a settimana e sono stressato. Però si fa, e non solo, mi piace moltissimo farlo, la musica è tuttora una cosa che ci distende, eccita e rilassa, ne abbiamo bisogno. Qualora questa cosa dovesse venir meno non avrei dubbi nello smettere.
Stefano: non vado in palestra.

Math rock, noise, stoner ma c’è qualcuno a cui vi ispirate o una band che è vicina attitudinalmente ai Duocane?
Non c’è una band in particolare che ci ispira, o magari sono così tante che sarebbe un casino elencarle tutte. Le nostre influenze vanno dagli anni 70 alla contemporaneità, con particolare predilezione per i ’90, dalla banda di paese di Acquaviva delle Fonti agli Yob.

Il vostro sound è alquanto rumoroso ma c’è sempre un notevole spazio per la melodia, in che maniera scrivete? Vi occupate entrambi dei testi?
Sì, i brani partono sempre da una particolare idea di uno dei due, un riff o un ritmo, e poi ci si lavora sopra, insieme sia per i testi che per le musiche, buttando idee e dicendo stronzate fino a che la “cosa” non raggiunge una forma che soddisfi entrambi. Più o meno come stiamo rispondendo a turno a queste domande, mentre ora Stefano fuma una sigaretta.

Parlatemi un po’ del singolo “Neqroots” dedicato al mitico calciatore del Bari, come vi è venuta questa idea?
Giovanni era andato in bagno e Stefano stava suonando da solo al locale col nostro amico Giulio. Eravamo in lockdown e provavamo di nascosto in saletta per soddisfare bisogni etilici e sociali. Di ritorno dal bagno, Giovanni sentì i primi due versi canticchiati da Stefano e il resto lo scrivemmo tutti e tre in quella stessa sera. Ci parve da subito una idea corretta e giusta dedicare un pezzo a un monumento della nostra infanzia. Neqrouz è stato un idolo nella nostra zona in quegli anni, e circolavano varie leggende su di lui. Successivamente abbiamo scoperto che alcune sono probabilmente vere, dato che davvero Neqrouz, a quanto pare, era solito frequentare madri di gente che conosciamo da vicino. Tra l’altro, con viva e vibrante soddisfazione, ci teniamo a dire che il vero Neqrouz ha ascoltato il pezzo e adesso ci segue su Instagram e ci mette i cuoricini. Neanche suonare al Lollapalooza potrebbe mai donarci cotanta infinita giuoia.


Vi lascio un po’ di spazio per dire quello che volete, fate un autopromozione il più sfacciata possibile al vostro disco.
Siamo ben consci del fatto che nessuno ascolti più i dischi, soprattutto quando si tratta di un formato CD, ma vi assicuriamo che tali feticci sono sia belli da guardare che da toccare, diremmo addirittura annusare, concedendovi così di vivere una meravigliosa esperienza sinestetica. Essendo tra l’altro questo “Teppisti in azione nella notte” un disco concepito in maniera unitaria e omogenea, come opera unica, ci piacerebbe venisse ascoltato nella sua interezza e totalità, anche se sappiamo che questa cosa non è esattamente tipica dei nostri tempi votati alla distrazione perenne. Scusate per questa parentesi alla Mastrota con le pentole. Forza Roma sempre.

Le Zoccole Misteriose – Oltre la siepe dell’underground

“Oltre la siepe” è il nuovo EP de Le Zoccole Misteriose, band di culto della scena underground abruzzese attiva dagli anni ’90 e tornata sulle scene con una formazione rinnovata. Interamente dedicata alla figura di Giacomo Leopardi, la quarta fatica discografica presenta una band che dal punk degli esordi si è evoluta in una incendiaria miscela di stoner rock, hardcore e blues luciferino. Il tutto è accompagnato dai testi secchi, scarni e d’impatto di Raffaele De Gregorio, unico superstite della formazione originale.

Ciao ragazzi, benvenuti su Il Raglio del Mulo. La vostra band è tra le più longeve del panorama punk underground italiano, com’è cambiata la scena intorno a voi? Ne siete influenzati o avete sempre pensato a voi stessi e al vostro percorso?
Una volta c’erano molte band anche da queste parti, c’erano anche più spazi per suonare. Attualmente, invece, non c’è quasi nulla. Comunque per vari problemi lavorativi, non abbiamo viaggiato molto o almeno non quanto avremmo voluto, quindi non abbiamo avuto molti contatti con la scena italiana.

Le Zoccole Misteriose nascono come punk band con testi ironici in italiano, nella vostra ultima release però ci sono svariate contaminazioni con doom, blues, stoner, sax impazziti e quant’altro, ci volete parlare un po’ di come sono nati i nuovi brani?
I brani sono nati naturalmente unendo il sound di musicisti molto diversi tra loro, ma che per riuscire a coesistere musicalmente hanno comunque qualcosa in comune.

“Oltre la Siepe” è dedicato alla figura di Giacomo Leopardi, come mai questa scelta?
Personalmente sono sempre stato affascinato dal pessimismo e dalla figura di Leopardi e forse mi ci sono anche un pochino riconosciuto. Comunque, mi sono chiesto come avrebbe reagito Giacomo, in virtù del suo pensiero, di fronte alla società contemporanea e, francamente, credo proprio che sarebbe impazzito: ed è questo il senso dell’album

Come nascono i testi delle vostre canzoni? 
A volte mi vengono in mente frasi che hanno un significato e che mi sembra suonino bene, ed infatti mi rimangono in testa per giorni. Poi in sala prove cerco di arricchirle con pensieri attinenti: in realtà, non li scrivo quasi mai su carta

Nel corso del tempo la line-up de Le Zoccole Misteriose è cambiata svariate volte, in che maniera i nuovi membri hanno contribuito al rinnovamento del sound?
Ogni musicista che ha suonato con noi ci ha messo del suo ed ha lasciato la sua influenza, ho sempre pensato che un musicista debba avere la massima libertà creativa, altrimenti che sfizio ci sarebbe?

Siete noti nel sottobosco per le vostre incendiarie esibizioni dal vivo, vi vedremo in giro nei prossimi mesi?
Sinceramente lo spero tanto, suonare nei live è l’unica situazione in cui mi sento veramente libero.

L’Abruzzo è una regione che ha sempre prodotto notevoli e interessanti band underground tra i generi più disparati, c’è qualcuna di esse con cui avete condiviso il palco o con cui c’è una particolare comunione d’intenti?
Sicuramente Le Scimmie – che sono il duo stoner del nostro chitarrista Angelo Mirolli, detto Xunah – e sono veramente una grande band.

In Puglia c’è un festival “In Riva al Punk” che negli ultimi anni sta avendo notevole riscontro sia di pubblico che di band partecipanti, siete mai venuti dalle nostre parti? Riuscite ad esibirvi con regolarità in questo tipo di festival a tema?
Purtroppo non conosciamo questo festival ,ma comunque cerchiamo di esibirci il più possibile.

Avete in programma di far passare molto tempo fino al prossimo disco o siete già attivi su nuovi brani con la nuova line up?
Pensiamo di rimetterci a lavorare in sala prove in autunno per scrivere nuovi pezzi.

Non deve essere semplice mantenere una certa ironia e allo stesso tempo essere presi sul serio, in Italia non ci sono tantissime band che propongono ancora questo tipo di rock, allo stesso tempo abbiamo l’esempio degli Skiantos che sono un monumento alla quale anche uno come Iggy Pop ne ha ricordato la grandezza, quali sono le vostre influenze?
Le influenze sono tante e variano per ogni elemento del gruppo, cerchiamo di miscelare assieme e di farci uscire qualcosa che ci convince: queste sono Le Zoccole Misterose.

Migraine – Puglia rocks

Anticipato dall’uscita del singolo “Fentanyl”, è da poco fuori l’omonimo EP d’esordio del power trio alternative rock pugliese Migraine, edito per l’etichetta Dirty Brown Records / Doppio Clic Promotions. Sette tracce da ascoltare tutte d’un fiato, granitiche e melodiche allo stesso tempo, per un sound che potrebbe far gioire i fan di Royal Blood, Q.O.T.S.A. e del Seattle sound anni novanta.

Ciao ragazzi, benvenuti su Il Raglio del Mulo. Il vostro EP d’esordio è uscito da qualche mese, com’è stato accolto dalla stampa specializzata?
Ciao a voi ragazzi e grazie per averci accolti su Il Raglio del Mulo. Beh direi molto bene abbiamo ricevuto degli ottimi apprezzamenti, Rockit diceva: nonostante i forti richiami alla tradizione passata del rock, i Migraine riescono nel difficile compito di conferire energica vitalità al proprio sound. Questo ci piace molto perché è inutile girarci intorno, bisogna fare tesoro del passato! Il nostro obiettivo è quello di dare la giusta vitalità al nostro sound, e su quello ci lavoriamo abbastanza.

Sei tracce molto “catchy” più uno strumentale, la vostra non è certo una proposta alla moda, da dove trovate l’ispirazione per il sound dei Migraine?
Magari la nostra proposta fosse alla moda, di sicuro esisterebbero un sacco di realtà stimolanti con tanta buona musica da ascoltare. Come troviamo la nostra ispirazione? Bella domanda. Volete entrare nell’intimo? Non ve lo diremo mai… ah ah ah! Il nostro sound vien fuori dalle diverse esperienze musicali che ogni uno di noi ha avuto in passato.

Ultimamente in Puglia troviamo diverse band che si affacciano allo stoner rock ed un certo tipo di sonorità legato ad un rock ruvido ma soprattutto autentico, c’è qualche band con cui condividete lo stesso percorso?
Intanto ci fa molto piacere che nella nostra regione lo stoner rock stia prendendo piede. Siamo in buonissimi rapporti con i nostri amici Sound’s Bordeline di Fasano, anche loro power trio stoner/rock.

Personalmente adoro il formato power trio, c’è qualche band a cui vi siete ispirati magari con lo stesso tipo di formazione?
Assolutamente no, ci siamo ritrovati in tre, abbiamo fatto le prime prove poi è scattato l’amore. Le band che ci piacciono sono formate da più elementi e sicuramente al sound il quarto elemento darebbe quella spinta in più, ma a noi piace il trio ed è quello che poi ai live non ti aspetti che suoni così potente.

La provincia di Brindisi, da dove provenite è un po’ decentrata rispetto al resto della Puglia, com’è la situazione live da quelle parti? Ci sono spazi dove proporre roba interessante?
Abbiamo una domanda di riserva? Purtroppo no ragazzi, dalle nostre parti c’è una situazione imbarazzante per quanto riguarda i live. Per lo più le proposte nei locali sono di tribute band e ci siamo anche scassati parecchio di sentirle live ovunque.

Spulciando nella vostra pagina facebook ho notato anche delle versioni unplugged dei brani, avete proposto degli showcase anche in questa versione?
Per il momento no, ma stiamo valutando anche questo, e poi gli showcase unplugged hanno sempre il loro fascino.

Avremo modo di vedervi live questa estate?
Per il momento vi portiamo a conoscenza di alcuni live confermati, il 21 giugno suoneremo ad un secret show a San Vito dei Normanni, l’1 luglio parteciperemo alle selezioni provinciali per Arezzo Wave a Brindisi, il 7 luglio a San Giovanni Rotondo e sarà un’anteprima del Promontorio Music Fest, il 15 luglio all’arci Rubik di Guagnano e poi il 16 luglio saremo a Trani al Freakout Stoned Fest insieme agli Anuseye e The Apulian Blues Foundation. Ci farà piacere poi portarvi a conoscenza di live futuri, anzi se volete il nostro sound dalle vostre parti chiamateci pure.

Del Norte – Lo/Fi for life

Da poco fuori con il primo full length autoprodotto, i Del Norte sono tra le proposte più interessanti nell’ambito della scena indipendente tricolore. Alternative noise rock di matrice 90’s che trae ispirazione dai riffoni di Nirvana e Dinosaur Jr e dalle melodie di Wavves, con un forte accento sulla componente fuzz e lo-fi. “I Was Badger Than This” è il titolo del loro esordio sulla lunga distanza presentato dalla Doppio Clic Promotions.

Benvenuti su Il Raglio Del Mulo ragazzi, ho molto apprezzato il vostro primo album “I Was Badger Than This” che ho trovato molto in controtendenza rispetto alla maggior parte della roba che si sente in giro, mi raccontate come nasce il sound dei Del Norte?
Ci fa molto piacere! In verità la band parte come power trio con un’attitudine noise / lo-fi abbastanza classica, quindi un sound derivativo che si ispirava comunque a band più recenti, come gli Wavves. Gabba, prima di ogni prova,  ha sempre proposto un sacco di idee di pezzi registrandoli direttamente in casa, con questi suoni lo-fi potenti e sporchi, ma con quel tocco di digitale che li rendeva più eterei. Andando avanti a provarli e suonarli ci siamo accorti che quel sound casalingo ci piaceva un sacco e funzionava veramente con le nostre orecchie, quindi abbiamo deciso di produrre un disco che potesse dare le stesse nostre sensazioni, e ci volevano proprio quei suoni.

Dalle note stampa leggo che avete scelto di registrare tutto da soli –  a parte la batteria – scegliendo volutamente un suono lo/fi ma soprattutto digitale, cosa è cambiato rispetto al vostro Ep del 2017?
Per il primo EP l’intenzione era proprio quella di tirare fuori un suono che ricordasse lo stile grezzo dei Dinosaur Jr e Sebadoh ed è stato un approccio quasi totalmente analogico, dai microfoni vecchi di 50-60 anni al passaggio finale su bobina; per quanto riuscito però mancava qualcosa di più originale, e ispirandoci appunto alle “registrazioni casalinghe” abbiamo fatto le prese di chitarra e basso direttamente da pedaliera a scheda audio, andando a miscelare effetti per renderli più vicini possibile alla nostra idea; le batterie avevano necessità di avere delle prese pulite e fatte bene, ritoccando i suoni eventualmente dopo, da qui la scelta di registrarla in studio, scelta opposta delle voci che sono state letteralmente registrate con il microfono integrato del mcbook (ci piaceva troppo). Per non fare un disastro nelle fasi più delicate ci siamo affidati alle mani e orecchie di Michele Conti al mix e mastering che, capendo da principio la nostra idea, è riuscito a  perfezionare il tutto con la sua esperienza, come la scelta del chitarrone mono al posto della classica doppia presa in stereo, che ha dato una grinta unica al posto del solito suono prodotto “a puntino”.

Le vostre influenze pescano soprattutto da un certo noise/rock figlio dei Dinosaur Jr e dei Nirvana più deviati, ma avete anche altre influenze che non si percepiscono dall’ascolto del disco?
Per non fare appunto i “soliti nomi” possiamo citare sicuramente i primi Flaming Lips (pre-Soft Bullettin), Motorpsycho, Pixies, Verdena, Weezer, Grandaddy, American Football, Camper Van Beethoven, Fugazi, Beastie Boys, John Frusciante, e il nostro preferito: Jimi Hendrix.

Ci sono delle band con cui sentite di avere uno spirito affine?
Per attitudine e stile sicuramente ci siamo molto vicini ai Pavement come gruppo storico, mentre per citare un gruppo più contemporaneo potremmo dire gli Wavves; come gruppo italiano invece i nostri concittadini Soria, che salutiamo!

Il vostro album è disponibile in digitale su Bandcamp e lo avete stampato in musicassetta, una formato che ultimamente sta riprendendo piede, mi volete parlare del perché di questa scelta?
Abbiamo notato che quasi tutti avevano ascoltato l’EP da supporti digitali, scaricato in mp3, da Spotify o da Youtube, anche chi lo possedeva già fisicamente, e, al posto di stampare le solite centinaia di copie masterglass in CD, abbiamo preferito dare un supporto più particolare e caratteristico per il nuovo album. Visti i costi e tempi assurdi per i vinili ci siamo buttati solamente sulle cassette, per rimanere anche più coerenti al periodo storico a cui ci ispiriamo; e poi a dirla tutta l’idea di mettere una produzione così digitale su nastro ci faceva ridere.

Come si vive a Pesaro? A parte il periodo difficile per la musica dal vivo, riuscite ad esibirvi dal vivo con frequenza? 
La cosa assurda della nostra zona è che, per una scena così prolifica, la proposta live nei locali è veramente limitata, specialmente in inverno; per fortuna in estate ci sono diverse iniziative che offrono anche tanta qualità. Purtroppo  sono scomparse diverse bellissime realtà, anche ben strutturate, ben prima del 2020, dovendo fare i conti con tutte quelle che sono le difficoltà del caso (sempre maggiori).  Noi “pesiamo” parecchio le date, anche troppo, ed’è sicuramente ora che torniamo a fare casino sui palchi più spesso.

Raccontatemi uno degli aneddoti più curiosi che vi è capitato suonando in giro come band.
Questa è sicuramente la più divertente, anche se non è qualcosa di cui andare troppo fieri: eravamo primi in scaletta nel palco secondario di un festival e abbiamo iniziato come da programma a suonare in pieno pomeriggio; intanto nel main stage c’erano ancora Blixa Bargeld e Teho Teardo che non avevano finito i suoni della loro sezione archi, erano molto arrabbiati, e volevano le nostre teste.

Per il futuro avete intenzione di mantenere la vostra etica del Do it Yourself o magari farvi affiancare da qualche etichetta?
Mettiamola così: siamo felicemente single ma se qualcuno si mostra interessato possiamo uscire e vedere come va!


Underworld Vampires – Mondi paralleli

“Mondo Parallelo” (Doppio Click Promotions) è l’esordio sulla lunga distanza della rock band pugliese Underworld Vampires tra reminiscenze wave, incursioni elettroniche e un notevole gusto pop per le melodie, il tutto cantato rigorosamente in italiano. In attività dal 2018 come duo e dopo svariate demo pubblicate su YouTube, nel Maggio 2020 la band si completa e pubblica la cover “Big Sleep” dei Simple Minds, ricevendo pubblicamente i complimenti della band scozzese. Un viaggio sonoro che si è concretizzato in un album – anticipato dai singoli “Orso Bruno” e “Foskia” – la cui genesi ci è stata raccontata dal trio stresso.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio del Mulo, è da pochissimi giorni uscito il vostro primo album “Mondo Parallelo”, che riscontri sta avendo? Ne siete soddisfatti?
Nicola: Si, siamo molto soddisfatti, i riscontri sono più che positivi, le recensioni accattivanti, i paragoni con altre band importanti sono davvero sorprendenti! 

Com’è nato il progetto Underworld Vampires?
Nicola: Il progetto è nato come una sfida creativa, come un gioco che si è poi evoluto col passare del tempo (2 anni). Le canzoni sono nate nottetempo, a Venezia dove vivo…  inizialmente erano  versi, poi nei giorni successivi si trasformavano in melodie che registravo con lo smartphone rigorosamente all’alba, e le inviavo quindi a Mimmo (Domenico Capobianco), che invece vive in Puglia, il quale incuriosito e divertito dalle melodie pop malinconiche e darkeggianti ha iniziato a cucirci addosso degli arrangiamenti, con il suo computer, mentre era in viaggio.
Mimmo:
Sì, è stata una sfida molto originale, per entrambi: per Nicola perché non scriveva versi da quando era bambino, e per me perché non mi era mai capitato di comporre musica partendo da una melodia vocale, cantata tra l’altro in italiano (altro elemento di novità per due appassionati come noi prevalentemente di musica anglofona). Le melodie erano così naturalmente pop che è stato necessario creare un “ponte” per collegarle al nostro DNA più legato al rock elettronico e alla new wave.
Nicola: Che bei ricordi! E’ nato un ping pong di demo inviati via whatsapp tra Venezia e Capurso (Puglia), dove vive Mimmo, le canzoni sembrano incredibilmente avere un senso sin da subito… Mimmo ha dato una impronta “elettrodark” al sound, e io da buon nottambulo, vampiro e insonne non chiedevo di meglio! Abbiamo iniziato così a “vampirizzare” le diverse idee melodie e liriche che nascevano.
Mimmo: Abbiamo così iniziato a condividere le prime demo, fatte tutte rigorosamente in casa, e l’opportunità poi di farle diventare un vero e proprio disco registrato in studio ha fatto il resto e ci ha fatto conoscere il terzo vampiro, Francesco Valentino detto Pra, fonico e produttore di altri artisti pugliesi a noi cari come Stain e Matteo Palermo. Pra viene dal rock più prog, una decade e passa più giovane di noi, oltre ad essere anche un cantante eccezionale che ha portato quella carica di aggressività e potenza che serviva per completare il nostro sound. Ci è venuto naturale accoglierlo come terzo membro della band. E poi abbiamo lavorato nel suo Asylum studio, un luogo davvero fantastico!

Di base siete un trio ma il vostro è un collettivo molto aperto, in che maniera scegliete le collaborazioni e i musicisti da coinvolgere?
Nicola: Il nostro è stato una sorta di patto di sangue in musica tra differenti generazioni, a partire dagli adolescenti sino ai più “grandi”, gli estimatori delle sonorità new wave anni 80 per intenderci… di questo siamo più che felici! Forse il concetto di vampiro sta proprio in questo “succhiare il sangue” ad altri artisti diversi da noi, per restare creativamente giovani e vivere musicalmente la contemporaneità. Trarre forza dalle loro tendenze musicali, dai loro suoni  e nello stesso tempo dare loro la possibilità di conoscere meglio le nostre esperienze, le nostre origini. Siamo riusciti a coinvolgere anche un baby vampire che ha dato pregio al nostro lavoro con un’ intensa take di rime nel “Brano Six Falling Stars”, Morash artista di soli 18 anni appena compiuti al momento in cui ha realizzato la parte rap in italiano in quel brano! E poi i giovanissimi ma ormai affermati Stain hanno collaborato al nostro disco ed anche artisti solidi  e d’esperienza come Matteo Palermo che ha registrato le chitarre e due vocalists d’eccezione, ineguagliabili come Giuliana Spanò (Immobili, Angelo Strano Six Falling Stars) e Raffaella Distaso (Foskia, Orso Bruno, Mondo Parallelo).

A parte un brano in lingua inglese, il vostro sound riporta a un certo tipo di sonorità italiche di fine anni 90 – penso ai primi Subsonica ma anche al Battiato più elettro-rock – che a loro volta si rifacevano a un certo tipo di wave d’oltremanica in voga negli anni 80, quali sono le vostre maggiori influenze?
Mimmo: In realtà tutte queste influenze non le abbiamo mai pienamente percepite prima di leggere le varie recensioni. Ma ne siamo davvero orgogliosi, le influenze non vanno negate, noi siamo quello che ascoltiamo, direbbe qualcuno, e per forza di cose ti rimane dentro un’attitudine che viene assorbita e si trasforma in qualcosa di nuovo. Sicuramente nei nostri ascolti di musica italiana ci sono Battiato e Subsonica, ma anche CSI, Baustelle, Afterhours, per citarne solo alcuni, portando un profondo rispetto a tutti loro. Sul fronte straniero poi abbiamo l’imbarazzo della scelta… siamo cresciuti negli 80 a pane e Simple Minds, Depeche Mode, Cure, Cult, poi nei 90 con Nirvana, Pearl Jam, fino ad arrivare a Radiohead, Nine Inch Nails, e più recentemente Editors, Killers, Interpol, Arcade Fire. Il bello è che tutti questi artisti rimandano a loro volta a dei “capostipiti” come Ktraftwerk per la parte elettronica, David Bowie per la parte più “glam” e Joy Division per le atmosfere dark più “tese”. E’ un flusso circolare che si arricchisce sempre con qualcosa di nuovo col passare del tempo e non si fermerà mai.

Nel vostro immaginario vi rifate ad un mondo parallelo, sotterraneo, come nascono le liriche dei vostri brani?
Nicola: Il termine Underworld presente nel nome della band o il concetto di “Mondo Parallelo” che traspare spontaneamente nei testi del nostro disco, sono temi astratti, ampi, onirici, ma allo stesso tempo hanno una semantica fortemente “terrena”, più che di fuga dalla realtà. Il “mondo altro” è forse  uno sprono a vivere con un approccio metafisico e metaforico nel mondo di ogni giorno. Un invito ad  interiorizzare la vita, a personalizzarla senza stereotipi a guardare oltre le cose tangibili, ad affrontarla consapevoli degli “assurdi”,  dei “controsensi”, dei “colpi di scena” a cui andiamo incontro, gli stessi che sono dentro di noi e che noi stessi possiamo generare. Realtà e realtà immaginifica possono coincidere, nel bene e nel male, sta a noi porci nel punto focale perché ciò avvenga. “Mondo Parallelo” è dunque una chiave di lettura del mondo reale, negativa o positiva dipende da noi. Potremmo definirlo un disco “di acqua” , l’acqua è l’elemento più presente nei brani (forse per influenze lagunari) . L’acqua può essere sogno e metafora della vita come il fiume che ci porta via, inesorabilmente verso “la fine” in “Distrazioni H2O”, ma poi (colpo di scena) torna indietro  verso la sorgente! L’acqua stessa è oggettivamente vita! Surreale e reale sono indivisibili, tutto è  possibile nel mondo di ogni giorno… nel “Mondo Parallelo”.

In che maniera siete supportati da Puglia Sounds? Sembra che in Puglia ci sia un’isola felice dove tanti progetti come il vostro vengono seguiti e in un certo senso avviati al mondo discografico.
Mimmo: Negli ultimi anni abbiamo sempre più apprezzato il modo in cui Puglia Sounds ha iniziato a realizzare contenitori dedicati alle arti che gravitano attorno alla musica (Medimex) oltre a creare opportunità per i musicisti stessi (Bandi Records, Live, etc), sempre in maniera molto radicata con il territorio in cui viviamo. Il nostro è stato uno tra gli oltre 300 progetti che hanno visto la luce quest’anno grazie all’intervento di Puglia Sounds ed è stato attivato attraverso un bando pubblico, con tanto di requisiti giustamente piuttosto stringenti, legati alla realizzazione e alla promozione del progetto musicale stesso. Produrre professionalmente un album con 8-10 canzoni non è una passeggiata, e richiede una coerenza artistica e concettuale che coinvolge diverse professionalità che vanno valorizzate alla stregua del miglior artigiano. E di queste eccellenze ne abbiamo tantissime in Puglia.

Non ho potuto fare a meno di notare tra i ringraziamenti nel booklet del disco un nome importante come quello di Jim Kerr (voce dei Simple Minds), raccontatemi un po’ di questo vostro importante “sponsor”, so che loro hanno molto apprezzato anche una cover che avete pubblicato tempo fa.
Nicola: Sia io che Mimmo, siamo sempre stati dei fans storici dei Simple Minds: la sperimentazione dei primi album, i suoni di synth e chitarra così osmoticamente miscelati, al punto che diventava difficile distinguerli, uniti alla voce e al carisma del cantante storico Jim Kerr e ad una sezione ritmica superlativa ci hanno sempre coinvolto molto. Non a caso le nostre “testimonianze” sono state pubblicate nel libro dei Simple Minds Heart of Crowd,”. Jim è una persona affabile e disponibile nei confronti di tutti i suoi fans. Questo  ha dato la possibilità ai Vampiri di inviargli la cover di un loro classico (ma non troppo) “Big Sleep”,  durante il primo lock down. Jim ha apprezzato molto il brano e lo ha pubblicato sulla pagina FB social dei Simple Minds plaudendo al coraggio avuto nel reinterpretare quel pezzo, stravolgendone la forma. Per noi UV è stata una soddisfazione indescrivibile, ci ha caricati molto, ci dato l’entusiasmo per portare in studio il nostro progetto. 

Ho avuto modo di apprezzarvi in un live streaming al Medimex, avremo modo di vedervi in giro dal Vivo per la promozione del disco? 
Nicola: Portare a casa quel primo  live di 20 minuti per noi è stato molto importante per acquisire consapevolezza e identità come live-band, in quanto era la prima volta che ci esibivamo tutti insieme suonando quei pezzi. Ma è stato soprattutto un grande divertimento tra amici! E’ nato tutto per gioco e per amicizia, la passione ed episodi inaspettati ci hanno indotti a continuare sino al release dell’album. Una cosa è certa: continueremo a divertirci, con la scrittura e la creazione di nuovi brani in studio. Confessiamo che il richiamo del “mondo altro” del live  è forte, soprattutto dopo questa prima entusiasmante esperienza Medimex. E i Vampiri sono sempre  attratti dai “i mondi paralleli”!

Opium/Absinth – L’oppio e l’assenzio

“Nullified Thoughts” è l’EP d’esordio degli Opium/Absinth, power duo piemontese capitanato da Maurizio Cervella (basso e voce) e Mattia Fenoglio (percussioni). Cinque tracce di violentissimo noise/sludge con tendenze grind, ispirate ai grandi maestri del genere come Eyehategod , Unsane e Today Is The Day. Il primo lavoro discografico degli Opium/Absinth è uscito nell’estate del 2021 co-prodotto dalle label indipendenti Vollmer Industries, Brigante Records & Productions, Longrail Records e Tadca Records ed è promosso dalla Doppio Clic Promotions.

Salve ragazzi il vostro Ep d’esordio, uscito ormai da qualche mese, è davvero un crudele pugno nello stomaco. Come sta andando?
Salve a voi e grazie per questa possibilità di fare quattro chiacchiere. Il nostro EP “Nullified Thoughts” è uscito appunto il 14 luglio e i risultati sono per ora molto incoraggianti. Su YouTube ha superato le 1600 visualizzazioni (canale 666MrDoom) e abbiamo avuto molti ascolti e download su Bandcamp. La prima edizione limitata di CD è andata sold out molto in fretta, il che è appagante. A breve uscirà la ristampa ed anche il formato musicassetta. Siamo riusciti a suonarlo dal vivo in tre concerti, che ci hanno fatto sentire nuovamente l’emozione del palco, di cui eravamo stati privati in questi mesi difficili.

Com’è cambiato il vostro approccio musicale rispetto ai demo del 2018?
Il metodo è semplicemente migliorato, l’essenziale è trovarsi in sala prove e definire il riff, oppure la ritmica che ci ispira, costruendo un brano strutturato intorno ad essa. Anche il comparto bassistico è mutato, avendo più possibilità di effetti, gli stimoli creativi aumentano. Rispetto agli inizi stiamo usando anche di più la voce nella costruzione del pezzo.

Non è semplice suonare noise/sludge/grind in duo, come mai questa scelta?
Ci siamo formati nel 2017, grazie ad un’affinità negli ascolti, che nei centri provinciali da cui proveniamo non è così scontata. Inizialmente si suonava buttando giù idee e provando i suoni in modo da ottenere un risultato il più aggressivo possibile. Col tempo abbiamo iniziato a costruire un repertorio abbastanza collaudato. L’idea, allora, era di trovare un terzo elemento in modo da aumentare il “volume” d’aria e incrementare la varietà dei brani; dopo alcune prove con altri elementi, la scelta fu quella di rimanere comunque in due, dato il feeling creativo, nonché personale tra di noi. Il vantaggio inoltre del duo è che ti permette di velocizzare parecchio i tempi, a patto che ci sia c’è una buona coesione tra i membri.

Il vostro disco è frutto di una joint venture di quattro differenti etichette, come siete arrivati a questa produzione?
Le quattro etichette che ci hanno aiutato nella coproduzione (Vollmer Industries, Brigante Records and Production, Longrail Records e TADCA Records) sono ormai capi saldi nella provincia e hanno prodotto molte bands di ottimo livello, riuscendo a districarsi bene anche negli ambienti internazionali. Il nostro EP è piaciuto ed è nata quindi una volontà reciproca di collaborazione. Uno speciale ringraziamento anche a Doppio Clic promotion per l’attenzione al nostro release.

Quali sono le vostre influenze, se ne avete?
In realtà abbiamo molte influenze personali e comuni. Sicuramente il noise rock americano degli anni 90 (Unsane, Helmet, Today is the Day), il death metal (Entombed, Obituary), lo sludge metal (Eyehategod, Meth Drinker, Boris) e ovviamente lo stoner doom metal (Sleep, Electric Wizard, Bongzilla, Weedeater).

Avete qualche band con cui c’è qualche affinità?
Certamente, ci sono molte bands nella scena con cui abbiamo un bel rapporto di amicizia e collaborazione, tra cui Cani Sciorrí, Ape Unit, La Makabra Moka, Flying Disk, Nitrito, Occhi Pesti, Space Paranoids, RiceXfilth. Fuori dai confini regionali Sator (GE), Carcharodon (SV), Evil Cosby (MI), Elastic Riot (BG), Fuzz Populi (RM) e Beesus (RM). All’estero, i nostri amici Llord (Spagna, con cui abbiamo uno split in arrivo), i Kalte Sonne (Spagna) e Gavial Haze (Svizzera). Ci riteniamo molto fortunati ad aver sviluppato dei rapporti così uniti grazie alla musica.

Mi ha abbastanza incuriosito il nome della band, come vi è venuto in mente?
Il nome è nato nelle fasi iniziali del gruppo. L’oppio e l’assenzio in Europa, durante  l‘800, erano l’accoppiata narcotico/sedativa per eccellenza, portata in auge da molti poeti dell’epoca, in primis Charles Baudelaire, che li esaltava in molti suoi scritti. L’alone di mistero che ne deriva ci affascina molto e da qui è nata l’idea, che ben si abbina con le nostre tematiche, prevalentemente oscure.

Avremo modo di vedervi dal vivo? Qualche festival oltre confine?
Siamo molto felici di essere riusciti a tornare sul palco dopo diversi mesi di chiusure, che purtroppo conosciamo tutti. Ovviamente i concerti fatti non ci bastano, abbiamo bisogno di novità. La situazione è ancora incerta e quindi ci vorrà ancora tempo prima di tornare alla normalità. Siamo molto fiduciosi in ogni caso! Sicuramente consiglio a tutti di seguirci sui canali social, le news non tarderanno ad arrivare.

Turangalila – Tra liquidi e spigoli

I pugliesi Turangalila, al loro esordio con “Cargo Cult” – uscito il 14 maggio per la Private Room Records / Doppio Clic Promotions – sono una delle realtà musicali più interessanti della nuova scena heavy-psych/post-rock tricolore. Sette tracce che meritano un ascolto approfondito per un sound che riporta a band come Godspeed You! Black Emperor, Neurosis, Flaming Lips. Un debutto decisamente di spessore ed una libertà compositiva che lascia presagire un futuro luminoso e intrigante.

Ciao ragazzi e benvenuti su Il Raglio Del Mulo, il vostro esordio è uscito in tempi relativamente brevi e con già diverse esperienze alle spalle, come siete arrivati ai sette brani che compongono “Cargo Cult”?
Ciao Paolo, ti ringraziamo di ospitarci su Il Raglio del Mulo per parlare del nostro disco d’esordio. Potrebbe sembrare prematuro pubblicare un disco d’esordio dopo due soli anni di attività, infatti i nostri progetti per il 2020 erano altri inizialmente. Nel momento in cui ci siamo visti costretti a rinunciare per un tempo indefinito all’attività live e alla composizione abbiamo deciso di dedicarci totalmente alla produzione del disco.

Leggo nella cartella stampa che avete sonorizzato una pietra miliare del cinema muto “Il Gabinetto del Dottor Caligari”, com’è stato cimentarsi – e la vostra musica si presta perfettamente a questo tipo di esperimenti – con il mondo delle sonorizzazioni che è diventato quasi un genere a sé stante?
Nell’estate del 2019 ci è stata data la possibilità di prendere parte assieme ad artisti dediti a questi esperimenti, come Caterina Palazzi/Zaleska, a una maratona di sonorizzazioni dal vivo di capolavori del cinema muto all’interno del Distorsioni Sonore Festival. Abbiamo colto l’occasione per affrontare il capolavoro espressionista per eccellenza. E’ stata un’esperienza che ci ha aiutato molto a dare varietà al metodo compositivo, a uscire dagli schemi e migliorarci ad esempio sull’organizzazione temporale di lunghi flussi sonori cangianti.

Le vostre composizioni alternano momenti strumentali ad altri quasi “sinfonici” se mi passate il termine, in che maniera coniugate queste differenti anime nella band?
Il processo di composizione e arrangiamento è molto fluido e naturale, raramente ben ragionato. Tutto il lavoro è comunitario e mette insieme naturalmente i gusti e le capacità musicali di ognuno di noi. Quando realizziamo musica cerchiamo innanzitutto di offrire un immaginario sonoro senza pregiudizi su un determinato stile e di sfruttare al massimo il potenziale espressivo della musica.


Vi ponete esattamente nel mezzo tra il post-rock/metal più ragionato e l’heavy psych che è un genere più groovy, siete consapevoli che spesso l’essere poco catalogabili – e quindi molto personali – può essere un’arma a doppio taglio?
Ne siamo consapevoli, ma la nostra ricerca si pone come obiettivi sfuggire il più possibile a una facile catalogazione e indagare la musica tutta come linguaggio universale della comunicazione astratta, pur partendo da un organico tipicamente “rock” cercando di trarre ispirazioni dalle più disparate esperienze musicali, dal post rock, al noise, al doom passando per la musica contemporanea, il math, il prog, senza porci il pregiudizio di chiuderci in un particolare genere.

I vostri titoli – il nome stesso della band in sanscrito – e le parti testuali sono ricche di citazioni
molto ricercate, chi di voi si occupa di questi aspetti?

Il nome è un tributo alla carica mistico-visionaria delle composizioni di Olivier Messiaen. Riguardo
l’immaginario e le citazioni presenti nel disco abbiamo costruito un concept attorno a un input dato
dal nostro batterista Giovanni, il quale ha anche realizzato le fotografie usate per il singolo di Tone
le Rec e il disco. Per chi non lo sapesse i cargo cult sono delle “religioni” spontanee, nate durante
la seconda guerra mondiale, tra gli aborigeni che abitavano alcune sperdute isolette nell’Oceano Pacifico. L’esercito americano, in quegli anni, occupava queste isolette per usarle come base logistica, e gli abitanti, che non avevano mai visto un aereo, né una nave mercantile (“cargo”), né tantomeno un uomo bianco, pensarono che quelle entità fossero delle divinità e cominciarono ad adorarli, anche perché questi “dei” davano loro ogni tanto provviste e indumenti, mentre nel frattempo violentavano l’ecosistema dei loro luoghi e massacravano altri popoli. La solita storia dell’occidente che prima ti bombarda e poi ti dà un cerotto. Questa storia dei cargo cult ci aveva colpito e ce l’avevamo in testa da molto. Poi, nella nostra analisi, e nei testi, in realtà partiamo da lì per poi analizzare tutte le altri fedi, o meglio: l’irrazionalità che è alla base, prerogativa necessaria per ogni fede. Credere è sempre, in qualche misura, non pensare e affidarsi all’ignoto. E questa non è necessariamente una cosa brutta o sbagliata. Anzi, evviva l’irrazionalità, evviva il lato illogico
di ognuno di noi. La genuinità infantile dell’atto involontario di credere in qualcosa è bellissima e
poetica. “Cargo Cult” parla di questo.

Che cosa state ascoltando in questo periodo, quali sono le vostre maggiori influenze?
Quest’anno abbiamo quasi tutti noi ascoltato e adorato le nuove uscite di progetti quali Black Country, New Road, Pom Poko, Big Brave, GY!BE, Black Midi e Parannoul.


Cosa offre Bari e la Puglia in genere ad una band come la vostra?
Purtroppo molto poco. Negli ultimi anni qualcosa è migliorato, ma ci sono tante realtà fondamentali per band come la nostra che sono sparite, o stanno sparendo. Per fortuna ci sono tante piccole nicchie sparse da scoprire, con le quali interagire e cercare di far rete.


Augurandoci di vedervi dal vivo il prima possibile, che progetti avete nell’immediato?
Al momento siamo felicissimi di tornare a suonare dal vivo il 12 Giugno a Bari con i nostri amici Zolfo. Ci auguriamo possa essere la prima di tante altre date per promuovere il nostro album e, magari, testare alcuni dei nuovi brani ai quali stiamo lavorando. C’è anche un video in preparazione al momento. Si tratta di un cortometraggio di 20 minuti costruito sulla suite finale del disco (“Cargo Cult”, “Cargo Cult Coda” e “Die Anderen”) che approfondisce l’immaginario del concept. Molto presto sarà pronto!

Gentle Sofa Diver – Fuori dall’acquario

“Off The Fish Tank” è l’album d’esordio di Gentle Sofa Diver, progetto alternative post-rock del polistrumentista pesarese Nicolò Baiocchi uscito il 21 maggio per la milanese Non Ti Seguo Records / Doppio Clic Promotions. Un nuovo progetto che evoca certe atmosfere anni ’90, ma con una decisa impronta melodica e personale, memore tanto dei Sonic Youth quanto dei Bark Psychosis, con le chitarre sempre in primo piano.

Ciao Nicolò, sei arrivato al tuo esordio come “Gentle Sofa Diver” da pochissimi giorni, in effetti dietro il moniker da band ci sei solo tu, è stato difficile fare praticamente tutto da solo?
“Difficile” probabilmente non è il termine più adatto, direi piuttosto che è stato lungo: suonare da solo ti impedisce di entrare in sala prove ed improvvisare con gli altri musicisti e “vedere cosa esce fuori”; sono stato costretto a costruire i brani partendo da uno strumento alla volta, generalmente la chitarra, e ad aiutarmi con mille registrazioni e loop. Questo ha reso il processo compositivo abbastanza lungo. D’altro canto il vantaggio è quello di non avere un confronto diretto con gli altri membri e di poter dare libero sfogo alla propria fantasia e alle proprie intuizioni senza dover sottostare alle idee di nessun altro, pagando lo scotto di dover affrontare in prima persona gli eventuali blocchi creativi che si presentano durante la scrittura dei brani.

Con i FAT, la tua prima esperienza da musicista, esploravate le stesse sonorità?
Sicuramente anche con i FAT si attingeva dall’immenso calderone degli anni 90, anche se ci sono un po’ di differenze: prima di tutto con i FAT si era privilegiato il canto in italiano, mentre a livello strumentale c’erano meno influenze puramente ambient e post rock che sono invece presenti in modo massiccio in !Off The Fish Tank!, il mio album d’esordio.

Come hai in mente di presentare i brani dal vivo?
Per il momento la dimensione live è ancora in fase di studio, nel breve periodo è probabile che presenterò i brani in una chiave più intima, arrangiandoli unicamente con chitarra e voce e facendo affidamento su effetti e looper. In futuro mi piacerebbe circondarmi di qualche musicista e portare in giro il mio disco così come lo sentite cercando di snaturarne il suono il meno possibile.

Il disco è frutto come tu stesso dici nella biografia dei tuoi lunghi ascolti soprattutto della scena post-rock e alternative degli anni 80/90 anche se non sei ancora nemmeno trentenne, cosa ti ha attratto di questi suoni in un certo senso “fuori moda”?
Questa domanda per me è complicatissima, io ho ascoltato e continuo ad ascoltare molti generi musicali anche diversi tra loro; probabilmente la risposta più semplice sta nel fatto che di tutto quello che ho ascoltato nella vita c’è un piccolo gruppetto di dischi che riescono tutt’ora a emozionarmi e sorprendermi ad ogni ascolto e la maggior parte essi fa riferimento a quella scena post-rock/ambient di cui parli. In un certo senso, nella fase di ascolto, sono sempre stato più attratto dalla melodia, dalle atmosfere e dalle dinamiche: questo mi ha portato alla creazione di un disco che rimanda necessariamente a quel tipo di sonorità, anche se spero di essere riuscito a metterci del mio e a non risultare una sorta di “tribute band” degli anni 90.

Di solito in questo genere ci si abbandona al flusso sonoro e la voce è un po’ un quarto strumento, com’è il tuo approccio con i testi?
Qui hai abbastanza colto nel segno, la gran parte della mia fase creativa si concentra sulla composizione della musica e delle melodie della linea vocale; successivamente, in base a quello che mi trasmette la musica che è uscita fuori mi concentro sui testi, che attingono un po’ dalle atmosfere del brano e che prima di tutto devono “suonare bene” nella mia testa.

Una laurea in medicina e un “notevole” inizio di una carriera discografica, non deve essere facile coniugare questi due aspetti, che progetti hai per il futuro di Gentle Sofa Diver?
No, decisamente ahah. L’impegno di lavorare come medico ovviamente limita il tempo che ho da investire nella musica, anche se questo non mi impedisce di chiudermi in sala ogni volta che ne ho bisogno. Probabilmente Gentle Sofa Diver rimarrà prevalentemente un progetto studio. La speranza, tuttavia, è quella di suonare dal vivo ogni volta che ne avrò la possibilità, magari coinvolgendo altri musicisti, sicuramente per poter portare sui palchi la mia musica nel migliore dei modi, ma anche per aumentare la complessità e l’eterogeneità degli arrangiamenti in studio.

C’è qualche band della scena italiana che hai avuto modo di apprezzare ultimamente?
L’ultimo disco italiano che ho avuto modo di ascoltare è “IRA” di Iosonouncane, l’ho trovato bellissimo, anche se piuttosto impegnativo. Per il resto le cose che più mi hanno colpito in Italia appartengono alla scena elettronica, su tutti Caterina Barbieri (“Patterns of Consciousness” è forse il disco italiano che ho ascoltato di più negli ultimi anni) e Machweo (“Primitive Music”). Sono un grande fan dei miei compaesani Be Forest, Soviet Soviet e Maria Antonietta. Inoltre sto aspettando le nuove uscite dei Gomma e dei Gastone.
Poi ci sono una serie di band anglosassoni che attingono a un sound che adoro, soprattutto Fontaines DC, Squid, Dry Cleaning e King Krule (che ormai non è più così “nuovo”).

Il tuo album “Off the Fish Tank” è uscito in Musicassetta e Cd Digipack, i due formati principali degli anni 80 e 90 che sono gli stessi dei tuoi punti di riferimento musicali, è stata una scelta precisa o un semplice caso?
Per quanto riguarda la musicassetta devo ringraziare la Non Ti Seguo Records che ha creduto nel mio disco e l’ha usato come rampa di lancio per la sua nuova collana di musicassette, la Tigersuit Tapes. Per quanto riguarda il Digpack, invece, si tratta di una volontà mia: sono sempre stato legato al formato fisico degli album e di conseguenza volevo che anche il mio album potesse essere inserito in un lettore, ho scelto il Digipack perché trovo che sia il perfetto compromesso tra costi, facilità di ascolto (in fin dei conti il lettore CD, seppur in declino credo sia ancora ben presente nella maggior parte delle nostre case) e resa estetica (a tal proposito devo ringraziare Giovanna Fabi e Tommaso Baiocchi per l’artwork che adoro)

Ti sei trasferito a Bologna ma le registrazioni dell’album sono state fatte comunque a Pesaro, la tua città Natale, stai pensando di tornarci?
Attualmente lavoro a Pesaro e la vita del medico, fatta di concorsi e test, non mi permette ancora di stabilirmi in un posto fisso. L’idea è quella di sistemarmi in una città abbastanza grande in cui poter continuare a coltivare anche le mie passioni artistiche e musicali. Con Pesaro ovviamente ho un rapporto speciale, sia perché è la città in cui sono cresciuto, ma anche perché è forte di una scena artistica e musicale di tutto rispetto, il che è davvero peculiare per una città così piccola.

A quando le prime date live?
La speranza è quella di portare un po’ in giro la mia musica questa estate!

You, Nothing – Due terzi rumore, un terzo pop


Gli You, Nothing sono un giovane quartetto con sonorità che oscillano tra lo shoegaze, il dream pop e il post punk che si sta ritagliando uno spazio di tutto rispetto nell’attuale panorama underground tricolore. Un notevole gusto pop per le melodie e un’aggressività chitarristica di matrice quasi punk, che può ricordare l’irruenza di pesi massimi quali Buzzcocks e Siouxsie and the Banshees. Anticipato dai singoli “Waves”, “Reflectie” e “Gazers”, “Lonely//Lovely” è il loro album d’esordio uscito il 7 Maggio per Floppy Dischi, Non Ti Seguo Records e Dotto.

Ciao ragazzi e complimenti per il vostro album, un esordio davvero maturo e dal respiro internazionale. Dalle note biografiche leggo che la band è nata nel 2019, ma come nascono gli You,Nothing?
Siamo nati tra settembre e ottobre 2019, grazie ad un annuncio su Facebook di Federico (chitarrista). Era da tempo che cercava componenti per un progetto con influenze shoegaze/post-punk/ambient , ma senza risultati, fino a quando Gioia, Giulia e per ultimo Nicola hanno risposto all’annuncio. Da lì siamo partiti a mille, ci siamo chiusi in sala prove e abbiamo iniziato subito a scrivere i pezzi dell’album.

Parlatemi un pò del processo creativo, come riuscite a coniugare l’urgenza punk che si avverte nei vostri brani con le melodie sognanti e assolutamente “catchy” che vi caratterizzano?
E’ sicuramente il risultato delle influenze musicali di ognuno di noi, che fuse in modo molto spontaneo, danno vita a brani a volte completamente diversi tra loro. E’ una caratteristica che vogliamo portare avanti nella nostra musica perché fa parte della nostra essenza.

Ultimamente si sta diffondendo qui da noi una notevole scena che guarda allo shoegaze e ai fasti degli anni ’90, che ne pensate? A volte si parla di revival anche se cosa non lo è nel rock and roll?
Si è vero, è un genere che a tratti torna a farsi sentire, ci sono ottime band italiane che ci piacciono molto che l’hanno riportato in voga, alla fine la musica è circolare e volenti o nolenti si viene contaminati dal passato, è inevitabile.

Ricordo un citazione – forse di Keith Richards – che diceva che l’album perfetto dovrebbe durare non più di mezz’ora, il vostro dura 25 minuti circa ma non manca nulla, avete fatto una scrematura o effettivamente sono i vostri primi brani?
Siamo assolutamente d’accordo con questa citazione, la scelta di inserire 8 brani per un totale di 25 minuti, non è stata casuale. Inizialmente pensavamo ad un Ep, ma dopo aver scritto un paio di pezzi in più che volevamo a tutti i costi inserire, abbiamo optato per l’ album in quanto 8 canzoni ci sembrano eccessive per un Ep.

L’album è stato anticipato da tre videoclip – “Waves”, “Gazers” e “Reflectie” molto evocativi, chi li ha realizzati?
“Waves” è stato il nostro primo video, realizzato sulla costa del lago di Garda a Brenzone, da Ilenia Arangiaro, che per noi ha realizzato anche l’artwork di “Lonely//Lovely” e il nostro primo set fotografico. Per secondo è uscito il video di “Reflectie”, che visto il periodo di zone rosse/arancioni e quindi l’impossibilità di trovarci, abbiamo girato in autonomia. Ognuno ha contribuito con brevi video girati con il cellulare ed infine sono stati accuratamente montati da Federico. Per ultimo “Gazers”, ideato e realizzato da Tobia Gaspari, presso il Colorificio Kroen di Verona. La caratteristica principale di questo video è la tecnica del Ghost Cut, ovvero l’illusione all’occhio dello spettatore, che la ripresa sia unica e continuativa, dall’inizio alla fine del video.

Cosa offre Verona dal punto di vista musicale? Ci sono realtà affini alla vostra?
Verona conta tantissimi musicisti, ma al contrario, troppi pochi posti dove esibirsi dal vivo per quanto riguarda la musica originale. Al momento, forse anche per colpa della sospensione dei live, non abbiamo ancora conosciuto nella nostra città progetti con influenze musicali simili alle nostre, ma in noi c’è grande speranza che anche a Verona possa nascere una scena che faccia rivivere a dovere questo genere.

In questo periodo poveri di eventi dal vivo voi fortunatamente avete partecipato al Verona Digital Music Fest e ad un live al Colorifico Kroen, com’è andata? Se non erro sono i vostri primi concerti..
E’ corretto, da quando ci siamo formati, abbiamo avuto la possibilità di esibirci dal vivo solo due volte, una al Colorificio Kroen con circa 100 persone sedute e distanziate, la seconda invece al Verona Digital Music Fest, senza un pubblico durante le registrazioni, e mandata poi in live su twitch. In entrambi i casi sono state esperienze pazzesche nonostante le varie restrizioni, anche perché quando noi quattro suoniamo insieme, che sia su un palco o in sala prove, siamo come immersi in un mondo parallelo tutto nostro, non importa chi e quanta gente ci sia intorno.

Come accade spesso, “Lonely//Lovely” uscito per ben tre etichette, è stata una vostra scelta?
In realtà eravamo abbastanza inesperti da questo punto di vista e non sapevamo neanche da dove partire, ancora meno che si potessero avere più etichette. Finite le registrazioni, abbiamo proposto il nostro album a qualche etichetta indipendente italiana per vedere il riscontro, e da lì abbiamo conosciuto Mirko di Floppy Dischi e Pietro di Non Ti Seguo Records che già hanno collaborato per varie realtà simili alle nostre e che si sono subito proposti per portare avanti il nostro progetto. Per ultimi si sono aggiunti anche i ragazzi di Dotto, con super entusiasmo. Più che scelta nostra, ci siamo fidati ciecamente di tutte queste persone che ci stanno aiutando a realizzare i nostri sogni e ci affiancano in questo percorso pieno di dubbi e scelte da prendere. Siamo molto grati di tutto questo.

Quali sono le band che vi hanno influenzato? Cosa state ascoltando in questo periodo?
Le band che più influenzano il nostro sound sono gli Slowdive, i Beach House (di cui è presente anche una cover sul nostro canale YouTube), i My Bloody Valentine, i DIIV e i Joy Division. Ultimamente invece, stiamo scoprendo e ascoltando un sacco di nuove band underground come i Westkust, Slow Crush, Whispering Sons e la cantautrice Fritz.

Ulysse – L’Infinito errare

Bassi distorti di scuola Touch & Go, passaggi strumentali che strizzano l’occhio al post-rock, testi in italiano e un’attitudine squisitamente indipendente nell’accezione più pura del termine. Ulysse è un collettivo di musicisti capitanati da Mauro Spada – già fondatore e bassista dei buenRetiro – e Raffaello Zappalorto – ex bassista dei Santo Niente – ed altri esponenti storici della scena underground pescarese. Il risultato è un affascinante lavoro uscito il 12 aprile per tre etichette indipendenti: la label di culto abruzzese DeAmbula Records, la emiliana We Work Records e la palermitana Vasto Records.

Salve ragazzi, è un piacere intervistarvi, vi do il benvenuto su Il Raglio del Mulo. E’ uscito da pochissimi giorni il vostro esordio omonimo “Ulysse”, come state?
Ciao, Paolo. Il piacere è tutto nostro. Grazie per l’ invito. Stiamo bene, relativamente al periodo…

Ascoltando il vostro disco mi sono sentito subito a casa, sonorità molto care ad un certo tipo di rock dei ’90 ma con un’attenzione e ricerca su sonorità tutt’altro che italiche. E’ una scelta precisa o è un qualcosa che avete maturato con il processo di scrittura?
Raffaello: Pur avendo avuto traiettorie diverse, nessuno di noi si è mai compenetrato più di tanto con la musica italiana (propriamente detta), se si escludono i soliti grandi nomi, tra 80 e 90, che rappresentano tuttora alcune delle nostre influenze, quindi è stato del tutto naturale ricercare le giuste sonorità per l’album tra gli interpreti d’oltremanica (e non solo) più o meno dello stesso periodo. Credo sia stato un processo che racchiude elementi istintivi più che una precisa scelta ponderata. Un caso su tutti può essere il synth in “Patroclo” che riporta, del tutto volutamente, a Gary Numan.
Mauro: Grazie per la bella sensazione che hai descritto. Le sonorità a me molto care appartengono sia al florido periodo del Consorzio Produttori Indipendenti che, molto più ai giorni nostri, al post-rock di band come Mogwai in primis. La ricerca di certi suoni è sana conseguenza dell’attenzione data all’ ascolto dei gruppi legati a questi due territori musicali. Concordo con Raffaello sull’ istinto che in maniera del tutto naturale ti fa scegliere una direzione. 

L’Abruzzo e Pescara in particolare hanno sempre sfornato roba interessante negli anni e il vostro stesso collettivo dichiara un forte senso di appartenenza al territorio, è frutto solo del caso?
Raffaello: Se qualcosa può aver instillato questo territorio, immagino sia una certa disperata consapevolezza negli animi più ricettivi, ma non escludo a priori sia frutto del caso. Comunque resta il fatto di essere riusciti a concentrare l’ impegno di diversi musicisti, fonici, ma soprattutto amici, per la buona riuscita dell’ album.
Mauro: Molti gruppi Abruzzesi (sempre e solo in ambito alternativo indipendente) hanno prodotto dischi bellissimi ed ottenuto ottime soddisfazioni. Gli anni 90 erano più sanguigni, se mi passi il termine, in cui c’è stata una crescita esponenziale non so se di una scena ma certamente di band saldamente incollate ad una certa militanza sonora, con molta credibilità e lungimiranza. Nel tempo le cose, forse, si sono più ammorbidite per diversi motivi, uno dei tanti  la chiusura quasi contemporanea dei live club più importanti di Pescara. Ma questo non vuol dire che ora non ci siano gruppi molto validi e bellissimi progetti solisti. Poi ci conosciamo tutti, più o meno, e c’è molta stima reciproca. Sulla questione del territorio ti sintetizzo così: se siamo ciò che mangiamo siamo anche ciò che suoniamo. É una questione di cultura individuale… quindi mi affrancherei dal discorso del territorio. 

Ulysse è un moniker molto affascinante che suggerisce un immaginario molto ampio, da dove viene questa scelta così particolare?
Mauro: Ulisse è il soprannome che un amico di mio fratello mi diede in un tardo pomeriggio d’ estate vedendomi in contemplazione del mare seduto su un moscone. Potevo avere 14 anni… un po’ mi isolavo, accadeva spesso. Mi è rimasto sempre impresso nel corso degli anni ed ho voluto collegare quello stato di solitudine adolescenziale e più spensierata a ciò che provo oggi, una solitudine matura, più consapevole, sicuramente più inquieta visti i tempi che stiamo vivendo. La connessione con l’ Ulisse Omerico può riguardare la sola parte del suo viaggio di ritorno alla sua terra… per quel che mi riguarda invece c’è solo un infinito errare. 

La scelta dell’Italiano è spesso aggirata da band con il vostro stesso tipo di sonorità, voi però avete tanto da dire e già i titoli parlano chiaro, come nascono le canzoni degli Ulysse?
Raffaello: Abbiamo deciso a priori di staccarci dal concetto di sala prove, adottando un processo creativo prettamente di studio che ci ha permesso di monitorare progressivamente l’evolversi dei brani. Ce ne sono diversi partiti da un’ idea di base di Mauro ed altri scritti a quattro mani che ho portato a termine con vari arrangiamenti di batterie, synth, loop, drum machine, ecc. Fermo restando l’ impagabile apporto esecutivo e creativo degli amici che ci hanno aiutato nella realizzazione dell’ album.
Mauro: L’ italiano è la lingua madre, non ho mai pensato di fare diversamente sia per appartenenza etica e viscerale ai gruppi del C.P.I. che per la semplice constatazione che la nostra musica si sposa unicamente con la lingua italiana, secondo il mio pensiero. Avevo tante cose scritte e volevo scaricarmi parecchie parole convogliandole in canzoni. Ho costruito alcuni testi facendo un lavoro di taglia e cuci, quindi scartando anche tantissimo ed attaccando strofe di testi differenti. Altri testi sono arrivati di getto. Poi linee di basso, vocali e loop station, materiale dato a Raffaello che ha ben spiegato il lavoro fatto a casa sua. Più lo risento e più mi convinco che il suo lavoro sia stato eccezionale, con i mezzi a disposizione… quindi si può soltanto migliorare e questo deve essere un enorme stimolo per i lavori futuri. Sugli altri musicisti amici che ci hanno regalato letteralmente la loro opera non la finirei più di ringraziarli di cuore. Mi sembra il caso di nominarli: Francesco Politi che ha fatto tutte le chitarre, Andrea Di Giambattista che ha fatto una bellissima chitarra su “Fino al Sangue“ e si è occupato del mix e del master di tre pezzi, Gino Russo alla batteria su cinque pezzi, Sergio Pomante (ingegnere del suono nel suo Noiselab studio) che si è occupato della registrazione, mix e master del disco ed ha suonato il suo particolare sassofono effettato in un pezzo. Per ciò che riguarda i futuri e sperati live la formazione vedrà oltre me e Raffaello, Fabio Fly alla batteria e Silvio Spina alla chitarra. 

Il disco è uscito con ben tre etichette, come mai? 
Mauro: Ho cercato il modo di cooperare con più etichette piccole e indipendenti chiedendo di farci entrare nei loro rooster. É stata una maniera efficace di agire consigliatami da Marco Campitelli, titolare della sua etichetta DeAmbula Records, che stessa cosa fece con i primi due dischi dei suoi Oslo Tapes (di cui sono anche il bassista). I magnifici ragazzi della Vasto Records di Palermo e di We Work Records di Finale Emilia hanno accettato di ospitarci a casa loro, oltre naturalmente in casa DeAmbula. Forse é proprio questo il motivo: entrare educatamente dentro piccole realtà di persone passionali che lavorano nella musica in modo puro ed umile. Ci siamo subito conosciuti e riconosciuti e questo, speriamo, avvierà collaborazioni future perché si avrà modo di suonare in posti differenti.

Nell’album ci sono tre brani strumentali, caratteristica molto comune nel post-rock. E’ un genere che spesso viene confuso con i classici crescendo che sono poi diventati uno standard. Gli Ulysse a mio avviso lo sono pur non rispondendo a queste caratteristiche strumentali molto comuni, cosa ne pensate di questa etichetta? Ha ancora senso parlare di post-rock?
Mauro : Ultimamente ho letto un articolo sul post-rock e le sue ceneri su una nota rivista musicale italiana. Nel 1994 fu Simon Reynolds, un guru britannico della critica musicale ed autore autorevole di libri come: “Post- punk 1978-1984”, “Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato“, “Futuromania. Sogni elettronici da Moroder ai Migos“, ad inventare il termine, appunto, post-rock, interrogandosi su dove potessero essere collocate alcune onde che si ponevano ai margini dei generi musicali sono ad allora attraversati. Cito testualmente: “Reynolds individuò un entroterra più precario finanziariamente ma esteticamente vitale, senza un nome. Chiamò in causa alcune bands che parevano suscettibili di essere incluse al filone dell’ art-rock. Si sarebbe potuto parlare di avant-rock, ma il termine in grado di sintetizzare quel nuovo filone poteva essere semplicemente post-rock. Lo strumentario del rock, dunque, al servizio del non-rock. Ecco individuato il primo punto cardine.” Se mi chiedi cosa penso di questa etichetta, dunque, prima ti rispondo che per forza o per fortuna (o sfortuna) una connotazione ad un genere va pur data per individuare una direzione più o meno precisa… e se lo ha fatto un guru come Reynolds non vedo cosa ci sia di male. Poi ti dico che mi piace la musica destrutturata e senza stilemi o regole. Nei Mogwai, ma non solo in loro naturalmente, ho trovato una sorta di enciclopedia, un compendio di suoni. Può bastare un solo loop, una piccola suggestione sonora dalla quale farne nascere una colonna intera. Così, infatti, sono nati tutti i pezzi del disco. É un modo molto efficace, anche paraculo, per costruire pezzi.

Con quale formazione vi presenterete live quando si tornerà alla “normalità”?
Raffaello: La band “aperta” ti permette di considerare soluzioni tra le più disparate nella realizzazione dei brani, ed abbiamo apprezzato molto questo metodo di lavoro, con modifiche apportate anche in fase di registrazione, che hanno dato quel quid in più. Con la necessità di stabilizzare la formazione per i futuri live, la band è attualmente composta da due bassi, chitarra e batteria come ha già detto Mauro precedentemente.