Twang – Il tempo dell’inverso

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i Twang, autori dell’album “Il tempo dell’inverso”.

“Il tempo dell’inverso” è il primo full length dei nostri ospiti di oggi, i Twang, cinque giovani musicisti torinesi, con un bagaglio musicale abbastanza importante e soprattutto interessante. Benvenuti!
Grazie mille, Mirella. Ciao a tutti!

Abbiamo la line up al completo! Volete presentarvi ai nostri ascoltatori?
Bartolomeo Audisio: Ciao, io sono Bart e suono chitarra e flauto, e alle volte seconde voci.
Federico Mao: Io sono Fede, sono chitarrista e corista.
Moreno Bevacqua: Io sono Morris, bassista e seconda voce.
Simone Bevacqua: Ciao, io sono Simo, voce solista e chitarra ritmica.
Luca Di Nunno: Ciao, io sono Luca e suono la batteria, e a volte chitarra acustica e voce.

Quali sono le vostre esperienze musicali prima di formare la band?
Bart: Beh, siamo tutti abbastanza giovani (in scala, nati dal 1994 al 1998) ma fortunatamente siamo riusciti tutti a collezionare un bel po’ di esperienze importanti. Io per esempio studio musica praticamente dai sei anni, mi sono laureato al conservatorio nel 2015 e tuttora continuo gli studi classici. Attualmente, oltre che con i Twang, suono nella formazione Duo Volgaris.
Fede: A 14 anni ho cominciato a calcare vari palchi di Torino (come Spazio211 e Cap10100) grazie alla scuola “The House Of Rock”, frequentata anche da Simo e Morris. Di questi tempi, suono il basso con le band Zagara e Moonlogue.
Morris & Simo: Siamo ovviamente cresciuti insieme in tutti i modi possibili, attraverso la succitata House Of Rock (con i maestri Roberto Bovolenta e Chiara Maritano) e con il nostro primissimo progetto, i 9000dol, con il quale abbiamo suonato anche all’Hiroshima e al Fortissimo Festival.
Luca: Io ho cominciato a studiare batteria jazz da bambino , con mio padre Cesare come insegnante …

Un figlio d’arte, praticamente !
Luca : Diciamo di sì. Ai tempi del liceo suonavo con una band psichedelica, i Crode, e con i Crawling Waves. Poi per un po’ sono rimasto sgruppato, finché non ho incontrato casualmente il vecchio Simo, alla fine del 2015…

Come avete scelto il nome della band? Il nome Twang è legato a qualche aneddoto particolare?
Fede: E’ una storia abbastanza buffa, perché l’abbiamo scelto praticamente a caso, puntando letteralmente il dito su un vocabolo random in un dizionario inglese; fortunatamente, però, è legato a molti elementi che ci caratterizzano. Di per sé è un’onomatopea, può ricordare il suono di una corda di chitarra che si spezza, o il carattere tipico di una Fender Telecaster (posseduta da tutti e tre i chitarristi del gruppo, ma sono dettagli). Inoltre è un nome abbastanza facile da ricordare, e ci si può giocare in mille modi.

Dalla vostra bio ho appreso che l’idea della band nasce verso la fine del 2015, durante un concerto dei Blues Brothers, come sono andate le cose?
Simo: Io, Bart e Luca abbiamo frequentato lo stesso liceo artistico, e certamente andavamo d’accordo, ma non è che non fossimo proprio amici. Così sono rimasto alquanto stupito quando Bart mi ha chiamato, nel Maggio del 2015, dicendomi “Weiiiii Simo, ti va di incontrarci al concerto dei Blues Brothers stasera in Piazza San Carlo? Devo farti una proposta!” “C’è un concerto dei Blues Brothers stasera???”… Poche ore appresso, durante la jam di “Sweet Home Chicago”, Bart ha offerto a me e al mio inseparabile fratello di creare un gruppo di matrice Blues Rock, giusto per cercare un po’ di palchi, senza paranoie, e magari con una Voce Femminile… Sarebbe stato bello, ma nulla di più lontano da quel che poi i Twang sono diventati. Qualche mese dopo il concerto abbiamo cominciato a provare in power trio, con me alla batteria, e alla fine del 2015 la formazione era esattamente quella che oggi si sente ne “Il Tempo Dell’Inverso”.

Alla fine, a quanto pare, è rimasta una formazione prettamente maschile.
Inutile dire che la voce femminile non l’abbiamo trovata, si sono dovuti accontentare di me come cantante! Però nell’album le voci femminili ci sono eccome, nei brani “Esilio” e “Il Pirata”.

Il vostro esordio avviene con un EP che avete auto-prodotto nel 2017 e che vi ha dato parecchie soddisfazioni e nello stesso anno, con il singolo “La legge del più forte”, siete i vincitori del premio Miglior Band del concorso nazionale “Senza Etichetta”, presieduto da Mogol. Com’è stata la vostra reazione a queste importanti conferme?
Luca: Sicuro, registrarlo autonomamente in garage da Bart (e con mezzi di fortuna) è stata un esperienza meravigliosa, considerando i risultati poi ottenuti da “Nulla Si Può Controllare”. Ma la vittoria a Senza Etichetta è stata una sorpresa meravigliosa, soprattutto il momento in cui il Maestro Mogol ci ha preso da parte, sul palco, appena dopo l’annuncio : praticamente, per cinque minuti il pubblico non ha sentito altro che silenzio, mentre Mogol ci spiegava cosa andava e non andava nel testo del brano, metodo di scrittura ecc…

Avrete fatto sicuramente tesoro delle sue parole nei vostri lavori seguenti.
Luca: Assolutamente sì!

Parliamo del nuovo album, “Il tempo dell’inverso”. Quant’è durata la gestazione e dove è stato realizzato?
Morris: Rispetto a “Nulla si può Controllare”, il processo di produzione è stato un salto di qualità assurdo, a partire dallo studio di registrazione. L’abbiamo realizzato da capo a piede agli Imagina Production di Torino con il produttore Alessandro Ciola, che in seguito ha avuto l’idea di portarci in Inghilterra per mixare i due singoli (“Attacco” e “Il Tempo dell’Inverso”). Abbiamo mixato i brani ai Real World Studios di Peter Gabriel, una specie di oasi paradisiaca nel mezzo della campagna inglese, un’esperienza di vita senza pari. Inoltre, completamente a sorpresa, Alessandro ha organizzato una sessione di mastering agli Abbey Road Studios, che non hanno certo bisogno di presentazione.

Insomma, il vostro produttore sembra esservi molto affezionato , deve essere rimasto particolarmente colpito da voi.
Morris: Sì, Ale è stato fondamentale per la buona riuscita di questo LP, siamo davvero felici di averlo incontrato. Comunque, nel complesso la lavorazione dell’album è durata all’incirca un anno, anche perché Fred viveva a Londra e Bart ad Amsterdam, ma ne è decisamente valsa la pena.

Il cantato in italiano per alcuni è uno scoglio che impedisce lo sdoganamento delle band, voi, invece, ne avete fatto un punto di forza. Perché questa scelta, quanto mai azzeccata?
Simo: In verità, un tentativo di scrittura in inglese è stato fatto, durante i primi esperimenti di composizione, ma nessuno era propriamente convinto dei risultati. Sentivamo il bisogno di esprimerci nella nostra lingua, ed è complice anche il fatto di aver sempre scritto in inglese nei nostri primi progetti. La difficoltà più grande è sempre il rischio di sovraccaricare i versi, cadendo in un territorio quasi “rap” che assolutamente non ci appartiene, ma basta resistere alla tentazione e vengono fuori dei cantati più che soddisfacenti. A questo proposito, è difficile che un testo venga redatto da capo a coda solo da uno di noi. Io e Luca siamo i parolieri più prolifici, ma il lavoro collettivo è sempre più ricercato e necessario. Ad esempio il brano “Caverna”, contenuto in ITDI, è stato composto interamente a sei mani, idem “Attacco”. Inoltre, personalmente, io mi sentirei a disagio a cantare un pensiero che non sia rappresentativo di tutti e cinque.

Quanto la pandemia ha bloccato i vostri progetti? Cosa state preparando per i prossimi mesi?
Fede: Abbiamo dovuto riorganizzare completamente la pubblicazione dell’album, ma la cosa che più ci è mancata e che ci manca tuttora è la possibilità di suonare dal vivo. E’ quello che tutti i musicisti aspettano di poter fare di nuovo, non vediamo l’ora e ci stiamo preparando per questo. Ci stiamo poi ingegnando per stampare le copie fisiche dell’album “Il Tempo dell’Inverso” (uscito il 2 Aprile su tutti gli store digitali). Inoltre, stiamo preparando il videoclip del singolo “Il Pirata”, e siamo finalisti regionali di Sanremo Rock 34.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Bart: Penso di poter dire tranquillamente “visitate il nostro sito web“, ma anche Facebook, abbiamo una pagina Instagram che sta crescendo con rapidità, i vari store digitali come Spotify e iTunes, e ovviamente Youtube per tutti i nostri video.

Grazie di essere stati con noi. Vi lascio l’ultima parola!
E’ stato un piacere essere ospiti di Overthewall, prendetevi tempo per godervi “Il Tempo dell’Inverso” (il pessimo battutista è Simo) , e mille grazie a Mirella !!!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 5 aprile 2021:

Artemisia – Derealizzazione sintomatica

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall Vito Flebus degli Artemisia, band autrice dell’album “Derealizzazione Sintomatica” (Onde Roar).

Gli Artemisia sono una splendida realtà musicale tutta italiana, con noi uno dei fondatori della band, diamo il benvenuto a Vito Flebus! Qual è stata l’idea iniziale di questo progetto musicale e avete iniziato subito a creare brani inediti?
Ciao, l’idea venne a me ed Anna Ballarin, la cantante, che reduci da esperienze musicali poco soddisfacenti cercavamo qualche cosa che ci gratificasse a livello artistico, e da subito il connubio tra i riff di chitarra molto sanguigni e potenti in contrapposizione alla sua vocalità, ci sembrò molto vicino a quello che cercavamo dalla musica.

Come nasce un brano degli ArtemisiA e chi è l’autore dei testi?
Il tutto parte dai miei riff, li faccio ascoltare ad Anna ed in base alle emozioni che percepisce ci pennella su un testo. Poi, con i ragazzi, ne discutiamo e cerchiamo di dargli una colorazione consona in modo che suoni ArtemisiA al 100%.

Citiamo la line up completa?
Certamente, Anna Ballarin alla voce, Elettra Medessi cori, Vito Flebus chitarra, Ivano Bello basso e Gus alla batteria.

Il 22 Gennaio 2021 è uscito in formato fisico e digitale “Derealizzazione Sintomatica”, il vostro nuovo album in studio. Ci parli di questo nuovo lavoro discografico?
La derealizzazione è un sintomo dissociativo consistente nella sensazione di percepire in maniera distorta il mondo esterno. Abbiamo scelto questo titolo perché, oltre a piacerci come “suonava”, racchiudeva in sé il senso di quello che con le canzoni volevamo comunicare. Un concept album che va a chiudere la trilogia iniziata con “Stati alterati di Coscienza” e “Rito Apotropaico”, dove si va alla ricerca delle paure e fobie dell’essere umano. Nel brano ” Fata Verde” compare come ospite Omar Pedrini che va ad impreziosire con un feat questo brano.

Il singolo estratto dall’album  “Ombre della Mente” è anche un videoclip. Dove sono state fatte le riprese?Le riprese sono state girate e dirette dal regista Marco Iacobelli, con l’assistenza di Diego Caponetto. Il video si snoda tra scenografie claustrofobiche e psicotiche e ampi spazi verdi di completa rinascita psicofisica. Il tutto è stato girato in location importanti: il Palazzo Steffaneo Roncato a Crauglio (UD), le Mura e le carceri napoleoniche della Fortezza di Palmanova (Ud) ed un ex manicomio. L’attrice protagonista è la cantante della band Anna Ballarin. La riconciliazione con la vita, fa sperare ad un futuro con colori brillanti come le menti aperte e coraggiose degli artisti.

Purtroppo la pandemia ha stoppato totalmente i live e i concerti dal vivo. Cosa pensi di questa situazione che si è venuta a creare per gli artisti?
Per un gruppo come il nostro dove la dimensione live è un elemento naturale, questa situazione potremmo definire irreale per quanto terribilmente reale sia, è quasi insostenibile. In più la voglia di suonare dal vivo le nuove canzoni rende la cosa ancora più dolorosa. Ci auguriamo si torni presto ad una condizione di normalità, ed un pensiero va a tutti gli operatori del settore.

Dopo la pubblicazione dell’album seguiranno altre novità che riguardano la band?
Bella domanda… Visto il periodo che stiamo vivendo è alquanto difficile fare progetti live e quindi abbiamo pensato ad un altro videoclip.

Dai ai nostri ascoltatori i riferimenti per seguirvi sul web?
Certamente : facebook: https://www.facebook.com/artemisiaband; sito: https://www.artemisiaband.it/;      instagram: https://www.instagram.com/artemisia_band/?hl=it; twitter: https://twitter.com/ArtemisiABand;       youtube: https://www.youtube.com/channel/UC3ZL-nwtIBLfORiAGvFT6gA; spotify: https://open.spotify.com/artist/6xwBpJqmj1qmdsiQnqIMKC?si=c3kLXM3eRHesutH291Hhag&nd=1

Grazie di essere intervenuto in trasmissione!
Grazie a voi per la bella intervista, e complimenti per quello che fate per la musica.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 15 febbraio 2021:

Chino Mortero – Anima nera rock

“Mi presero di sabato” è una raccolta di storie ai limiti della legge, caratterizzate da un sound elettrico, americano e con forti influenze della cultura chicana. Ne abbiamo parlato con Chino Mortero, autore del disco uscito il 1° dicembre 2020 per Qanat Records.

Come è nato “Mi presero di sabato”?
È un album che ho scritto tra l’estate e l’autunno 2019. Avevo lavorato lungo l’anno ad un altro progetto, insieme alla Banda di Palermo, che purtroppo poi non è andato più in porto: si trattava di un concept molto caratterizzato dalla musica tradizionale messicana. Contemporaneamente però avevo scritto una manciata di altre canzoni, sempre storytelling, molto più elettriche però, più “americane” ed è nata la voglia di andare avanti comunque e portare a termine almeno un disco; questo è stato quello più “fortunato”. Siamo entrati con i ragazzi in studio a novembre 2019 e a febbraio 2020 avevamo tutto pronto. Il disco sarebbe dovuto uscire ad aprile scorso, ma la pandemia ha sconvolto un po’ tutti i piani ed abbiamo fatto slittare l’uscita a dicembre.

Perché questo titolo?
Il titolo è tratto dal testo di una delle canzoni del disco, “100 occhi”, e parla di un carcerato. È una frase che identifica bene le tematiche e la narrativa di quest’album: sono tutte delle storie ai limiti della legge o della decenza, caratterizzate da protagonisti che sanno di vivere il lato oscuro della propria vita e che quindi si aspettano prima o poi di dover rendere i conti a qualcuno che, un sabato o l’altro, verrà a prenderli.

Musicalmente tu nasci bluesman, poi scopri l’hip hop e pubblichi due album a nome Ciaka, rappando in italiano. “Mi presero di sabato” è un ritorno alle origini o c’è anche dell’altro?
Sono sempre e da sempre stato attratto ed affascinato da tanti generi e culture musicali diverse; lungo la mia carriera ho spesso cambiato radicalmente genere, a volte forse troppo repentinamente lasciando qualche vecchio ascoltatore un po’ spiazzato. Ma sono sempre stato un grande curioso, e mi è sempre piaciuto confrontarmi con diversi obbiettivi. Ho sicuramente dei generi che fanno parte del mio dna: la black music, la musica latina, la musica chicana. Questo album contiene delle canzoni che risentono sicuramente delle influenze delle origini, ma principalmente è un’opera in cui la musica abbraccia, senza volontà di stilemi, ciò che il testo racconta. Sentivo di volere caratterizzare delle atmosfere un po’ cupe, torbide, a volte pulp, quindi mi era inevitabile portare con me quei riferimenti che dal rockabilly di Johnny Cash arrivassero alle tare psicotiche di Nick Cave o alle bettole fumose di Tito & Tarantula.

So che la lavorazione del disco è avvenuta in diversi studi palermitani, come mai questa scelta?
È una decisione che ho preso da subito: ho tre grandi amici che portano avanti tre studi di registrazione con grande professionalità e grande energia e volevo coinvolgerli nella realizzazione di questo disco. Abbiamo registrato le parti strumentali al Tone Def Studio di Silvio Punzo, che ha capito subito che sound volevamo ottenere e ci ha aiutato molto nel raggiungerlo. Le voci sono state invece registrate presso lo Zeit Studio con Luca Rinaudo, vecchio amico e grande produttore musicale. Al Basement studio di Luca Gambino abbiamo infine registrato i fiati, le chitarre acustiche, contrabbasso, mandolinbanjo e abbiamo effettuato il mix del disco. Luca Gambino è stato molto bravo nel mettere a proprio agio le guest che sono intervenute nel disco e ci ha assicurato un ambiente totalmente amichevole e produttivo, situazione fondamentale secondo me per la buona riuscita di qualunque produzione.

Hai fatto uscire un video live di presentazione dell’album. Come mai questa scelta?
Avevamo in preparazione il video clip di uno dei brani che compongono l’album da fare uscire come primo singolo, ma la pandemia ha messo i bastoni tra le ruote anche a questo progetto. Allora, visto che la stagione dei live sembra ancora parecchio lontana e sono praticamente sicuro che non saremmo riusciti ad organizzare un live di presentazione, abbiamo deciso insieme a I Candelai (storico live club palermitano) di dare l’opportunità a chi volesse godere dell’esecuzione live del disco di poterlo fare con questo video, dove oltre al suonare le canzoni di “Mi presero di sabato” ne raccontiamo un po’ la genesi e la realizzazione. È un periodo molto duro per la musica dal vivo e penso che si debbano trovare delle strade alternative alle solite per la promozione e la divulgazione musicale e culturale. Non potrete venire ad un nostro live? Bene, ve lo facciamo vedere noi anche se con un video e non di presenza, così come siamo abituati a fruirne.

I testi raccontano storie di vite vissute al limite della legalità, ma trasmettono un desiderio di redenzione quasi religiosa. Fai spesso riferimento all’universo chicano dei messicani statunitensi, cosa ti ha portato a rapportarti a questi sentimenti di orgoglio chicano?
Sono sempre stato affascinato dalla cultura chicana perché la trovo incredibilmente vicina a quella mia, quella siciliana: sono entrambe fortemente legate alla famiglia e al credo cattolico, viviamo una storia comune di povertà ed emigrazione, entrambe sono radicalmente segnate da percorsi di criminalità spesso consequenziale all’indigenza e in tutte e due sento forte un senso di volontà di redenzione nonostante la vita faccia a volte scegliere le strade più pericolose. Due culture fortemente legate alla tradizione, alla territorialità, alla necessità di essere ascoltati e riconosciuti. Anche negli aspetti più controversi c’è grande affinità: il machismo, la componente matriarcale della gestione familiare, l’omofobia sono aspetti comuni. Anche nelle cose più leggere non posso che ritrovarmi vicino: sono un grande appassionato della cultura del Lowridring che è un achievement al 100% chicano e adoro la musica ed il cibo messicano, tejano e chicano.

Sulla copertina di “Mi presero di sabato” c’è un uomo armato in attesa, che sta architettando?
Intanto voglio cogliere l’occasione per ringraziare il mio homie Amil Report aka Tha Glocker per avere curato il progetto grafico di tutto il mio percorso sposandone appieno l’estetica. E poi il grandissimo Ciccio “Chronic” Tagliavia, che è il mio uomo copertina: Ciccio è un’icona della musica e della controcultura a Palermo da più di vent’anni, vero protagonista dell’underground di questa città, e mi ha riempito di orgoglio accettando di posare per il booklet di questo disco. La sua estetica poi sposa e rende benissimo il concept di questo album. Rappresenta appieno alcuni dei protagonisti delle canzoni di “Mi presero di sabato”: un uomo controverso dal torbido passato, con uno stile e una personalità ben definite che affondano i piedi nella tradizione, conscio del suo presente da fuorilegge aspetta che le forze dell’ordine appaiano da un minuto all’altro per venire a prenderlo. Ma siamo certi che non sarà una resa facile!

Qanat Records a produrre. Come vi siete incontrati e come avete lavorato assieme?
Sono stato tra i fondatori di Qanat Records dieci anni fa e per un po’ di tempo ne ho curato la sottoetichetta che si occupava prevalentemente di hip hop, reggae e black music (Catacomb Rec). Anche se la mia presenza lungo il corso del tempo non è stata più da protagonista sono sempre stato in contatto con i ragazzi dell’etichetta che sono, tra l’altro, tutti ottimi amici da tantissimo tempo. Con loro avevo già pubblicato il disco dei Pa All Bastardz ed il mio ultimo album rap “Vampiri”. È un’etichetta indipendente per me importante, sempre attenta alle produzioni palermitane con un occhio privilegiato su quei generi che difficilmente avrebbero trovato opportunità produttive pronte a spingerli. L’attitudine poi è quella che mi appartiene da sempre, essendo io ormai una vecchia salma: un piede nel passato, nella cultura DIY, nell’autoproduzione ma lo sguardo rivolto al futuro e al mercato digitale.

Tanti amici hanno contribuito a dar vita all’album. Come ci si sente ad essere il cuore di questo organismo?
Sono enormemente contento di questo aspetto. Da un lato conferma il fatto di avere seminato degli ottimi rapporti con i musicisti ed i tecnici che fanno parte della scena palermitana e di questo sono molto orgoglioso. Dall’altro sono assolutamente cosciente del fatto che Palermo abbia sempre sfornato grandi personalità e grandissimi talenti anche se lontani dai riflettori e non potevo non coinvolgerne alcuni di quelli che potevano aggiungere grande valore a questo mio lavoro. Mi sento parte di un grande scenario cittadino e sono sempre stato convinto che l’autoreferenzialità non sia una strada produttiva, quindi il confronto e la collaborazione non possono che essere un valore in più per qualsiasi produzione culturale. E non solo.

Qualche novità già in cantiere per il tuo futuro musicale?
La pandemia mi sta lasciando molto tempo libero viste le difficoltà lavorative che tutti ben conosciamo, dunque ne ho approfittato per spendere il mio tempo nella creazione musicale. Ho già scritto più di 10 nuovi brani che presto usciranno sul mio nuovo lavoro: sono delle canzoni molto differenti da quelle di “Mi presero di sabato”, non nella narrativa ma nelle sonorità, che sono molto più acustiche, intime, ombrose. Sono dei lavori molto più vicini alla musica mariachi, ranchera, alla musica nortena di Vicente Fernandez e Chavela Vargas; ci siamo quindi spostati più sul Messico vero e proprio che sulla sua anima chicana, senza dimenticare quei riferimenti che in un modo o nell’altro mi appartengono. Se “Mi presero di sabato” è un disco dall’attitudine live, molto d’impatto, questo sarà un lavoro molto più riflessivo e maturo, stiamo curando tutto con molta più attenzione per i dettagli e sono sicuro che verrà fuori un lavoro qualitativamente alto, complementare all’anima più rock, più sporca, che fino ad adesso è venuta fuori.

Lele Croce – La macchina del tempo

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il polistrumentista e cantante Lele Croce, autore lo scorso febbraio dell’album “Time Machine 1 – 1985/2015” (Musitalia/DomBox Records)

Ciao Lele! E’ un vero piacere averti come ospite in trasmissione. Ci parli dei tuoi primi approcci con la musica? So che hai iniziato con la batteria…
Ciao Mirella! E’ un grande piacere anche per me. Sì, hai detto bene, volevo diventare un batterista, all’età di quattro o cinque anni, ma la situazione condominiale non l’ha permesso! All’epoca (era fra il ’73 e il ’75) non esistevano scuole private di musica dalle mie parti e l’unico modo era arrangiarsi. Io non avevo molto senso della misura, come ora a dire il vero (i miei colleghi musici si sorprendono delle 3 ore di concerto che tendo a fare dal vivo…), e “suonavo”, cioè, sbattevo, per meglio dire i miei tamburi ed il mio unico piatto diverse ore al giorno. Impossibile in condominio! Mio padre era un chitarrista/cantante di un gruppo locale (i Barrakuda, fu suonando in Romagna che conobbe mia madre), ed avendo la chitarra sempre a disposizione in casa, piano piano me ne innamorai. Aveva il pregio di aiutarmi a comporre (meglio della batteria), che era quello che più mi interessava, già da bambino, così approfondii lo strumento. Mio padre non aveva molto tempo a dire il vero, un giorno mi regalò un volumetto di accordi “Chitarristi in 24 ore”… credo ci misi 24 anni per diventare credibile, ma fu un bellissimo regalo lo stesso! Fin dalle elementari ho avuto una particolare predisposizione nello scrivere testi di ogni tipo: poesie, brevi racconti, testi con giochi di parole, mi piaceva, e la musica non ha fatto altro che ampliare le mie possibilità espressive. Per quanto riguarda la batteria, non l’ho abbandonata, ho cominciato a studiarla da dopo i trent’anni ed ora la suono anche in qualche registrazione.

Tu hai collaborato con tantissimi artisti e musicisti e questo dà l’idea che per te la musica è un mezzo di condivisione e aggregazione. E’ così?
Sì, certo, e spero di continuare a collaborare il più possibile! Credo di non esagerare nel dire che la musica sia la forma d’arte più “collaborativa” che esista. Anche se sei un solista, comunque prima o poi devi interagire con qualcun altro per concretizzare la tue opere, che siano altri musicisti, o il tuo produttore, discografico, tecnico del suono o liutaio. Per non parlare del pubblico stesso dei live o della TV quando sei ospite in trasmissioni, anche radio, come qui con te. Un pittore, invece, in genere è un po’ più introspettivo. Ma la condivisione, le jam, i concerti, sono fantastici e non c’è nulla che possa equipararli! C’è uno spettacolo per beneficenza, che si intitola “John Lennon Tribute Concert”, che ho in piedi da qualche anno, che ripercorre vita ed opere dell’ex Beatles, in cui invito sempre un sacco di musicisti e lì nascono collaborazioni musicali di ogni tipo.

Il tuo genere musicale è prettamente rock ma con uno stile unico e molto personale. Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente ispirato?
Intanto grazie per avermelo detto, credo sia l’obbiettivo di molti compositori, se non di tutti, quello di avere, prima o poi, uno stile riconoscibile. Anche qui hai detto bene, sono essenzialmente rock, ma abbraccio molti altri generi, perché credo che la musica abbia qualcosa di vitale da dire anche in altri stili e culture, ma essenzialmente vado dal blues al metal, dal folk all’etnica… ma non mi fermo mai, ho fatto anche brani tango, ed elettronici, per dire. Gli artisti che mi hanno maggiormente ispirato sono essenzialmente i Beatles, gli Zeppelin, Frank Zappa, i Police,… ultimamente apprezzo molto la cantante neozelandese Kimbra.

E’ in uscita il tuo nuovo disco, ci parli di questo lavoro discografico?
Sì, “Time Machine” è un progetto nato da un’idea di Mariella Restuccia di Musitalia (etichetta discografica di Messina), che era dal concorso “Girofestival 2003” che non sentivo più. Quqndo nel 2019 abbiamo ripreso i contatti ha chiaramente ascoltato cos’avevo fatto nel frattempo e da questo ne è uscita una doppia raccolta di brani (36 in tutto) composti fra il 1985 ed il 2015, l’anno in cui ho firmato il mio primo vero contratto con la Nerocromo di Mirco DeFoxGalliazzo. Questo doppio album, quindi raccoglie i brani più rappresentativi dei miei primi 30 anni di carriera, molti dei quali completamente inediti… mi sono imbattuto proprio in una vera e propria impresa di archeologia musicale per rimettere insieme i pezzi di canzoni che non avrei mai pensato di pubblicare! Il primo volume con 18 brani è uscito il 18 febbraio, e contiene un singolo scritto lo scorso luglio: “E’ ancora estate, inoltre anche l’unica cover mai pubblicata da me, una versione blues di “Help!” dei Beatles.

Ovviamente non si potrà per il momento ascoltarlo dal vivo. Quanto questa situazione ha pesato sull’uscita del disco?
Ha pesato molto in termini di tempo e logistica. Ho rinunciato ad andare a Roma a registrare per via della pandemia, ma siccome tutti i concerti sono stati cancellati, mi sono dedicato alla composizione ed alla registrazione. Due anni fa ho anche avuto un incontro con la Rehegoo Music Group, l’etichetta newyorkese sostenuta da Quincy Jones, che mi sta dando ottime opportunità anche oltreoceano. Con loro ho in previsione due album per quest’anno (oltre ai quattro singoli già pubblicati), mentre con Musitalia ne ho altri tre oltre al quello appena uscito. Davvero, sto lavorando tantissimo seppur non dal vivo. E’ come se per me il 2020 fosse stato il medioevo che ha anticipato il rinascimento di quest’anno. Peraltro, ho fondato un gruppo nel 2016, i Moods, con cui mi tenevo in costante allenamento alla batteria (in cui ora suono la chitarra), che ha esordito in “Time Machine” con il brano “Roaming Station” e per il quale sto continuando a scrivere in previsione di un album dedicato.

Quali sono i riferimenti sul web per i nostri ascoltatori?
Mi trovate su Facebook alla pagina: “Lele Croce – Music Page”, costantemente aggiornata negli eventi e nella mia bio ed in Instagram come “Crocelele”.

Andiamo a concludere questa simpatica chiacchierata con il tuo nuovo singolo. Di cosa parla e cosa rappresenta per te?
Il nuovo singolo, come dicevamo si intitola “E’ Ancora Estate” ed è stata composta a luglio. E’ una canzone rock tendente al pop, che ha un testo piuttosto importante per me: parla della situazione che molti di noi viviamo qui, in occidente, nei paesi industrializzati di cui troppo spesso non ci si rende conto, e cioè del fatto che dopotutto siamo fortunati in questa parte del mondo, rispetto a molti altri. Anche qui c’è molta gente che non sa se riuscirà ad avere la cena assicurata ogni giorno, ad esempio… e noi che viviamo in una specie di “estate” della società abbiamo anche la responsabilità un po’ di questo. Invoco anche ad usare questa responsabilità per rispettare sia il nostro unico pianeta, che gli esseri umani meno fortunati che lo popolano. Nella nostra società dove la corsa al denaro ha creato ricchezza per pochi e povertà per molti, credo che la vera “estate” arrivi solamente quando ci sarà, se ci sarà, meno disparità a questo mondo: è un tema importante in una canzone positiva, nonostante l’attuale realtà. Il video è stato girato a Pompei non a caso, ma proprio in riferimento al fatto che dall’oggi al domani può cambiare tutto in poche ore, ed i valori materiali possono cadere e sbriciolarsi come sabbia… dovremmo lavorare di più sul migliorare la nostra società, rendendola più umana.

Grazie di essere stato con noi e a presto!
Grazie Mirella, è stato un vero piacere, a presto!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 8 marzo 2021:

Red Giant – The one

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i torinesi Red Giant, autori del l’album “The One”.

The One” è l’album di debutto dei Red Giant, quattro musicisti torinesi noti nella sfera musicale underground già dagli anni ’80 . Con noi Marco Fano, fondatore, voce e chitarra della band e Mauri Borsatti, chitarra e cori. Benvenuti e grazie di essere qui con noi.
(Marco, Mauri) Ciao Mirella, grazie a te.

I Red Giant si formano nel 2019 da un’idea di Marco. Marco, avevi già in mente chi sarebbero stati i componenti della band o è avvenuto tutto in modo casuale?
(Marco) Effettivamente all’inizio è stato naturale parlare della band a Mauri, compagno di scorribande musicali da tanti anni, e poi a Mario (batteria) e Fabrizio (basso) seguendo istinto ed affinità personali e musicali già testate precedentemente. Praticamente eravamo già una band prima di cominciare. Non c’era un piano B, la band era quella!

Avete alle spalle una carriera musicale importante e avete militato in band affermate nella scena rock e metal. Ci parlate delle vostre esperienze antecedenti ai Red Giant?
(Marco) Beh diciamo che abbiamo avuto occasione di vivere anni in cui il rock era mainstream, da giovanissimo, fine 80-anni 90 con Cry Baby, con lavori interessanti, 45 giri, video che non erano proprio scontati all’epoca. Poi con i Dr. Livingston in veste un po’più soft (band che arriverà fino a Sanremo 1999) e poi tanti live elettrici ed acustici con band progressive e con Maurizio nei Taxandra, oltre a quattro album solisti. Diciamo che di chilometri ne abbiamo fatti un po’…
(Mauri) Nello stesso periodo degli anni 90 ho messo su un paio di band, di cui cito i Voodo Kiss, band hard rock. A questi è seguito un progetto mio chiamato MamaB (dal mio nome abbreviato), un trio un po’ più rock blues stile Hendrix con cui ho pubblicato un album che è andato abbastanza bene e che ci ha fatto partecipare ad alcuni festival e concorsi in giro per l’Italia. E poi ci siamo rincontrati con Marco ed abbiamo cominciato a fare diverse cose insieme … e da qui ai Red Giant il passo è stato breve.

Citiamo la line up completa della band?
(Mauri) Certo, cominciando da Mario “The Beat” Zita alla batteria. Anche lui ha avuto un’intensa attività live e collaborazioni non da poco: ha fatto parte della band di Samuel prima che diventassero i Subsonica e Fabrizio Dotti al basso che è il più giovane della band, impegnato in diversi progetti ed in studio (Arthur Miles, Levante)

“Quando le strade davanti a te svaniscono all’improvviso, non resta molto che abbia significato…” da qui parte tutta la storia dei Red Giant. Marco, ci parli di com’è nato questo brano?
(Marco) Eh, è nato come a volte accade da un brutto momento, da un incidente che in un attimo sembrava mi avesse rubato tutto ciò che potevo essere, e dalla seguente ribellione alla situazione che sembrava non potesse essere cambiata. “Free” racconta del senso di inadeguatezza che si prova in questi momenti e della potenza della canzone come viaggio intimo e liberatorio; della fragilità del nostro essere, e della potenza del rock che in fondo ci salva e ci rende liberi. E lottando per quello che tu sai di essere l’anima è di nuovo pronta per viaggiare lontano e libera. Questo per noi è “Free”. E da “Free”è nata la band.

The One è stato registrato in presa diretta, senza filtri e sovraincisioni per un risultato finale perfetto e senza sbavature. Ci parlate della realizzazione dell’album?
(Marco) L’album è stato un “pronti-via”, in quattro giorni la parte strumentale era completata, più qualche mezza giornata per le voci. Abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Alessandro Ciola degli studi Imagina Production (Torino) che è un mago della consolle e che ha fatto veramente un grandissimo lavoro. I brani sono fondamentalmente arrangiati e suonati come per un live: 4 siamo e 4 suoniamo!

Per dei rocker la dimensione ideale è il palco, com’è il vostro approccio col pubblico e come si svolge un vostro live?
(Mauri) Dopo tanti anni di live in tante situazioni diverse, mettersi in gioco per far arrivare la nostra musica è l’obiettivo primario. Cerchiamo di trasportare nei live il contenuto del CD curando i particolari, l’aspetto estetico, scenico e sonoro per uno spettacolo a tutto tondo.
(Marco) Innanzitutto, noi sul palco portiamo noi stessi e lo facciamo con tutta la sincerità possibile. Pur presentando inediti non ancora pubblicati o pubblicati da poco, la risposta del pubblico ai live di “The One” è stata fighissima – trasmettere e condividere qualcosa che arrivava è fantastico! Questi sono i live!

Le vostre radici musicali affondano negli anni d’oro del rock e del metal, gli anni 80 e 90, quanto è cambiata la scena musicale underground in questi ultimi anni con l’avvento di internet e quindi dei vari social network? Ritenete che ci sia una marcia in più rispetto al passato o si perso qualcosa?
(Marco) Direi che siamo nel bel mezzo di una rivoluzione epocale, forti e rapidi cambiamenti a tutti i livelli. Io per natura nei cambiamenti vedo sempre le opportunità. È innegabile però che lo spazio a disposizione del rock sia molto meno del passato. In più ora c’è molta, moltissima offerta, ed il mondo dell’intrattenimento è profondamente cambiato, ma francamente credo che ci sia sempre spazio per chi ha qualcosa da dire e per chi lo dice con il rock (ovviamente vorrei sottolineare a volume adeguato). Bisogna avere la testa dura e non mollare!
(Mauri) Dal mio punto di vista parte social è oramai fondamentale e dà una possibilità che nel passato non c’era. Questo però non sostituisce la vita live della band, i contatti umani, le esperienze vere. E vediamo che qualcuno fa già un po’ di confusione …

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web e tenersi informati su eventuali esibizioni live?
(Marco) Facebook e Instagram per tutte le attività, concerti, nuovo materiale, idee, comunicazioni vari, etc. Canale Youtube per i video (mi raccomando Subscribe! Iscrivetevi al canale eh!). Potete trovare il video di “Bye Bye World”, il primo singolo uscito prima dell’album, ed il lyrics video di “Winter Flowers” appena uscito. Faremo molto presto delle riprese per un paio di video live ed a seguire un altro video ufficiale. Bandcamp per il CD ed il merchandise. A seguire nei prossimi mesi ci sarà anche un fighissimo vinile rosso… Tutte le principali piattaforme streaming per ascoltare il nostro album “The One” da subito. Ma direi, più importante, ci vediamo presto “somewhere on the road!”

Grazie di essere stati con noi. Vi lascio l’ultima parola.
(Marco, Mauri) Grazie Mirella, allora vi aspettiamo tutti ai prossimi concerti live, viva il rock ed ascoltate “The One”!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 08 febbraio 2021:

Unalei – La dea del mare calmo

Il progetto Unalei, espressione musicale di Karim Federico Sanna, dopo un paio di album – “A sua immagine” (autoproduzione, 2013) e “Taedium Vitae” (Club Inferno Ent./My Kingdom Music, 2016) – pare arrivato a un momento di svolta con il recente “Galatea” (Metaversus PR), un disco ricco di suggestioni folk.

Ciao Karim, da qualche mese è fuori il tuo terzo album “Galatea”, un disco che in qualche modo si differenzia dai tuoi lavori precedenti per un piglio maggiormente folk, a cosa è dovuta questa svolta?
A livello musicale, prima di appassionarmi a quello che mi avrebbe portato a sviluppare gli album più estremi, il mio orecchio era sollecitato da alcune cose in particolare. Ho cercato di far convergere queste più “antiche” passioni musicali in “Galatea” per quanto possibile, trattandosi di un album pop/rock: la musica popolare delle terre da cui provengo, il sound acustico naturale e genuino, la colonna sonora proveniente dagli anime, i videogiochi, la Disney.

L’amore per il folk è recente o ti accompagna da molto?
Diciamo una via di mezzo: non avevo riconosciuto in me questa predilezione per il folklore, si è concretizzata quando il destino mi diede la fortuna di trascorrere un anno in Spagna e di vivere alla flamenca. Andando indietro con la mente poi, ho sempre preferito le fiabe e leggende popolari ad altri tipi di racconti e sono un sostenitore della vita campestre con un uso quanto più moderato della tecnologia. Apprezzo la cucina locale, le minoranze linguistiche (in cui rientrano i dialetti).

Possiamo considerare “Galatea” il tuo disco più biografico?
Non ho mai pensato di scrivere un disco auto-biografico eppure sì, potremmo considerarlo come il più concentrato. In effetti, nei due LP precedenti le liriche procedevano per astrattismi, emozioni e impressioni puramente personali, a tratti poco empirici. Quasi una vergogna di scoprire le proprie carte mascherata da ermetismo. In “Galatea” non ci sono veli e peli sulla lingua, Karim parla di Federico e viceversa in un certo senso. Tutti i contenuti hanno un corrispettivo concreto.

Credi che i tuoi fan siano rimasti spiazzati da questo nuovo approccio?
Non saprei, probabilmente alcuni sì. Sono contento però di vedere un certo zoccolo duro immutato e probabilmente in espansione, perciò al momento forse è ancora presto per tirare le somme. Per me la musica è un mezzo, non il fine. Il mezzo per tramettere il messaggio in una cornice artistica, come la parola è l’espressione più a dimensione d’ uomo. In “Galatea” la musica è strettamente funzionale al messaggio e al contributo che vuole dare al mondo sia della musica ma principalmente all’umanità che avanza.

Cosa, invece, è rimasto immutato dal tuo esordio?
Il nome, che non è poco! Scherzo. Ottima domanda. Ci si concentra sempre su ciò che si cambia e si migliora ma su quello che rimane… Non saprei proprio cosa risponderti.

Altra costante, secondo me, è un approccio compositivo portato comunque alla forma di canzone, cosa che forse è più evidente oggi, ma ben presente anche in passato: sei d’accordo?
Estremamente evidente oggi, palese. Mi ci trovo molto bene, il pop è un’altra grande influenza, ho dovuto faticare parecchio per farla affiorare. Sul passato non sono molto d’accordo. Ci sono un paio di pezzi con i classici crescendo post-rock (“Della Carne”, “Senhal”), ma non c’è mai la stessa struttura. In passato volevo abbattere i canoni, le barriere della convenzione, colpire l’ascoltatore (concetto dello studium e del punctum) per attivare la sua attenzione in altre direzioni rispetto al consueto, per porlo faccia a faccia con l’Altro. Effettivamente, anche “Galatea” è più a misura d’uomo, con meno spocchia e la testa alzata a livello del prossimo.

Mi spieghi il significato del titolo “Galatea”?
Il significato primario viene dal mito di Galatea e Pigmalione, re di Cipro. Il re rifiutava qualsiasi donna terrena, nessuna era all’altezza del suo sentimento. Così per poter avere un s-oggetto pari al suo desiderio a cui rivolgere le sue lodi si fece costruire una statua della dea Afrodite, ossia dell’amore stesso. Dall’Olimpo, Afrodite vide e riconobbe la devozione di Pigmalione e decise di esaudire le sue preghiere dando vita alla statua. Essendo la donna nata dal marmo le venne dato il nome di Galatea, che stando al greco potremmo interpretare come “colei dalla pelle bianca come il latte”. Mentre secondo un’altra interpretazione il nome potrebbe indicare dunque “la dea del mare calmo”. Esteticamente rappresenta un’ideale umano raggiungibile solo attraverso l’intervento divino, concetto movente di questo progetto musicale fin dalla sua creazione. Non dimentichiamo l’altro mito di Aci e Galatea, in cui lei è una Nereide, ninfa del mare.. C’è un gruppo di comuni in provincia di Catania che si chiamano “Aci…”, perché quella zona è accreditata come teatro di questo mito. In Salento abbiamo due comuni nominalmente analoghi: Galatina e Galatone.

Credo che anche dal punto di vista lirico tu abbia voluto fare un passo avanti: come è cambiato il tuo processo di scrittura dei testi e come questo ha influito, se ha influito, sullo sviluppo della musica?
Avevo il bisogno di esprimermi a parole, il mezzo più diretto e comprensibile. Prima sono nati i testi e poi le relative canzoni. Anche qui mi sono rifatto a dei canoni, lasciando da parte l’approccio impressionistico e totalmente libero del passato che caratterizzava musica e parole. Semplicemente ho voluto scrivere delle poesie. Alcune potrebbero avere ragione d’essere autonoma come “Azalea”, “Anarada” o “The Little Matchgirl”, altre non le immagino autosufficienti al di fuori della canzone. Comunque sia, la letteratura mi influenza al pari della musica da sempre.

Credi che dal vivo vecchi e nuovi brani possano convivere insieme senza problemi o dovrai rivedere gli arrangiamenti delle tracce dei primi due dischi?
Sarà difficile ma dovranno per forza. Al momento la quantità di lavoro necessario mi spaventa e non voglio pensarci. Fortunatamente ci siamo organizzati con gli stem delle sequenze ed è già molto. Il cavillo è che “Galatea” è tutto suonato con un’accordatura standard, nei vecchi dischi ne troviamo invece altre, uguale: tre chitarre da portarsi dietro. Rivedrò di certo gli arrangiamenti dei brani vecchi ma per farli risultare più fedeli all’originale. Con i vari turnisti che abbiamo avuto alle chitarre, prime donne esigenti, mi son fatto trascinare e ho stravolto un po’ troppe cose, me ne rendo conto solo ora… motivo in più per occuparmi personalmente di lead e assoli in sede live quando posso.

Vitalij Kuprij – The piano master

ENGLISH VERSION BELOW: PLEASE, SCROLL DOWN!

Vitalij Kuprij è conosciuto a livello internazionale per le sue eccezionali capacità pianistiche, per la scrittura di canzoni e per il suo stile che si è evoluto attraverso il duro lavoro e lo studio. Giorni fa abbiamo parlato con Vitalij del suo nuovo album solista “Progression” (Lion Music Record).

Grazie Vitalij per aver dedicato del tempo a rispondere ad alcune nostre domande per i lettori de Il Raglio del Mulo. Congratulazioni per il nuovo album, “Progression”. Questa è la tua decima pubblicazione da solista, è ancora possibile una progressione dopo tutti questi album?
Un saluto Giuseppe a te e ai tuoi lettori de Il Raglio del Mulo. Spero che tu e i tuoi cari stiate bene e al sicuro in questo periodo alquanto drammatico. Grazie per i complimenti, li ho apprezzati tanto. Sono estremamente felice di aver completato questo disco lungo e impegnativo. Beh, cosa dovrei dire? Ovviamente è un altro capitolo da aggiungere alle esperienze della mia vita. Si va sempre avanti, senza far caso ai segnali di stop (risate), a tutta velocità, e non si finisce mai e mai dovrebbe si dovrebbe finire!

Come è nato “Progression”? Da cosa hai tratto ispirazione?
L’ispirazione viene da qualsiasi cosa e da tutto ciò che la vita ha da offrire, specialmente da ciò che ogni artista è capace di rubare tra le pieghe dell’esistenza, sia dalle sfide che dalle cose gioiose. Per la mia carriera, ma sono sono sicuro anche per quelle di molti altri, è la formula più semplice per minimizzare al massimo tutte le turbolenze della vita e sfruttare così la saggezza acquisita a fatica nella mia “progressione”, come è avvenuto in ogni mia uscita precedente.

Quello che hai creato per questo album è più o meno quello che avresti voluto fare musicalmente quando hai iniziato la tua carriera da solista?
Penso di sì. Più invecchio, più precisa è la visione che ho nei miei momenti di creazione musicale. Tutta la mia vita è una combinazione di cose che ho accumulato attraverso le mie esercitazioni, le mie esperienze, e tutto ciò si è fuso in qualche modo ovviamente!

Potresti presentare i musicisti coinvolti in questo album?
Certo, è un vero onore per me. Prima di tutto, come tutti saprete, sono accompagnato dal mio amico molto speciale, che chiamo mio il mio fratello americano, Jon Doman. Ha alle spalle una quantità incredibile di successi raggiunti con la sua band, oltre a molti grandi lavori con lo straordinario Greg Howe che ha accompagnato con la magia della sua chitarra e che, tra le altre cose, ha anche prodotto il mio album di debutto “High Definition”. Di certo, conosci quel mago! Passiamo a un batterista che ammiro: Jon è sempre stato una persona su cui ho fatto affidamento. Ha suonato nel mio primo album strumentale “High Definition” nel 1997 , su “Extreme Measures” e “VK3”, oltre che su un progetto che abbiamo messo su con due incredibili chitarristi messicani Marco e Javier. Il progetto chiamato “Ferrigno, Leal, Kuprij” . Jon è sempre stato perfetto per la mia musica e ha lasciato il segno in tutti i miei dischi solisti. Quel ragazzo è un pazzo sia come batterista che e come persona. Jon ha anche co-prodotto questo album con me, ed è stato molto importante perché ha contribuito alla longevità di questa uscita e, si spera, al successo che intendo raggiungere. Al basso, un signore che reso una grande prestazione che sul mio album solista “VK3” e su “Progression”, con sound decisamente di buon gusto. Il suo nome è Dave Nacarelli. Ottimo amico. Quindi, direi, ho messo su un trio perfetto. Tutti questi soldati sono amici di lunga data e mi sono unito alla loro squadra quando sono arrivato negli Stati Uniti, il che ci ha aiutato molto a essere in grado di lavorare insieme in modo fraterno e con il giusto spirito e rispetto. Il Signore mi ha fornito un po’ di magia per la chitarra che stavo cercando. Non ho abbastanza tempo per esprimere tutto a parole, per dire WOW! Sono onorato per ogni chitarrista / artista che è apparso su un mio album, perché si è espresso al più alto livello possibile. Non è così facile e non è così frequente che l’alchimia perfetta si concretizzi.

Preferisci essere il solista al comando o uno dei membri di una band grande e di successo come la Trans-Siberian Orchestra?
Nell’industria musicale di oggi, per un musicista professionista è molto importante avere delle opzioni. La musica non ha limiti, né dovrebbero esserlo i riflettori che una persona desidera avere su di sé. Ho la fortuna di avere una buona gamma di opportunità e farò qualsiasi cosa musicalmente possibile, purché sia ​​adeguatamente valutata, e non mi stopperò finché il Potere Più Grande non mi fermerà.

In passato sei stato in tour durante i giorni di Natale con la TSO, cosa provi in ​​questo strano periodo natalizio senza concerti dal vivo?
La TSO è una specie di impero. Una sorta di lotteria da vincere per poterne fare parte. Sono fortunato a lavorare a un livello musicale così alto, con standard elevati in tutto, dalla produzione a tutti i responsabili dentro e fuori dal palco. È un’esperienza sbalorditiva, proprio perché, come ho detto prima, è una specie di impero. Il mondo intero è ferito, non solo la TSO, ma riusciremo a trovare un modo per superare il momento difficile. La “perfezione” è un atteggiamento, quindi dobbiamo sopportare e combattere tutto ciò che ci viene incontro sotto forma di difficoltà. Ci sono delle difficoltà, ma ho il vantaggio di aver svolto una pratica estenuante durante la mia giovinezza che mi permette di superarle. Come ho già detto, sono benedetto e spero che tutti coloro che sono stati colpiti da questo mostro, chiunque esso sia, possa vedere presto la luce: torneremo a divertirci con la musica. Se non c’è divertimento, non c’è qualità.

Hai già in programma un tour con il tuo materiale solista?
Certo, muoio dalla voglia di alzarmi e portare la mia musica a tutte le persone che mi sono fan e appassionate della mia musica. Lavorerò sodo per vedere se è possibile farlo, sicuramente mi impegnerò molto per realizzarlo. Dio volendo.

Chi ti ha fatto conoscere il pianoforte?
Il mio defunto padre. Era un musicista professionista dalle grandi qualità. Gli sono debitore.

È nato prima il tuo amore per la musica classica o per il rock? E quando hai deciso di mescolare questi due generi musicali?
Ho iniziato con la formazione classica all’età di quattro anni. Sono contento, perché è il periodo migliore per imparare ed è la formazione migliore che si possa ricevere. Per me, come pianista, è stata una lezione dura da sopportare, e ha fatto quella differenza che mi ha permesso di andare avanti nella mia carriera attraversando anche un paio di continenti. E poi ho incontrato Roger Staffelbach in Svizzera, dove sono andato a studiare all’Accademia della musica di Basilea. Abbiamo creato una band strumentale e siamo diventati fratelli. Sono successe così tante cose che potrei scrivere un libro. Ma la musica non ha limiti, ho abbastanza voglia e volontà e una mente aperta per correre dei rischi, così era allora e così è oggi. Finche avrò la forza, mescolerò qualsiasi stile di musica, lo renderò rock in ogni modo possibile. Non ci sono regole che possano limitarti musica, così come nella vita. Apri il tuo cuore e sentirai sempre la magia. Ne so no certo, perché io lo faccio.

Cosa c’è nel futuro di Vitalij Kuprij?
Rimanere in vita e continuare a fare della musica che i miei amici e fan possano apprezzare e, si spera, capire.

Vitalij Kuprij is known internationally for his outstanding piano abilities, songwriting and a his style that’s evolved through both hard work and study. Days ago we talked with Vitalij about his new solo album “Progression” (Lion Music Record).

Thank you Vitalij for taking the time to answer a few questions for the readers of Il Raglio del Mulo. Congrats on the new album, “Progression”. This is your tenth solo release, is still possible e progression after all these albums?
Greetings Giuseppe to you and to your readers of Il Raglio del Mulo. I hope you and yours are very well and safe during those strange times we are dealing with. Thanks for the congrats and I do appreciate it very much. I’m extremely happy to complete this long and demanding record. Well, what do I suppose to say? Of course, it’s another chapter of life experiences but without Stop Signs (Laughter), full speed ahead, and it never ends and it never should!

How is born “Progression”? Where did you draw your inspiration from?
Inspiration comes from anything and everything out of what life has to offer, especially what each artist is trying to extract or, how much to extract of those life curves and challenges and joyous things it has to offer. In my career, as well, as I’m sure in many others, it’s a simple formula to suck up all of this life-turbulences to the maximum and to apply that hard-gained wisdom in to my “Progression” just like any other music endeavor that I had to face.

Is what you have created in this album more or less something that you wanted rather be doing musically when you began your solo career?
I think yes. The older I get the more precise of a vision I have in my music crafting moments. My whole life is a combination of things that I accumulated through my trainings, my life experiences and it all connected in some way of course!

Could you to introduce the musicians involved in this album?
Absolutely, that would be my honor. First of all as you know, I’m accompanied by my very special friend, who I call my American brother, Jon Doman. He has an incredible amount of his own achievements from his own band, to his many great works with an amazing Greg Howe who performed his guitar magic and actually produced my debut album “High Definition”. Sure, you know that wizard! So, back to a drummer who I admire. Jon was always a person to go to for me. He played on my first instrumental album “High Definition” (1997), “Extreme Measures”, “VK3” and a project we did with two incredible Mexican guitarists Marco and Javier. The project called “Ferrigno, Leal, Kuprij” etc., so, Jon was always a perfect fit for my music and always killed it on every of my solo records. That guy is insane in his own way as a drummer and as a person. Jon also co-produced this album with me which was very important what he contributed to this albums longevity and hopefully the success I’m planing to achieve. I invited after a beautiful effort that this gentleman did by recording for me on my “VK3” solo album, and he played a very tasteful bass guitar duties on “Progression”. His name is Dave Nacarelli. Great dude. So, I would say, I got a perfect trio. All of those soldiers are friends from the past and I joined their squad when I arrived in USA which, helped us a lot to be able to work brotherly together, and with proper spirits and respect. Then, the Lord provided me with some guitar magic I been seeking. I don’t have enough time, words etc., to say WOW. I’m honored for every guitarist/artist who came through for my album on the highest level possible. It’s not that easy and it’s not that frequent when magic happens for real.

Do you prefer to be the solo man on the command or a member of a big and successful band as TSO?
In the music industry as it is today as well as in general, in order to be a professional musician, its very important to have options. Music has no limits, neither should the spotlight of any artist who wants it badly enough. I’m blessed to have a variety of opportunities and I will be doing anything musically related, as long as I’m properly valued, and I won’t stop until the bigger power stops me.

In the past you touring during the Christmas days with TSO, what do you feel in this strange Christmas season without live concerts?
TSO is an empire of a sort. It’s like a lottery you win to join. I’m blessed to be working at such a high level of music and in fact high level of everything, from production, to all the people in charge on and off the stage. It’s a mind boggling experience, just like I said it above. It’s an empire of a sort.
The whole world is hurt, not just TSO and we always find a way to overcome. “Perfection” is an attitude, therefore we must endure and battle anything that comes our way in form of distraction. I always felt that, I have a bit of an upper hand by the grueling training from my younger days, like I said, I’m blessed and hopefully everyone affected by this monster whoever that is will soon see the light and we get back to the music making fun. No fun, no quality in the end.

Any touring plans for the solo material?
Of course, I’m dying to get up there and rip it up for all the people who are supportive fans and friends of my music. I will work hard to see if it’s possible and definitely, will put a lot of effort to make it happen. God bless.

Who did introduce you to piano?
My late father. He was a professional musician in so many areas of that field. I owe him.

Was born first your love for classical music or for rock? And when did you decide to mix this two musical genres?
I started classical training at four years of age. I’m glad, because it’s the best, in fact, is the ultimate training one can receive. To me, as a pianist it was important training to endure, and it did made a difference for me moving forward in my career through a couple of continents. And then, I met Roger Staffelbach in Switzerland where I came to study in the Basel Academy Of Music. We created an instrumental band and became brothers. So much happened then I can write a book. But music has no limits so if I have enough desire and will and an open mind for taking risks, which I did then, and still, do it now. I will blend any style of music, I will rock it every way one can. There are no rules for limiting yourself to anything as in music, so is in life. Open your heart and you will always feel magic. I know, I do.

What’s next for Vitalij Kuprij?
Staying alive and continue making music that my friends and fans can enjoy and hopefully understand.

Moltheni – Nessun lascito

A undici anni di distanza dalla raccolta finale “Ingrediente novus” Moltheni – al secolo Umberto Maria Giardini, cantautore dalla scrittura trasversale e sempre riconoscibile –  ha pubblicato lo scorso Dicembre un nuovo album. “Senza Eredità” (La Tempesta Dischi / Fleisch Agency) rappresenta la chiusura di un cerchio, nonché l’ultimo capitolo di uno dei progetti più importanti del panorama indipendente italiano.

Ciao Umberto, benvenuto su Il Raglio del Mulo, premetto che è un grande piacere per me poter parlare di musica con te. “Senza Eredità” il disco del (non) ritorno di Moltheni è uscito da oltre un mese, che tipo di aspettative avevi a dieci anni dalla chiusura di quel capitolo?
Non avevo nessun tipo di aspettativa, speravo fosse un disco semplice apprezzato dal popolo di tanti affezionati al progetto Moltheni. I risultati, nonostante non abbiamo ancora ufficializzato ne un videoclip ne un tour, sono positivissimi sia in termini di critica degli addetti ai lavori che nei numeri riferiti alle vendite. Quando si lavora bene e con un esperienza acquisita che mette a fuoco il valore delle cose, è difficile produrre cose brutte.

“Ingrediente Novus” si chiudeva con il brano inedito “Per Carità di Stato” – personalmente lo considero tra i grandi capolavori della musica italiana – che fotografava perfettamente la situazione di quel periodo ma che trovo ancora tremendamente attuale, come la riscriveresti oggi?
Francamente non ne ho idea, poiché è una domanda che non riesco a pormi. Sono stato sempre attento alla vita di tutti noi e alle sue sfaccettature che inevitabilmente la complicano. Probabilmente oggi la scriverei diversa nella forma, ma non nei contenuti, che ahimè sono rimasti uguali se non peggiorati.

Da batterista, quando quel ragazzino che vediamo in copertina ha deciso che poteva anche essere un cantautore?
Quando mi sono reso conto che era molto difficile far capire agli altri come andavano scritte le canzoni che intendevo io. Ho sempre avuto una visione molto personale del modus operandi che applico al lavoro, per questo motivo le collaborazioni mi sono sempre andate strette. Detesto suonare la chitarra, ma sono stato obbligato ad imparare perché nessuno scriveva per me quello che volevo. Oggi avendo un giro di musicisti attorno a me molto in gamba, fatto di persone affidabili, tendo sempre di più a cantare e basta. Scrivo sempre tutto io usando la chitarra, ma poi delego lo strumento poiché sono annoiato.

Ricordo che l’ultima volta che abbiamo avuto modo di scambiare due parole (dopo un concerto all’Eremo Club di Molfetta) avevi con te “Badmotorfinger” dei Soundgarden – era da pochissimo morto Chris Cornell – secondo te che cosa è andato storto dopo gli anni ’90? E’ stato davvero l’ultimo periodo dove la musica era determinante nella società – all’estero ma anche in Italia – o è solo l’effetto nostalgia di chi ha ormai varcato la soglia dei quarant’anni?
La musica intesa come necessità e come costume integrante dell’ascoltatore giovane e meno giovane, ha smesso di esistere attorno al 2006. La colpa dell’annullamento è assolutamente dovuto alla rete. Le chitarre e gli strumenti che suonano veramente, sono passati sempre di più inosservati, e la tecnologia becera ha materializzato la possibilità di creare dischi senza la necessità reale di suonare. Di fatto (in Italia il fenomeno è dilagato) sono usciti miliardi di gruppi, cantautori, performer, la maggior parte ultra-scadenti che per ovvi motivi e di riflesso alla società affamata, sono diventati straconosciuti e adorati. Il saper suonare, cantare e scrivere testi applicati alla musica di spessore è diventato un valore aggiunto trascurabile. Tutto ciò che è scadente oggi piace. E’ accaduto questo…

Quanto è importante per te la psichedelia?
La psichedelia è stata per me fondamentale, anche dal fatto che me ne sono invaghito da giovane. E’ stata una porta che aprendosi mi ha dato la possibilità di vedere tutto sotto una prospettiva allargata e benevola. L’uso di droghe pesanti ha accentuato questa fase, ma graziato dalla sorte, frenando proprio nel momento in cui mi son trovato a scegliere se darci dentro o venirne fuori, ho scelto la vita frenando quel processo di autodistruzione che precludeva anche il plasmarmi con la musica psichedelica, che oramai era dentro di me.

In quasi tutti i tuoi dischi – di Moltheni ma anche UMG – c’è sempre stato spazio per un brano strumentale, cosa che ho sempre molto apprezzato e trovato caratterizzante (ho amato il progetto Pineda) in questo disco non ce ne sono, come mai?
In “Senza Eredità” non compaiono episodi strumentali solamente per la coincidenza che, nel materiale recuperato non vi erano brani senza testo. Ho sempre amato scrivere musica indipendentemente dalla voce cantata, questo perché suscita in me immagini straordinarie, che spesso vengono rovinate dalla parte vocale. Qualsiasi mio brano nasce strumentale, spesso mi capita di non sentir la necessità di scriverci un testo ed è così che lo lascio senza voce evitando di snaturarlo.

Ho sempre seguito con interesse il tuo approccio “vintage” nella strumentazione e nell’approccio alle registrazioni, hai mai pensato di dare un “vestito” più contaminato dall’elettronica alle tue composizioni?
Sì, ci ho pensato spesso, ma bisogna trovare anche persone capaci, e in Italia il gusto riferito alla musica elettronica è un po’ latitante.

Cosa stai ascoltando in questo periodo?
Ascolto dischi classici perlopiù di jazz. Chet Baker, Miles Davis, Coltrane, Thelonious Monk, Evans. Ascolto rock soprattutto mentre guido, spazio anche lì tra i miei amori che non abbandonerei nemmeno sotto tortura; Smiths, Echo & the Bunnymen, Lotus Eaters, Lloyd Cole and the Commotions, Housemartins, Roy Orbison, Elvis.

Negli ultimi anni sei passato dalle sonorità mature ed elettriche di UMG al disco con la band Stella Maris per tornare alle atmosfere più folk oriented di Moltheni, cosa dobbiamo aspettarci nell’immediato futuro?
Sto ultimando le registrazioni del nuovo album di Stella Maris che considero qualcosa di straordinario. Presumo che nella primavera inoltrata inizierò la pre-produzione del nuovo album di UMG, ma occorrerà ancora un po’ di tempo per regalargli vita vera. Nel frattempo produco cantautori sconosciuti e la cosa mi diverte molto.

Foto originale di copertina di Avida Dollars (@nsfilmphoto)

Luca Worm – Ora!

Luca Worm – ai più noto per il suo militare negli Animatronic, di cui è fondatore insieme a Luca Ferrari dei Verdena – ha regalato uno degli ultimi colpi di coda musicali del 2020: il suo primo album solista “Now” (C’mon Artax!) propone il chitarrista in una nuova vesta più anarchica e in alcuni frangenti anche nel ruolo di cantante.

Ciao Luca, cosa ti ha spinto a metterti in “proprio”, rilasciando il tuo esordio da solista proprio in questo funesto 2020?
Ciao Giuseppe! Ho deciso di rilasciare “Now” in questo 2020 perché semplicemente sentivo l’esigenza di “lasciarlo andare”. Per me questo album segna la fine del decennio, la fine dei miei vent’anni; non avrebbe la stessa importanza e lo stesso peso se fosse stato pubblicato 20 giorni dopo. Il mettermi in “proprio” è stata una mia esigenza di circa tre/quattro anni fa ed è sempre rimasta nella rosa dei progetti in cui lavoro e per i quali lavoro.

Qual è l’aspetto della tua musica che hai potuto approfondire in questo album e che per un motivo o per un altro non sei mai riuscito ad analizzare nelle tue esperienze precedenti?
In questo album sono stato totalmente libero in fase di scrittura quindi ho sfruttato tutto ciò che era nel mio bagaglio in quel momento senza pormi alcun freno. Ciò mi ha permesso poi di fare un’analisi tecnica ed una dettagliata auto-critica spunto di crescita su tutti i fronti. Altra nota importante: ho potuto scegliere in totale autonomia come lavorare alla promozione del disco, nei progetti precedenti era una scelta di gruppo e, ahimè, spesso motivo di scontro.

Ora ribalto la domanda, c’è qualcosa degli Animatronic che hai eliminato volutamente in questo disco proprio per sancire la tua libertà compositiva?
Assolutamente no! Abbiamo inciso questo disco tra Dicembre 2018 e Marzo 2019; gli Animatronic nascono nel Gennaio 2018, “Now” era già quasi tutto scritto. Non sarebbe comunque un problema se decidessi domani di entrare in studio per un secondo album solista, lo stile dei due progetti è totalmente diverso: il tocco sullo strumento rimane in entrambi, inevitabile fortunatamente…

Il titolo, “Now”, dà l’idea di un’istantanea, di un momento catturato. Ma è andata davvero così, i brani sono nati di getto o le idee le hai raccolte, in modo conscio o inconscio, nel corso di più anni?
“Now” è il tempo che ci sfugge di mano: ieri avevi 18 anni, oggi 30! Ti fermi, cosa a cui non sei abituato nella frenesia quotidiana, ti guardi alle spalle e cogli il modo di arrivare ad un traguardo futuro in modo più efficace ed in minor tempo. Le idee per i brani cantati le ho raccolte in modo inconscio nel corso degli anni, mentre i sette brani strumentali li ho scritti di getto nell’arco di tre mesi.

Un passaggio delle note promozionali che mi ha colpito è questo: “Non saremo mai felici nella nostra ricerca trascendentale”. Questo approccio eccessivamente critico, direi quasi nichilista, non può portare alla lunga alla frustrazione? Estremizzando il concetto, se la tua ricerca trascendentale avviene attraverso la musica, potrei anche pensare che tu oggi non sia già più soddisfatto di “Now” e che tu sia concentrato sul suo successore…
E’ inevitabile per il mio essere non pensare al mondo attuale come un mondo non in decadenza. Nonostante ciò mi sforzo di credere in una rinascita futura che in qualche modo riporti alla luce i valori umani, quelli che non si legano ad una sola cultura, ad una religione o alle istituzioni. Crescendo ho sviluppato una visione sempre più “animista” dell’universo. Tornando alla musica: il mio approccio critico è volto principalmente al miglioramento, non sentirsi mai arrivati per continuare ad apprendere. L’unico fattore che potrebbe trascinarmi nella frustrazione sarebbe il rendermi conto di aver perso l’umiltà, per il resto preferisco rimanere un eterno sognatore con i piedi per terra. Sono soddisfatto di “Now”, ha un’anima tutta sua, il suo successore sarà diverso.

Sempre in quel passaggio parli di trascendenza, questo concetto lo ritroviamo anche nella copertina del disco forse, che mi sembra un mandala. Quel è il tuo rapporto con la spiritualità e che in modo questa incide sulla tua musica.
Credo vi siano delle energie nell’aria che ci circonda, io ne traggo ispirazione per la stesura di qualche testo per canzone. Nella musica cerco di rievocare le sensazioni scaturite in me dall’attrazione che ho verso lo spiritismo ma non solo, parlo anche di esperienze reali e fatti accaduti, di sensazioni astratte intrinseche nell’animo umano. A livello musicale prediligo le tonalità minori in quanto più suscettibili e portatrici di un leggero velo di tristezza.

In questa avventura non sei solo, ti andrebbe di presentare i tuoi compagni?
Certamente! Mauro Ferretti, classe 1964, batterista dalla tenera età di 7 anni, nostalgico dell’hard rock e dell’heavy metal. Dal 1979 al 1986 suonò in una band che si chiamava Hallowed, negli anni a seguire ha collaborato con svariati artisti e musicisti del panorama underground. Musicista eclettico che trova il suo posto nell’universo solo in sella al suo strumento! Cristian Negrini, classe 1974, chitarrista e musicista di professione. Nel mio progetto si presta al basso, con il quale negli ultimi anni ha avuto modo di familiarizzare sviluppando una tecnica degna di nota! A mio avviso una persona vera, sincera e costante: un amico, come lo è anche Mauro!

Il disco è molto vario, con la tua chitarra esplori vari generi. La cosa ti riesce grazie alla tua padronanza tecnica. Qual è il campanellino d’allarme che ti avvisa quando stai eccedendo con la tecnica a scapito del feeling?
Suonando insieme ad altri musicisti si impara ad ascoltare gli altri strumenti in modo di suonare soprattutto “in funzione di”, ci può essere poi l’eccezione di “x” secondi in cui puoi dire e dare tutto. Finché si ha il quadro generale di ciò che si sta suonando e ciò che stanno suonando i tuoi compagni va tutto liscio, il campanello d’allarme per me è il momento in cui si tende a sbilanciare questo equilibrio, con il rischio di correre in solitaria per spazi non definiti, mettendo in difficoltà il resto della squadra. La tecnica deve essere al servizio della melodia, è bello trattarla come fosse una spezia… Sono un amante del peperoncino, non riesco a dosarlo (ridendo).

Il disco è per lo più strumentale, ma come ti vedi nelle veste di cantante?
Prediligo l’opzione strumentale in quanto sono provvisto di un’estensione molto più ampia rispetto alle mie discrete doti vocali. Mi sento uno strumentista, nonostante ciò nel mio percorso ho avuto l’ispirazione e l’occasione di scrivere canzoni con testi in italiano, che ho così inserito nel disco. Al microfono cerco di trasmettere la stessa energia che infondo con la chitarra, perché credo in ciò che scrivo, sforzandomi di mantenere alta la qualità di entrambi.

Sei pronto anche per affrontare il pubblico oppure questo esperimento non è destinato ad avere un’appendice live?
Sono pronto eccome! Non aspetto altro che affrontare il pubblico non appena si potrà riprendere con i live! Usciremo dal vivo con la speranza di suonare il più possibile!

Massimo Zamboni – La macchia mongolica

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall Massimo Zamboni – storico chitarrista dei CCCP e dei CSI – per parlare de “La Macchia Mongolica”.

Un primo viaggio in Mongolia nel 1996 fornirà l’ispirazione per uno dei dischi simbolo dei CSI, “Tabula rasa elettrificata”. Ed è ancora in Mongolia che si manifesterà per la prima volta in Massimo Zamboni e sua moglie il desiderio di avere un figlio. Caterina nascerà due anni dopo, con una macchia inequivocabile, un piccolo livido destinato a scomparire nel tempo: la macchia mongolica.

Quel segno detterà la partecipazione a due mondi spirituali e fisici, l’Emilia dei padri e la Mongolia della proiezione.

A vent’anni da quel primo viaggio, Massimo e Caterina torneranno in quella terra che li lega profondamente: un nuovo viaggio – prima tutti insieme, poi Caterina da sola – diventa scoperta ulteriore, indagine sull’Altrove che abita in noi, un’esplorazione necessaria tra le stanze della memoria più intima.

LA MACCHIA MONGOLICA. UN FILM, UN LIBRO, UNA COLONNA SONORA

Ascolta qui l’audio completo:

Sito ufficiale de “La Macchia Mongolica”: http://lamacchiamongolica.com/