Stef Burns – Lezioni di rock

Il Teatro Barium di Bari stasera (29.09.2021) alle ore 18 ospiterà un chitarrista rock d’eccezione di fama internazionale: Stef Burns. Conosciamo meglio il rocker statunitense attraverso la seguente intervista.

Ciao Stef, ricordiamo innanzitutto che tu hai suonato con tantissimi artisti prestigiosissimi, si ricordano spesso Alice Cooper, Vasco Rossi, Steve Vai, Huey Lewis & the News e molti altri, qual è il ricordo più bello che più ti lega a questi grandissimi nomi e la differenza del modo di lavorare con una band anziché un’altra?
Tutti gli artisti con cui ho suonato mi hanno regalato tante belle cose. Sono stato cosi bene con Alice con Huey, Peppino D’Agostino, ed altri ma soprattutto con Vasco… La più grande esperienza musicale che abbia mai vissuto. Tutti i dischi che ho registrato con lui, poi i concerti a San Siro, Modena Park, Imola, Catanzaro e tanti altri.

In particolare il concerto di Modena Park sarà stato qualcosa di incredibile a livello emozionale, che ricordi hai di quella sera?
Very very strong! È stato come un sogno suonare davanti a 230.000 persone! Concentrandomi sulle mani in maniera tale di non sbagliare.

C’è qualcuno con cui invece “sogneresti” di suonare?
Paul McCartney… per poter suonare i pezzi dei Beatles con lui.

Sei un chitarrista tra i più acclamati al mondo e molto seguito, cosa consiglieresti a un ragazzino che vuole iniziare a suonare lo strumento?
Di seguire la sua passione, un suo stile, suonare tanto, suonare davanti alla gente, e con musicisti diversi. Di studiare altri strumenti per l’ispirazione come voce, sax e piano.

Spesso si dice che il “rock è morto”, che differenza vedi suonando per il mondo oggi rispetto a 20/30 anni fa? C’è realmente meno interesse per il genere o sono “solo parole”?
Sono solo parole a mio parere. Il rock non morirà mai!

Parliamo finalmente della tua carriera solista, che progetti ci sono in cantiere, lo scorso luglio era uscito un singolo, vero?
A novembre il mio gruppo, Stef Burns League, andremo in tour per un secondo giro in Italia quest’anno! Lo scorso luglio è uscito il singolo “Bringing It On” che si trova sulle varie piattaforme digitali. È sempre la cosa più importante e più bella per me suonare i nostri pezzi insieme a Juan e Paola!

Parlando della clinic che terrai a Bari domani, su cosa verterà esattamente? Cosa deve aspettarsi chi verrà a vederti?
Suonerò pezzi dei miei album, “Swamp Tea” e “World Universe Infinity”, più qualche sorpresa. Spiegherò come uso la Stratocaster e come faccio tante cose con la chitarra e parlerò anche dell’ispirazione per comporre ed improvvisare. Risponderò alle domande del pubblico e ci divertiremo tanto!

Non resta altro stasera che recarsi al Teatro Barium di Bari, in via P. Colletta 6/6 alle ore 18. Il costo di ingresso è di € 30,00. Per qualsiasi ulteriore informazione, per prenotare il proprio posto e per conoscere maggiori dettagli sull’evento, sono reperibili sulla pagina dell’evento Facebook A lezione da Stef Burns. Evento consigliato da Wanted Record, Bari.

INTERVISTA ORIGINARIAMENTE PUBBLICATA SUL QUOTIDIANO “IL QUOTIDIANO DI BARI” IL 29 SETTEMBRE 2021

Belvas – La belva è fuori!

Il nostro cammino nel panorama musicale italiano a caccia di realtà interessanti ci ha fatto incrociare una creatura a tre teste dal nome, Belvas, che di per sé è una sorta di “manifesto programmatico”. Grazie alla Metaversus di Marco Gargiulo abbiamo potuto contattare il gruppo per parlare dell’album d’esordio “Roccen”.

Ciao ragazzi, come e quando nasce la band?
La band nasce nel 2018 dalle menti di Claudio Palo alla batteria (membro fondatore dei Manetti! ed ex membro dei Milaus) e Mirco Lamperti al basso, che hanno posto le fondamenta con gli embrioni di basso e batteria di cinque brani (“Belvas”, “Bianco”, “Pink Boy”, “Spaziale”, “AnDn”), finalizzati nel 2019 con testi, linee vocali e di chitarra con l’ingresso di Paolo Rosato alla chitarra elettrica e Manuel Dall’Oca alla voce e successivamente basso e chitarra acustica.

Il moniker Belvas è arrivato da subito oppure col tempo? Ve lo chiedo perché dall’ascolto della vostra musica pare che il nome sia quasi un manifesto programmatico…
Belvas deriva da Belva, appellativo attribuito al batterista per il suo carattere irruente e per il suo modo di suonare, diventato poi nostro punto di forza.

Un elemento che salta subito all’occhio a chi ha il vostro CD di esordio, “Roccen”, in mano è il disordine che regna sovrano. Tra scarabocchi e scritte varie, quasi si resta storditi. Quanto è importante per voi disordine in fase compositiva?
Il disordine in copertina e nelle grafiche del disco è solo apparente, bisogna farci l’occhio per poterlo apprezzare appieno e cogliere l’importanza che diamo ad ogni dettaglio. Non c’è disordine nel nostro modo di creare, sia nella composizione dei brani che nella preparazione delle grafiche.

I brani paiono mettere in evidenza una doppia anima, una più rude e una più delicata. Come riuscite a bilanciare questi elementi nella vostra musica senza che uno prenda il sopravvento sull’altro?
Il bilanciamento tra indole rude e delicata non è studiato ma è il nostro modo di essere. Questa è una delle caratteristiche che ci rispecchia maggiormente e la si può sentire in modo evidente in “Piacere E’ Dolore”, secondo noi il brano che racchiude perfettamente queste due anime contrastanti.

“Roccen”, contiene 15 brani per più di un’ora di musica, quasi una rarità oggi un disco così lungo. I pezzi sono stati composti appositamente per l’esordio o avevate alcuni di loro chiusi nel cassetto da tempo, magari per un altro progetto?
L’album “Roccen” è una raccolta di 15 brani scritti per l’esordio. La lunghezza è voluta, è il nostro modo di ribellarci a una società dove tutto scorre a mille orari ma si ha bisogno di più aria, dove il tempo è solo denaro.

In un periodo in cui l’ascolto, e di conseguenza l’attenzione, del pubblico va sempre più verso il singolo, tirar fuori un disco così lungo può essere un rischio?
Sicuramente è un rischio e ne siamo consapevoli, ma noi siamo amanti della cultura musicale vecchio stampo.

In generale quanto vi riconoscete nella scena musicale odierna? Dall’ascolto di “Roccen” parete più proiettati sul passato, sui 90 e anche più indietro…
Rispetto alla scena musicale odierna facciamo parte della minoranza, con un background musicale che arriva dagli anni 90 e anche più indietro, ma restiamo comunque proiettati verso il futuro!

Un’altra impressione che ho ricavato dall’ascolto e che forse lo vostro musica sta un po’ stretta tra i solchi di un disco, pare quasi fatto esclusivamente per essere suonata dal vivo: siete riusciti a testare i brani su un palco tra un lockdown e l’altro? Qual è stata la versione del pubblico?
Bella domanda! L’album è stato registrato volutamente in presa diretta, per avere un suono il più possibile fedele a quello che è un nostro live. Purtroppo stiamo iniziando solo ora a programmare qualche data dal vivo causa Covid ma la reazione del pubblico nelle poche esibizioni che abbiamo fatto finora è stata positiva.

Ora che la belva è fuori, qual è il suo prossimo passo? È tutto, grazie.
Siamo al lavoro sul secondo disco, ma stiamo puntando a portare finalmente in giro “Roccen” che, come una belva in catene da troppo tempo, ha bisogno di uscire.

Daniele Mammarella – Melodie al chiaro di luna

Daniele Mammarella, chitarrista dal talento riconosciuto a livello internazionale, da qualche giorno ha pubblicato per la Music Force Records il suo secondo album, “Moonshine”. Lo abbiamo contattato per saperne di più…

Ciao Daniele, complimenti per il tuo nuovo album “Moonshine”. Le emozioni che provi per questo secondo disco sono le stesse dell’esordio oppure hai acquistato una consapevolezza maggiore dei tuoi mezzi in questo biennio?
Ciao Giuseppe, ti dico, pubblicare un disco è sempre una grande emozione, è esattamente come la nascita di un secondo figlio! Ovviamente per “Past, Present and Let’s Hope” c’è stata, oltre che l’emozione, anche la novità nel fare un’esperienza nuova, di conseguenza ho vissuto le due diverse uscite con vedute diverse, “PPLH” è stato diciamo il mio biglietto da visita, mentre “Moonshine” ha un obiettivo ben più ampio!

I tredici brani come sono nati? Qualcosa proviene dalle session del precedente “Past, Present and Let’s Hope”?
La maggior parte dei brani che scrivo nascono così, senza pensarci troppo, li suono e basta, ovviamente con le dovute e giuste ritoccatine. Molti invece escono fuori dall’esigenza anche di creare dei contenuti per il mio format che ho chiamato “Musica Panoramica”, dove mi arrampico per le montagne o attraverso fiumi per riprendere gli scenari più belli della natura per suonarci sopra. Beh sai, non potevo riproporre sempre gli stessi 10 brani del primo disco per un anno e mezzo, di conseguenza prima di partire per il luogo dove avrei fatto il video, scrivevo una melodia al volo per poi farlo diventare un piccolo brano fingerstyle. Ti faccio un esempio, la prima traccia di “Moonshine” si intitola “Shadow Blues”, questo brano è nato appunto perché mi serviva un’idea nuova per un video, il problema è che quando andai a registrare, il cielo si era coperto di nuvole e gli alberi ricoprivano d’ombra tutta la vista… una volta tornato a casa, guardando la ripresa, notai che non si vedeva niente per la troppa oscurità, però dai il pezzo mi piaceva e così è nato “Shadow Blues”. Per quanto riguarda l’ultima domanda, sì, alcuni brani sono stati scritti praticamente nei giorni seguenti all’uscita del primo disco come la title track “Moonshine”, “In the Sky” e “D-Train”.

Sei passato da una copertina in cui sei raffigurato in un’immagine in peno giorno ad una in cui invece sei immerso nella notte. A questo diverso approccio iconografico ne corrisponde anche uno musicale?
In realtà no, questo cambio deriva dal fatto che all’ultimo momento decisi di cambiare il titolo dell’album in “Moonshine”, così chiamai il mio amico Samuele Bucci (esperto in fotografia paesaggistica) e decidemmo di fare la foto presso il “Lago Racollo” (Gran Sasso) alle 23.30 con -6° di temperatura, che esperienza traumatica… eppure me l’avevano detto di non vestirmi con giacchetta e jeans ahahhahah!

A 24 anni hai due dischi solisti fuori e ti sei tolto diverse soddisfazioni live e in studio, ma come è nata la passione per la chitarra?
Beh in realtà ho sempre due storie da raccontare…  La prima si rifà a quando avevo 7 anni e per “fare il figo” con un’amichetta delle elementari che stava prendendo lezioni di musica, presi la chitarra e iniziai a suonare delle cose a caso, da lì poi iniziai a prendere lezioni. La seconda storia invece dovrebbe essere quella ufficiale… Vivo in una famiglia molto grande con tanti cugini e zii, mio nonno era appassionato di musica tradizionale abruzzese e decise di riportare a casa per noi bambini, una chitarra e una fisarmonica. Poco tempo dopo mio nonno ebbe una brutta malattia, da lì, un po’ per mio nonno, ma anche un po’ per me, decisi di iniziare a suonare.

Nel 2016 ti sei diplomato al Guitar College di Londra. Per chi volesse compiere un cammino simile al tuo, qual è l’iter per entrare nella prestigiosa scuola albionica?
Io mi sono diplomatico al Trinity College tramite la scuola dove adesso sono insegnante di chitarra fingerstyle, sto parlando dell’Apm di Benedetto Conte. Ci sono varie scuole che hanno il permesso di rilasciare questi attestati. Prima si individua il livello del partecipante, dopodiché si intraprende un percorso di studi adibito a quel livello fino a che non si arriva all’esame finale con la direttrice che viene direttamente da Londra per esaminarti.

Un anno fa hai vinto il concorso “The Star of Magic” come miglior chitarrista fingerstyle: quando e perché hai iniziato ad approfondire questa tecnica chitarristica?
Sono sempre stato un appassionato della chitarra Fingerstyle, scoprii questo mondo all’età di 9 anni grazie al mio vecchio maestro. Ricordo che mi faceva imparare, a quell’età, brani del leggendario Tommy Emmanuel e fidati, a 9 anni non era proprio una passeggiata ahahah. Una cosa molto bella è che sin da allora mi spronava a scrivere i miei primi brani, infatti molti pezzi sono nati all’età di 13 anni, come per esempio “Danny’s Blues”. Mano a mano che avanzavo con l’età mi rendevo sempre più conto che questa sarebbe stata la mia strada, di conseguenza intrapresi anche piccoli studi personali per perfezionare la “mia” tecnica.

Il tuo pubblico è composto prettamente da amanti della tecnica chitarristica oppure è di più largo respiro?
Direi molto di più la seconda! Uno dei miei più grandi obiettivi è sempre stato quello di portare il fingerstyle dove non c’è ma soprattutto renderlo un genere, anche dal punto di vista concertistico, molto più popular! Ho sempre cercato di trasmettere le stesse emozioni di una band sul palco ma solo con la chitarra. Quindi si, la seconda!

Hai già programmato delle date a supporto di “Moonshine” o stai aspettando che la situazione sanitaria sia ben tranquillizzante?
Sì sì! Ho già delle date programmate, la prima è stata il 17 giugno presso lo stadio del mare di Pescara, seguiranno poi (per adesso), altri 15 concerti fino a settembre! La prossima è l’11 luglio “Concerti all’alba” presso la Torre di Cerrano di Pineto (Te). Poi pubblicherò l’intero calendario

Da insegnate e da amante della chitarra, che consiglio daresti a chi si approccia oggi allo strumento? Studiate, appassionatevi e credeteci. Ne vedo tanti che si arrendono perché “non ci riesco” e non c’è cosa più sbagliata!

Ago Tambone – Musica libera

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall, Ago Tambone autore dell’album “Libera” 

Ciao Ago e benvenuto su Overthewall, tu hai iniziato ad interessarti di musica già da giovanissimo con pianoforte e tastiere ma ad un certo punto molli le tastiere per la chitarra. Ci racconti com’è avvenuto questo cambiamento?
E’ stato abbastanza semplice: l’approccio alle tastiere è avvenuto naturalmente, intorno ai cinque o sei anni, con le prime tastierine elettroniche, un po’ per gioco. Crescendo, ho “curiosato” più seriamente, studiando pianoforte classico e tastiere per due anni circa; però qualche tempo dopo, la curiosità si è spostata sulla chitarra (strumento che strimpellava mio padre, per accompagnarsi quando cantava). E così c’è stato un vero e proprio innamoramento per questo strumento, che mi ha spinto a studiare ed approfondire i suoni e le tecniche relative. Studio che naturalmente, si è esteso al basso e saltuariamente al mandolino… non tralasciando, ovviamente le tastiere.

Ci sono stati dei chitarristi storici a cui ti sei inizialmente ispirato?
Non essendo io un chitarrista di formazione classica, ho avuto dei riferimenti chitarristici in artisti moderni, anche se amo il mondo della chitarra classica. Quindi nella mia formazione chitarristica, ci sono stati chitarristi – giusto per citarne alcuni – come Eric Clapton, Carlos Santana, Richie Blackmore, David Gilmour, Mark Knopfler, Pat Metheney, Van Halen, Yngwie Malmsteen, Kee Marcello, Richie Sambora, Gary Moore, George Benson… anche Chuck Berry! Ognuno di questi artisti, ha rappresentato un riferimento molto importante per me, tanto dal punto di vista tecnico, quanto e soprattutto, dal punto di vista compositivo.

Durante la tua carriera hai collaborato con diverse realtà musicali. Quali progetti musicali ti hanno coinvolto maggiormente?
Nel mio percorso artistico, ho avuto la possibilità di collaborare con diversi musicisti, di varie estrazioni. Questo aspetto è fondamentale per un musicista, poiché può imparare tanto da tanti generi differenti, oltre ad imparare come instaurare un buon rapporto umano e professionale con i propri colleghi. Devo dire che le collaborazioni che hanno lasciato il segno, sono quelle con i One Way Ticket nel 2004/2005, band rock barese capitanata da Morris Maremonti; nel 2009, c’è stata una bella parentesi in studio, per delle registrazioni di alcune parti di chitarra, con i Poeti del Quartiere, formazione rap barese, tuttora attiva. Vi consiglio di ascoltare i loro lavori; dal 2009 al 2012 invece, sono stato chitarrista e bassista per i Revo’, una formazione pop-rock italiana emergente, fondata insieme al cantautore Francesco Cacciapaglia. Una menzione a parte, merita una collaborazione del 2011 con Giuseppe Cionfoli, per la pubblicazione di un brano dedicato a Sarah Scazzi, appena quindicenne, che come tutti ricorderanno, perse la vita nel delitto di Avetrana, un caso che ebbe un enorme rilievo mediatico. Il brano, intitolato “Sarah”, nacque da un’idea di Giuseppe Cionfoli; naturalmente, io accettai subito, prendendo parte alla composizione e alle registrazioni.
E’ stato un atto di umanità, che dovrebbe farci riflettere.

Ad un certo punto inizi il tuo percorso da solista. Nel disco che presentiamo oggi, che ha come titolo “Libera”, suoni praticamente tutti gli strumenti, ed è stato mixato e masterizzato da te nel tuo studio di registrazione. Un lavoro oserei dire intimo e personale che racchiude sensazioni ed esperienze da te vissute. Ci parli di questo disco?
“Libera” nasce da mie esperienze e riflessioni, sulla quotidianità degli eventi della nostra vita. Già il titolo, vuole essere un’esortazione a sentirsi liberi di vivere la vita come si vuole e di fare le proprie scelte, senza essere vincolati da fenomeni di massa (“Libera”) Naturalmente, senza intaccare la libertà altrui. Il disco tratta anche di argomenti come l’indifferenza tra gli esseri umani, che ormai non è più un fenomeno isolato, dato che la gente si distacca sempre più dalla natura umana. Questo atteggiamento lo si vive soprattutto nelle grandi città per via della vita caotica e lo stress che tendiamo ad accumulare (“Indifferenti”). Di conseguenza, è nata la necessità di scrivere anche un brano sulla incomunicabilità tra la gente (“Una Sensazione”). Figurano altri brani che invece spaziano tra vari argomenti: Voglio spronare l’ascoltatore, a credere sempre nei propri desideri e a non mollare facilmente, poiché con la tenacia, spesso si raggiungono i risultati sperati (“Credici”); in effetti questa esortazione, si ispira a una parentesi autobiografica. O ancora, il bello del senso di libertà e di pace interiore che può dare il viaggiare per il mondo, in cosciente solitudine (“I Live On My Own”). Non è un aspetto da sottovalutare, direi… Nel percorso di “Libera”, ho voluto rendere omaggio a mio modo, a tutte le vittime degli attacchi dell’11 settembre 2001. Era un forte desiderio che ho provato praticamente dal momento che ho visto, così come tutto il mondo, le terribili immagini in televisione. Soprattutto, quello che mi ha colpito maggiormente, è stato vedere la gente che si lanciava nel vuoto. Mi è sembrato un modo per onorare in qualche modo, tutte le persone che hanno perso la vita, innocentemente (“The Falling Ones”). Non cito gli altri brani, per non svelare tutto l’album… che tra gli altri, contiene anche tre cover di brani molto famosi, ai quali sono legato. Il disco mi ha visto impegnato come autore dei testi, non tutti, per la verità, compositore e arrangiatore. Ho suonato tutti gli strumenti, ad accezione del pianoforte su “The Falling Ones”; ho curato tutta la parte delle riprese audio, editing, missaggio e mastering. Insomma, ho avuto un gran da fare! La soddisfazione maggiore, è stata aver avuto accanto, durante la lavorazione di buona parte del disco, altri artisti che hanno fatto la differenza. A loro sono molto grato.


“Libera” è stato pubblicato nel 2020, quando in realtà liberi non eravamo affatto a causa della pandemia. E’ stata una scelta casuale o voluta?
In effetti “Libera” è stato pubblicato verso la fine di gennaio 2020, il che fa intuire che era già pronto da fine 2019. Non c’è stato nessun riferimento alla pandemia, che ci ha privati di diverse libertà; anche perché l’opinione pubblica, è venuta realmente a conoscenza della gravità della situazione sanitaria mondiale un mese più tardi, con tutte le conseguenze che conosciamo bene. Però, direi che per estensione del concetto di libertà, accosterei il messaggio del mio disco alla forte necessità di tornare a vivere normalmente, nel più breve tempo possibile, come tutti auspichiamo!

C’è un brano del disco a cui sei particolarmente legato?
Sono legato, ovviamente, a tutti i brani. Se però parliamo di un legame particolarmente forte, direi che c’è un posto speciale per “Credici” (data l’ispirazione autobiografica) e “The Falling Ones”, per le ragione già citate.

Nel disco collaborano alcuni musicisti. Ne vogliamo citare qualcuno?
Al disco, hanno preso parte: Antonio Gridi, cantautore che ha scritto i testi e cantato in “Indifferenti” e “Renditi Libero” e ha preso parte ai cori di “I Live On My Own”; Monica Cimmarusti, cantautrice che ha cantato in “Indifferenti” e “Wrapped Around Your Finger” e ha preso parte ai cori in “I Live On My Own”; Massimiliano Morreale, cantautore e polistrumentista che ha cantato in “Comfortably Numb”; Francesco Cacciapaglia, cantautore e musicista che ha scritto il testo di “Cristalli Gelidi”; Pasqualino de Bari, cantautore e tastierista che ha scritto il testo di “I Live On My Own” ; Gianvito Liotine, pianista e tastierista che ha suonato il pianoforte in “The Falling Ones”. Detto ciò, abbiamo svelato anche due delle tre cover!. Vanessa Bisceglie per la fotografia; Andrea Tarquilio per la Cover-Artwork. A tutti loro, sono molto grato.

Restrizioni permettendo, sono previsti dei live per promuovere il disco?
Al momento, non è previsto nessun live, poiché sto lavorando all’ultima fase del mio nuovo disco, che per ora è pubblicato solo online, su varie piattaforme musicali. Magari, quando si tornerà alla normalità, riprenderò con i concerti… che ci mancano tanto!

Puoi dare delle indicazioni ai nostri ascoltatori per seguirti sul web?
Per chi fosse interessato all’ascolto e/o all’acquisto, i miei lavori, si possono trovare su: Bandcamp, Facebook, Youtube, Spotify e Apple Music.

Grazie di essere stato con noi su Overthewall. Ti lascio l’ultima parola
Grazie a te, Mirella e a tutto lo staff di Overthewall, per avermi invitato. E’ stato un vero piacere essere vostro ospite! Colgo l’occasione per ringraziare chi come voi, si impegna quotidianamente a far conoscere la musica “non convenzionale”. Siete grandi! Un saluto a tutti gli ascoltatori, con l’auspicio di tornare a vedere tanta musica dal vivo, nel più breve tempo possibile. Soprattutto di poter ascoltare tanta musica di grande qualità… ne abbiamo bisogno. A presto!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 31 Maggio 2021

Twang – Il tempo dell’inverso

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i Twang, autori dell’album “Il tempo dell’inverso”.

“Il tempo dell’inverso” è il primo full length dei nostri ospiti di oggi, i Twang, cinque giovani musicisti torinesi, con un bagaglio musicale abbastanza importante e soprattutto interessante. Benvenuti!
Grazie mille, Mirella. Ciao a tutti!

Abbiamo la line up al completo! Volete presentarvi ai nostri ascoltatori?
Bartolomeo Audisio: Ciao, io sono Bart e suono chitarra e flauto, e alle volte seconde voci.
Federico Mao: Io sono Fede, sono chitarrista e corista.
Moreno Bevacqua: Io sono Morris, bassista e seconda voce.
Simone Bevacqua: Ciao, io sono Simo, voce solista e chitarra ritmica.
Luca Di Nunno: Ciao, io sono Luca e suono la batteria, e a volte chitarra acustica e voce.

Quali sono le vostre esperienze musicali prima di formare la band?
Bart: Beh, siamo tutti abbastanza giovani (in scala, nati dal 1994 al 1998) ma fortunatamente siamo riusciti tutti a collezionare un bel po’ di esperienze importanti. Io per esempio studio musica praticamente dai sei anni, mi sono laureato al conservatorio nel 2015 e tuttora continuo gli studi classici. Attualmente, oltre che con i Twang, suono nella formazione Duo Volgaris.
Fede: A 14 anni ho cominciato a calcare vari palchi di Torino (come Spazio211 e Cap10100) grazie alla scuola “The House Of Rock”, frequentata anche da Simo e Morris. Di questi tempi, suono il basso con le band Zagara e Moonlogue.
Morris & Simo: Siamo ovviamente cresciuti insieme in tutti i modi possibili, attraverso la succitata House Of Rock (con i maestri Roberto Bovolenta e Chiara Maritano) e con il nostro primissimo progetto, i 9000dol, con il quale abbiamo suonato anche all’Hiroshima e al Fortissimo Festival.
Luca: Io ho cominciato a studiare batteria jazz da bambino , con mio padre Cesare come insegnante …

Un figlio d’arte, praticamente !
Luca : Diciamo di sì. Ai tempi del liceo suonavo con una band psichedelica, i Crode, e con i Crawling Waves. Poi per un po’ sono rimasto sgruppato, finché non ho incontrato casualmente il vecchio Simo, alla fine del 2015…

Come avete scelto il nome della band? Il nome Twang è legato a qualche aneddoto particolare?
Fede: E’ una storia abbastanza buffa, perché l’abbiamo scelto praticamente a caso, puntando letteralmente il dito su un vocabolo random in un dizionario inglese; fortunatamente, però, è legato a molti elementi che ci caratterizzano. Di per sé è un’onomatopea, può ricordare il suono di una corda di chitarra che si spezza, o il carattere tipico di una Fender Telecaster (posseduta da tutti e tre i chitarristi del gruppo, ma sono dettagli). Inoltre è un nome abbastanza facile da ricordare, e ci si può giocare in mille modi.

Dalla vostra bio ho appreso che l’idea della band nasce verso la fine del 2015, durante un concerto dei Blues Brothers, come sono andate le cose?
Simo: Io, Bart e Luca abbiamo frequentato lo stesso liceo artistico, e certamente andavamo d’accordo, ma non è che non fossimo proprio amici. Così sono rimasto alquanto stupito quando Bart mi ha chiamato, nel Maggio del 2015, dicendomi “Weiiiii Simo, ti va di incontrarci al concerto dei Blues Brothers stasera in Piazza San Carlo? Devo farti una proposta!” “C’è un concerto dei Blues Brothers stasera???”… Poche ore appresso, durante la jam di “Sweet Home Chicago”, Bart ha offerto a me e al mio inseparabile fratello di creare un gruppo di matrice Blues Rock, giusto per cercare un po’ di palchi, senza paranoie, e magari con una Voce Femminile… Sarebbe stato bello, ma nulla di più lontano da quel che poi i Twang sono diventati. Qualche mese dopo il concerto abbiamo cominciato a provare in power trio, con me alla batteria, e alla fine del 2015 la formazione era esattamente quella che oggi si sente ne “Il Tempo Dell’Inverso”.

Alla fine, a quanto pare, è rimasta una formazione prettamente maschile.
Inutile dire che la voce femminile non l’abbiamo trovata, si sono dovuti accontentare di me come cantante! Però nell’album le voci femminili ci sono eccome, nei brani “Esilio” e “Il Pirata”.

Il vostro esordio avviene con un EP che avete auto-prodotto nel 2017 e che vi ha dato parecchie soddisfazioni e nello stesso anno, con il singolo “La legge del più forte”, siete i vincitori del premio Miglior Band del concorso nazionale “Senza Etichetta”, presieduto da Mogol. Com’è stata la vostra reazione a queste importanti conferme?
Luca: Sicuro, registrarlo autonomamente in garage da Bart (e con mezzi di fortuna) è stata un esperienza meravigliosa, considerando i risultati poi ottenuti da “Nulla Si Può Controllare”. Ma la vittoria a Senza Etichetta è stata una sorpresa meravigliosa, soprattutto il momento in cui il Maestro Mogol ci ha preso da parte, sul palco, appena dopo l’annuncio : praticamente, per cinque minuti il pubblico non ha sentito altro che silenzio, mentre Mogol ci spiegava cosa andava e non andava nel testo del brano, metodo di scrittura ecc…

Avrete fatto sicuramente tesoro delle sue parole nei vostri lavori seguenti.
Luca: Assolutamente sì!

Parliamo del nuovo album, “Il tempo dell’inverso”. Quant’è durata la gestazione e dove è stato realizzato?
Morris: Rispetto a “Nulla si può Controllare”, il processo di produzione è stato un salto di qualità assurdo, a partire dallo studio di registrazione. L’abbiamo realizzato da capo a piede agli Imagina Production di Torino con il produttore Alessandro Ciola, che in seguito ha avuto l’idea di portarci in Inghilterra per mixare i due singoli (“Attacco” e “Il Tempo dell’Inverso”). Abbiamo mixato i brani ai Real World Studios di Peter Gabriel, una specie di oasi paradisiaca nel mezzo della campagna inglese, un’esperienza di vita senza pari. Inoltre, completamente a sorpresa, Alessandro ha organizzato una sessione di mastering agli Abbey Road Studios, che non hanno certo bisogno di presentazione.

Insomma, il vostro produttore sembra esservi molto affezionato , deve essere rimasto particolarmente colpito da voi.
Morris: Sì, Ale è stato fondamentale per la buona riuscita di questo LP, siamo davvero felici di averlo incontrato. Comunque, nel complesso la lavorazione dell’album è durata all’incirca un anno, anche perché Fred viveva a Londra e Bart ad Amsterdam, ma ne è decisamente valsa la pena.

Il cantato in italiano per alcuni è uno scoglio che impedisce lo sdoganamento delle band, voi, invece, ne avete fatto un punto di forza. Perché questa scelta, quanto mai azzeccata?
Simo: In verità, un tentativo di scrittura in inglese è stato fatto, durante i primi esperimenti di composizione, ma nessuno era propriamente convinto dei risultati. Sentivamo il bisogno di esprimerci nella nostra lingua, ed è complice anche il fatto di aver sempre scritto in inglese nei nostri primi progetti. La difficoltà più grande è sempre il rischio di sovraccaricare i versi, cadendo in un territorio quasi “rap” che assolutamente non ci appartiene, ma basta resistere alla tentazione e vengono fuori dei cantati più che soddisfacenti. A questo proposito, è difficile che un testo venga redatto da capo a coda solo da uno di noi. Io e Luca siamo i parolieri più prolifici, ma il lavoro collettivo è sempre più ricercato e necessario. Ad esempio il brano “Caverna”, contenuto in ITDI, è stato composto interamente a sei mani, idem “Attacco”. Inoltre, personalmente, io mi sentirei a disagio a cantare un pensiero che non sia rappresentativo di tutti e cinque.

Quanto la pandemia ha bloccato i vostri progetti? Cosa state preparando per i prossimi mesi?
Fede: Abbiamo dovuto riorganizzare completamente la pubblicazione dell’album, ma la cosa che più ci è mancata e che ci manca tuttora è la possibilità di suonare dal vivo. E’ quello che tutti i musicisti aspettano di poter fare di nuovo, non vediamo l’ora e ci stiamo preparando per questo. Ci stiamo poi ingegnando per stampare le copie fisiche dell’album “Il Tempo dell’Inverso” (uscito il 2 Aprile su tutti gli store digitali). Inoltre, stiamo preparando il videoclip del singolo “Il Pirata”, e siamo finalisti regionali di Sanremo Rock 34.

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi?
Bart: Penso di poter dire tranquillamente “visitate il nostro sito web“, ma anche Facebook, abbiamo una pagina Instagram che sta crescendo con rapidità, i vari store digitali come Spotify e iTunes, e ovviamente Youtube per tutti i nostri video.

Grazie di essere stati con noi. Vi lascio l’ultima parola!
E’ stato un piacere essere ospiti di Overthewall, prendetevi tempo per godervi “Il Tempo dell’Inverso” (il pessimo battutista è Simo) , e mille grazie a Mirella !!!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 5 aprile 2021:

Artemisia – Derealizzazione sintomatica

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall Vito Flebus degli Artemisia, band autrice dell’album “Derealizzazione Sintomatica” (Onde Roar).

Gli Artemisia sono una splendida realtà musicale tutta italiana, con noi uno dei fondatori della band, diamo il benvenuto a Vito Flebus! Qual è stata l’idea iniziale di questo progetto musicale e avete iniziato subito a creare brani inediti?
Ciao, l’idea venne a me ed Anna Ballarin, la cantante, che reduci da esperienze musicali poco soddisfacenti cercavamo qualche cosa che ci gratificasse a livello artistico, e da subito il connubio tra i riff di chitarra molto sanguigni e potenti in contrapposizione alla sua vocalità, ci sembrò molto vicino a quello che cercavamo dalla musica.

Come nasce un brano degli ArtemisiA e chi è l’autore dei testi?
Il tutto parte dai miei riff, li faccio ascoltare ad Anna ed in base alle emozioni che percepisce ci pennella su un testo. Poi, con i ragazzi, ne discutiamo e cerchiamo di dargli una colorazione consona in modo che suoni ArtemisiA al 100%.

Citiamo la line up completa?
Certamente, Anna Ballarin alla voce, Elettra Medessi cori, Vito Flebus chitarra, Ivano Bello basso e Gus alla batteria.

Il 22 Gennaio 2021 è uscito in formato fisico e digitale “Derealizzazione Sintomatica”, il vostro nuovo album in studio. Ci parli di questo nuovo lavoro discografico?
La derealizzazione è un sintomo dissociativo consistente nella sensazione di percepire in maniera distorta il mondo esterno. Abbiamo scelto questo titolo perché, oltre a piacerci come “suonava”, racchiudeva in sé il senso di quello che con le canzoni volevamo comunicare. Un concept album che va a chiudere la trilogia iniziata con “Stati alterati di Coscienza” e “Rito Apotropaico”, dove si va alla ricerca delle paure e fobie dell’essere umano. Nel brano ” Fata Verde” compare come ospite Omar Pedrini che va ad impreziosire con un feat questo brano.

Il singolo estratto dall’album  “Ombre della Mente” è anche un videoclip. Dove sono state fatte le riprese?Le riprese sono state girate e dirette dal regista Marco Iacobelli, con l’assistenza di Diego Caponetto. Il video si snoda tra scenografie claustrofobiche e psicotiche e ampi spazi verdi di completa rinascita psicofisica. Il tutto è stato girato in location importanti: il Palazzo Steffaneo Roncato a Crauglio (UD), le Mura e le carceri napoleoniche della Fortezza di Palmanova (Ud) ed un ex manicomio. L’attrice protagonista è la cantante della band Anna Ballarin. La riconciliazione con la vita, fa sperare ad un futuro con colori brillanti come le menti aperte e coraggiose degli artisti.

Purtroppo la pandemia ha stoppato totalmente i live e i concerti dal vivo. Cosa pensi di questa situazione che si è venuta a creare per gli artisti?
Per un gruppo come il nostro dove la dimensione live è un elemento naturale, questa situazione potremmo definire irreale per quanto terribilmente reale sia, è quasi insostenibile. In più la voglia di suonare dal vivo le nuove canzoni rende la cosa ancora più dolorosa. Ci auguriamo si torni presto ad una condizione di normalità, ed un pensiero va a tutti gli operatori del settore.

Dopo la pubblicazione dell’album seguiranno altre novità che riguardano la band?
Bella domanda… Visto il periodo che stiamo vivendo è alquanto difficile fare progetti live e quindi abbiamo pensato ad un altro videoclip.

Dai ai nostri ascoltatori i riferimenti per seguirvi sul web?
Certamente : facebook: https://www.facebook.com/artemisiaband; sito: https://www.artemisiaband.it/;      instagram: https://www.instagram.com/artemisia_band/?hl=it; twitter: https://twitter.com/ArtemisiABand;       youtube: https://www.youtube.com/channel/UC3ZL-nwtIBLfORiAGvFT6gA; spotify: https://open.spotify.com/artist/6xwBpJqmj1qmdsiQnqIMKC?si=c3kLXM3eRHesutH291Hhag&nd=1

Grazie di essere intervenuto in trasmissione!
Grazie a voi per la bella intervista, e complimenti per quello che fate per la musica.

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 15 febbraio 2021:

Chino Mortero – Anima nera rock

“Mi presero di sabato” è una raccolta di storie ai limiti della legge, caratterizzate da un sound elettrico, americano e con forti influenze della cultura chicana. Ne abbiamo parlato con Chino Mortero, autore del disco uscito il 1° dicembre 2020 per Qanat Records.

Come è nato “Mi presero di sabato”?
È un album che ho scritto tra l’estate e l’autunno 2019. Avevo lavorato lungo l’anno ad un altro progetto, insieme alla Banda di Palermo, che purtroppo poi non è andato più in porto: si trattava di un concept molto caratterizzato dalla musica tradizionale messicana. Contemporaneamente però avevo scritto una manciata di altre canzoni, sempre storytelling, molto più elettriche però, più “americane” ed è nata la voglia di andare avanti comunque e portare a termine almeno un disco; questo è stato quello più “fortunato”. Siamo entrati con i ragazzi in studio a novembre 2019 e a febbraio 2020 avevamo tutto pronto. Il disco sarebbe dovuto uscire ad aprile scorso, ma la pandemia ha sconvolto un po’ tutti i piani ed abbiamo fatto slittare l’uscita a dicembre.

Perché questo titolo?
Il titolo è tratto dal testo di una delle canzoni del disco, “100 occhi”, e parla di un carcerato. È una frase che identifica bene le tematiche e la narrativa di quest’album: sono tutte delle storie ai limiti della legge o della decenza, caratterizzate da protagonisti che sanno di vivere il lato oscuro della propria vita e che quindi si aspettano prima o poi di dover rendere i conti a qualcuno che, un sabato o l’altro, verrà a prenderli.

Musicalmente tu nasci bluesman, poi scopri l’hip hop e pubblichi due album a nome Ciaka, rappando in italiano. “Mi presero di sabato” è un ritorno alle origini o c’è anche dell’altro?
Sono sempre e da sempre stato attratto ed affascinato da tanti generi e culture musicali diverse; lungo la mia carriera ho spesso cambiato radicalmente genere, a volte forse troppo repentinamente lasciando qualche vecchio ascoltatore un po’ spiazzato. Ma sono sempre stato un grande curioso, e mi è sempre piaciuto confrontarmi con diversi obbiettivi. Ho sicuramente dei generi che fanno parte del mio dna: la black music, la musica latina, la musica chicana. Questo album contiene delle canzoni che risentono sicuramente delle influenze delle origini, ma principalmente è un’opera in cui la musica abbraccia, senza volontà di stilemi, ciò che il testo racconta. Sentivo di volere caratterizzare delle atmosfere un po’ cupe, torbide, a volte pulp, quindi mi era inevitabile portare con me quei riferimenti che dal rockabilly di Johnny Cash arrivassero alle tare psicotiche di Nick Cave o alle bettole fumose di Tito & Tarantula.

So che la lavorazione del disco è avvenuta in diversi studi palermitani, come mai questa scelta?
È una decisione che ho preso da subito: ho tre grandi amici che portano avanti tre studi di registrazione con grande professionalità e grande energia e volevo coinvolgerli nella realizzazione di questo disco. Abbiamo registrato le parti strumentali al Tone Def Studio di Silvio Punzo, che ha capito subito che sound volevamo ottenere e ci ha aiutato molto nel raggiungerlo. Le voci sono state invece registrate presso lo Zeit Studio con Luca Rinaudo, vecchio amico e grande produttore musicale. Al Basement studio di Luca Gambino abbiamo infine registrato i fiati, le chitarre acustiche, contrabbasso, mandolinbanjo e abbiamo effettuato il mix del disco. Luca Gambino è stato molto bravo nel mettere a proprio agio le guest che sono intervenute nel disco e ci ha assicurato un ambiente totalmente amichevole e produttivo, situazione fondamentale secondo me per la buona riuscita di qualunque produzione.

Hai fatto uscire un video live di presentazione dell’album. Come mai questa scelta?
Avevamo in preparazione il video clip di uno dei brani che compongono l’album da fare uscire come primo singolo, ma la pandemia ha messo i bastoni tra le ruote anche a questo progetto. Allora, visto che la stagione dei live sembra ancora parecchio lontana e sono praticamente sicuro che non saremmo riusciti ad organizzare un live di presentazione, abbiamo deciso insieme a I Candelai (storico live club palermitano) di dare l’opportunità a chi volesse godere dell’esecuzione live del disco di poterlo fare con questo video, dove oltre al suonare le canzoni di “Mi presero di sabato” ne raccontiamo un po’ la genesi e la realizzazione. È un periodo molto duro per la musica dal vivo e penso che si debbano trovare delle strade alternative alle solite per la promozione e la divulgazione musicale e culturale. Non potrete venire ad un nostro live? Bene, ve lo facciamo vedere noi anche se con un video e non di presenza, così come siamo abituati a fruirne.

I testi raccontano storie di vite vissute al limite della legalità, ma trasmettono un desiderio di redenzione quasi religiosa. Fai spesso riferimento all’universo chicano dei messicani statunitensi, cosa ti ha portato a rapportarti a questi sentimenti di orgoglio chicano?
Sono sempre stato affascinato dalla cultura chicana perché la trovo incredibilmente vicina a quella mia, quella siciliana: sono entrambe fortemente legate alla famiglia e al credo cattolico, viviamo una storia comune di povertà ed emigrazione, entrambe sono radicalmente segnate da percorsi di criminalità spesso consequenziale all’indigenza e in tutte e due sento forte un senso di volontà di redenzione nonostante la vita faccia a volte scegliere le strade più pericolose. Due culture fortemente legate alla tradizione, alla territorialità, alla necessità di essere ascoltati e riconosciuti. Anche negli aspetti più controversi c’è grande affinità: il machismo, la componente matriarcale della gestione familiare, l’omofobia sono aspetti comuni. Anche nelle cose più leggere non posso che ritrovarmi vicino: sono un grande appassionato della cultura del Lowridring che è un achievement al 100% chicano e adoro la musica ed il cibo messicano, tejano e chicano.

Sulla copertina di “Mi presero di sabato” c’è un uomo armato in attesa, che sta architettando?
Intanto voglio cogliere l’occasione per ringraziare il mio homie Amil Report aka Tha Glocker per avere curato il progetto grafico di tutto il mio percorso sposandone appieno l’estetica. E poi il grandissimo Ciccio “Chronic” Tagliavia, che è il mio uomo copertina: Ciccio è un’icona della musica e della controcultura a Palermo da più di vent’anni, vero protagonista dell’underground di questa città, e mi ha riempito di orgoglio accettando di posare per il booklet di questo disco. La sua estetica poi sposa e rende benissimo il concept di questo album. Rappresenta appieno alcuni dei protagonisti delle canzoni di “Mi presero di sabato”: un uomo controverso dal torbido passato, con uno stile e una personalità ben definite che affondano i piedi nella tradizione, conscio del suo presente da fuorilegge aspetta che le forze dell’ordine appaiano da un minuto all’altro per venire a prenderlo. Ma siamo certi che non sarà una resa facile!

Qanat Records a produrre. Come vi siete incontrati e come avete lavorato assieme?
Sono stato tra i fondatori di Qanat Records dieci anni fa e per un po’ di tempo ne ho curato la sottoetichetta che si occupava prevalentemente di hip hop, reggae e black music (Catacomb Rec). Anche se la mia presenza lungo il corso del tempo non è stata più da protagonista sono sempre stato in contatto con i ragazzi dell’etichetta che sono, tra l’altro, tutti ottimi amici da tantissimo tempo. Con loro avevo già pubblicato il disco dei Pa All Bastardz ed il mio ultimo album rap “Vampiri”. È un’etichetta indipendente per me importante, sempre attenta alle produzioni palermitane con un occhio privilegiato su quei generi che difficilmente avrebbero trovato opportunità produttive pronte a spingerli. L’attitudine poi è quella che mi appartiene da sempre, essendo io ormai una vecchia salma: un piede nel passato, nella cultura DIY, nell’autoproduzione ma lo sguardo rivolto al futuro e al mercato digitale.

Tanti amici hanno contribuito a dar vita all’album. Come ci si sente ad essere il cuore di questo organismo?
Sono enormemente contento di questo aspetto. Da un lato conferma il fatto di avere seminato degli ottimi rapporti con i musicisti ed i tecnici che fanno parte della scena palermitana e di questo sono molto orgoglioso. Dall’altro sono assolutamente cosciente del fatto che Palermo abbia sempre sfornato grandi personalità e grandissimi talenti anche se lontani dai riflettori e non potevo non coinvolgerne alcuni di quelli che potevano aggiungere grande valore a questo mio lavoro. Mi sento parte di un grande scenario cittadino e sono sempre stato convinto che l’autoreferenzialità non sia una strada produttiva, quindi il confronto e la collaborazione non possono che essere un valore in più per qualsiasi produzione culturale. E non solo.

Qualche novità già in cantiere per il tuo futuro musicale?
La pandemia mi sta lasciando molto tempo libero viste le difficoltà lavorative che tutti ben conosciamo, dunque ne ho approfittato per spendere il mio tempo nella creazione musicale. Ho già scritto più di 10 nuovi brani che presto usciranno sul mio nuovo lavoro: sono delle canzoni molto differenti da quelle di “Mi presero di sabato”, non nella narrativa ma nelle sonorità, che sono molto più acustiche, intime, ombrose. Sono dei lavori molto più vicini alla musica mariachi, ranchera, alla musica nortena di Vicente Fernandez e Chavela Vargas; ci siamo quindi spostati più sul Messico vero e proprio che sulla sua anima chicana, senza dimenticare quei riferimenti che in un modo o nell’altro mi appartengono. Se “Mi presero di sabato” è un disco dall’attitudine live, molto d’impatto, questo sarà un lavoro molto più riflessivo e maturo, stiamo curando tutto con molta più attenzione per i dettagli e sono sicuro che verrà fuori un lavoro qualitativamente alto, complementare all’anima più rock, più sporca, che fino ad adesso è venuta fuori.

Lele Croce – La macchina del tempo

Ospite di Mirella Catena ad Overthewall il polistrumentista e cantante Lele Croce, autore lo scorso febbraio dell’album “Time Machine 1 – 1985/2015” (Musitalia/DomBox Records)

Ciao Lele! E’ un vero piacere averti come ospite in trasmissione. Ci parli dei tuoi primi approcci con la musica? So che hai iniziato con la batteria…
Ciao Mirella! E’ un grande piacere anche per me. Sì, hai detto bene, volevo diventare un batterista, all’età di quattro o cinque anni, ma la situazione condominiale non l’ha permesso! All’epoca (era fra il ’73 e il ’75) non esistevano scuole private di musica dalle mie parti e l’unico modo era arrangiarsi. Io non avevo molto senso della misura, come ora a dire il vero (i miei colleghi musici si sorprendono delle 3 ore di concerto che tendo a fare dal vivo…), e “suonavo”, cioè, sbattevo, per meglio dire i miei tamburi ed il mio unico piatto diverse ore al giorno. Impossibile in condominio! Mio padre era un chitarrista/cantante di un gruppo locale (i Barrakuda, fu suonando in Romagna che conobbe mia madre), ed avendo la chitarra sempre a disposizione in casa, piano piano me ne innamorai. Aveva il pregio di aiutarmi a comporre (meglio della batteria), che era quello che più mi interessava, già da bambino, così approfondii lo strumento. Mio padre non aveva molto tempo a dire il vero, un giorno mi regalò un volumetto di accordi “Chitarristi in 24 ore”… credo ci misi 24 anni per diventare credibile, ma fu un bellissimo regalo lo stesso! Fin dalle elementari ho avuto una particolare predisposizione nello scrivere testi di ogni tipo: poesie, brevi racconti, testi con giochi di parole, mi piaceva, e la musica non ha fatto altro che ampliare le mie possibilità espressive. Per quanto riguarda la batteria, non l’ho abbandonata, ho cominciato a studiarla da dopo i trent’anni ed ora la suono anche in qualche registrazione.

Tu hai collaborato con tantissimi artisti e musicisti e questo dà l’idea che per te la musica è un mezzo di condivisione e aggregazione. E’ così?
Sì, certo, e spero di continuare a collaborare il più possibile! Credo di non esagerare nel dire che la musica sia la forma d’arte più “collaborativa” che esista. Anche se sei un solista, comunque prima o poi devi interagire con qualcun altro per concretizzare la tue opere, che siano altri musicisti, o il tuo produttore, discografico, tecnico del suono o liutaio. Per non parlare del pubblico stesso dei live o della TV quando sei ospite in trasmissioni, anche radio, come qui con te. Un pittore, invece, in genere è un po’ più introspettivo. Ma la condivisione, le jam, i concerti, sono fantastici e non c’è nulla che possa equipararli! C’è uno spettacolo per beneficenza, che si intitola “John Lennon Tribute Concert”, che ho in piedi da qualche anno, che ripercorre vita ed opere dell’ex Beatles, in cui invito sempre un sacco di musicisti e lì nascono collaborazioni musicali di ogni tipo.

Il tuo genere musicale è prettamente rock ma con uno stile unico e molto personale. Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente ispirato?
Intanto grazie per avermelo detto, credo sia l’obbiettivo di molti compositori, se non di tutti, quello di avere, prima o poi, uno stile riconoscibile. Anche qui hai detto bene, sono essenzialmente rock, ma abbraccio molti altri generi, perché credo che la musica abbia qualcosa di vitale da dire anche in altri stili e culture, ma essenzialmente vado dal blues al metal, dal folk all’etnica… ma non mi fermo mai, ho fatto anche brani tango, ed elettronici, per dire. Gli artisti che mi hanno maggiormente ispirato sono essenzialmente i Beatles, gli Zeppelin, Frank Zappa, i Police,… ultimamente apprezzo molto la cantante neozelandese Kimbra.

E’ in uscita il tuo nuovo disco, ci parli di questo lavoro discografico?
Sì, “Time Machine” è un progetto nato da un’idea di Mariella Restuccia di Musitalia (etichetta discografica di Messina), che era dal concorso “Girofestival 2003” che non sentivo più. Quqndo nel 2019 abbiamo ripreso i contatti ha chiaramente ascoltato cos’avevo fatto nel frattempo e da questo ne è uscita una doppia raccolta di brani (36 in tutto) composti fra il 1985 ed il 2015, l’anno in cui ho firmato il mio primo vero contratto con la Nerocromo di Mirco DeFoxGalliazzo. Questo doppio album, quindi raccoglie i brani più rappresentativi dei miei primi 30 anni di carriera, molti dei quali completamente inediti… mi sono imbattuto proprio in una vera e propria impresa di archeologia musicale per rimettere insieme i pezzi di canzoni che non avrei mai pensato di pubblicare! Il primo volume con 18 brani è uscito il 18 febbraio, e contiene un singolo scritto lo scorso luglio: “E’ ancora estate, inoltre anche l’unica cover mai pubblicata da me, una versione blues di “Help!” dei Beatles.

Ovviamente non si potrà per il momento ascoltarlo dal vivo. Quanto questa situazione ha pesato sull’uscita del disco?
Ha pesato molto in termini di tempo e logistica. Ho rinunciato ad andare a Roma a registrare per via della pandemia, ma siccome tutti i concerti sono stati cancellati, mi sono dedicato alla composizione ed alla registrazione. Due anni fa ho anche avuto un incontro con la Rehegoo Music Group, l’etichetta newyorkese sostenuta da Quincy Jones, che mi sta dando ottime opportunità anche oltreoceano. Con loro ho in previsione due album per quest’anno (oltre ai quattro singoli già pubblicati), mentre con Musitalia ne ho altri tre oltre al quello appena uscito. Davvero, sto lavorando tantissimo seppur non dal vivo. E’ come se per me il 2020 fosse stato il medioevo che ha anticipato il rinascimento di quest’anno. Peraltro, ho fondato un gruppo nel 2016, i Moods, con cui mi tenevo in costante allenamento alla batteria (in cui ora suono la chitarra), che ha esordito in “Time Machine” con il brano “Roaming Station” e per il quale sto continuando a scrivere in previsione di un album dedicato.

Quali sono i riferimenti sul web per i nostri ascoltatori?
Mi trovate su Facebook alla pagina: “Lele Croce – Music Page”, costantemente aggiornata negli eventi e nella mia bio ed in Instagram come “Crocelele”.

Andiamo a concludere questa simpatica chiacchierata con il tuo nuovo singolo. Di cosa parla e cosa rappresenta per te?
Il nuovo singolo, come dicevamo si intitola “E’ Ancora Estate” ed è stata composta a luglio. E’ una canzone rock tendente al pop, che ha un testo piuttosto importante per me: parla della situazione che molti di noi viviamo qui, in occidente, nei paesi industrializzati di cui troppo spesso non ci si rende conto, e cioè del fatto che dopotutto siamo fortunati in questa parte del mondo, rispetto a molti altri. Anche qui c’è molta gente che non sa se riuscirà ad avere la cena assicurata ogni giorno, ad esempio… e noi che viviamo in una specie di “estate” della società abbiamo anche la responsabilità un po’ di questo. Invoco anche ad usare questa responsabilità per rispettare sia il nostro unico pianeta, che gli esseri umani meno fortunati che lo popolano. Nella nostra società dove la corsa al denaro ha creato ricchezza per pochi e povertà per molti, credo che la vera “estate” arrivi solamente quando ci sarà, se ci sarà, meno disparità a questo mondo: è un tema importante in una canzone positiva, nonostante l’attuale realtà. Il video è stato girato a Pompei non a caso, ma proprio in riferimento al fatto che dall’oggi al domani può cambiare tutto in poche ore, ed i valori materiali possono cadere e sbriciolarsi come sabbia… dovremmo lavorare di più sul migliorare la nostra società, rendendola più umana.

Grazie di essere stato con noi e a presto!
Grazie Mirella, è stato un vero piacere, a presto!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 8 marzo 2021:

Red Giant – The one

Ospiti di Mirella Catena ad Overthewall i torinesi Red Giant, autori del l’album “The One”.

The One” è l’album di debutto dei Red Giant, quattro musicisti torinesi noti nella sfera musicale underground già dagli anni ’80 . Con noi Marco Fano, fondatore, voce e chitarra della band e Mauri Borsatti, chitarra e cori. Benvenuti e grazie di essere qui con noi.
(Marco, Mauri) Ciao Mirella, grazie a te.

I Red Giant si formano nel 2019 da un’idea di Marco. Marco, avevi già in mente chi sarebbero stati i componenti della band o è avvenuto tutto in modo casuale?
(Marco) Effettivamente all’inizio è stato naturale parlare della band a Mauri, compagno di scorribande musicali da tanti anni, e poi a Mario (batteria) e Fabrizio (basso) seguendo istinto ed affinità personali e musicali già testate precedentemente. Praticamente eravamo già una band prima di cominciare. Non c’era un piano B, la band era quella!

Avete alle spalle una carriera musicale importante e avete militato in band affermate nella scena rock e metal. Ci parlate delle vostre esperienze antecedenti ai Red Giant?
(Marco) Beh diciamo che abbiamo avuto occasione di vivere anni in cui il rock era mainstream, da giovanissimo, fine 80-anni 90 con Cry Baby, con lavori interessanti, 45 giri, video che non erano proprio scontati all’epoca. Poi con i Dr. Livingston in veste un po’più soft (band che arriverà fino a Sanremo 1999) e poi tanti live elettrici ed acustici con band progressive e con Maurizio nei Taxandra, oltre a quattro album solisti. Diciamo che di chilometri ne abbiamo fatti un po’…
(Mauri) Nello stesso periodo degli anni 90 ho messo su un paio di band, di cui cito i Voodo Kiss, band hard rock. A questi è seguito un progetto mio chiamato MamaB (dal mio nome abbreviato), un trio un po’ più rock blues stile Hendrix con cui ho pubblicato un album che è andato abbastanza bene e che ci ha fatto partecipare ad alcuni festival e concorsi in giro per l’Italia. E poi ci siamo rincontrati con Marco ed abbiamo cominciato a fare diverse cose insieme … e da qui ai Red Giant il passo è stato breve.

Citiamo la line up completa della band?
(Mauri) Certo, cominciando da Mario “The Beat” Zita alla batteria. Anche lui ha avuto un’intensa attività live e collaborazioni non da poco: ha fatto parte della band di Samuel prima che diventassero i Subsonica e Fabrizio Dotti al basso che è il più giovane della band, impegnato in diversi progetti ed in studio (Arthur Miles, Levante)

“Quando le strade davanti a te svaniscono all’improvviso, non resta molto che abbia significato…” da qui parte tutta la storia dei Red Giant. Marco, ci parli di com’è nato questo brano?
(Marco) Eh, è nato come a volte accade da un brutto momento, da un incidente che in un attimo sembrava mi avesse rubato tutto ciò che potevo essere, e dalla seguente ribellione alla situazione che sembrava non potesse essere cambiata. “Free” racconta del senso di inadeguatezza che si prova in questi momenti e della potenza della canzone come viaggio intimo e liberatorio; della fragilità del nostro essere, e della potenza del rock che in fondo ci salva e ci rende liberi. E lottando per quello che tu sai di essere l’anima è di nuovo pronta per viaggiare lontano e libera. Questo per noi è “Free”. E da “Free”è nata la band.

The One è stato registrato in presa diretta, senza filtri e sovraincisioni per un risultato finale perfetto e senza sbavature. Ci parlate della realizzazione dell’album?
(Marco) L’album è stato un “pronti-via”, in quattro giorni la parte strumentale era completata, più qualche mezza giornata per le voci. Abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Alessandro Ciola degli studi Imagina Production (Torino) che è un mago della consolle e che ha fatto veramente un grandissimo lavoro. I brani sono fondamentalmente arrangiati e suonati come per un live: 4 siamo e 4 suoniamo!

Per dei rocker la dimensione ideale è il palco, com’è il vostro approccio col pubblico e come si svolge un vostro live?
(Mauri) Dopo tanti anni di live in tante situazioni diverse, mettersi in gioco per far arrivare la nostra musica è l’obiettivo primario. Cerchiamo di trasportare nei live il contenuto del CD curando i particolari, l’aspetto estetico, scenico e sonoro per uno spettacolo a tutto tondo.
(Marco) Innanzitutto, noi sul palco portiamo noi stessi e lo facciamo con tutta la sincerità possibile. Pur presentando inediti non ancora pubblicati o pubblicati da poco, la risposta del pubblico ai live di “The One” è stata fighissima – trasmettere e condividere qualcosa che arrivava è fantastico! Questi sono i live!

Le vostre radici musicali affondano negli anni d’oro del rock e del metal, gli anni 80 e 90, quanto è cambiata la scena musicale underground in questi ultimi anni con l’avvento di internet e quindi dei vari social network? Ritenete che ci sia una marcia in più rispetto al passato o si perso qualcosa?
(Marco) Direi che siamo nel bel mezzo di una rivoluzione epocale, forti e rapidi cambiamenti a tutti i livelli. Io per natura nei cambiamenti vedo sempre le opportunità. È innegabile però che lo spazio a disposizione del rock sia molto meno del passato. In più ora c’è molta, moltissima offerta, ed il mondo dell’intrattenimento è profondamente cambiato, ma francamente credo che ci sia sempre spazio per chi ha qualcosa da dire e per chi lo dice con il rock (ovviamente vorrei sottolineare a volume adeguato). Bisogna avere la testa dura e non mollare!
(Mauri) Dal mio punto di vista parte social è oramai fondamentale e dà una possibilità che nel passato non c’era. Questo però non sostituisce la vita live della band, i contatti umani, le esperienze vere. E vediamo che qualcuno fa già un po’ di confusione …

Dove i nostri ascoltatori possono seguirvi sul web e tenersi informati su eventuali esibizioni live?
(Marco) Facebook e Instagram per tutte le attività, concerti, nuovo materiale, idee, comunicazioni vari, etc. Canale Youtube per i video (mi raccomando Subscribe! Iscrivetevi al canale eh!). Potete trovare il video di “Bye Bye World”, il primo singolo uscito prima dell’album, ed il lyrics video di “Winter Flowers” appena uscito. Faremo molto presto delle riprese per un paio di video live ed a seguire un altro video ufficiale. Bandcamp per il CD ed il merchandise. A seguire nei prossimi mesi ci sarà anche un fighissimo vinile rosso… Tutte le principali piattaforme streaming per ascoltare il nostro album “The One” da subito. Ma direi, più importante, ci vediamo presto “somewhere on the road!”

Grazie di essere stati con noi. Vi lascio l’ultima parola.
(Marco, Mauri) Grazie Mirella, allora vi aspettiamo tutti ai prossimi concerti live, viva il rock ed ascoltate “The One”!

Ascolta qui l’audio completo dell’intervista andata in onda il giorno 08 febbraio 2021:

Unalei – La dea del mare calmo

Il progetto Unalei, espressione musicale di Karim Federico Sanna, dopo un paio di album – “A sua immagine” (autoproduzione, 2013) e “Taedium Vitae” (Club Inferno Ent./My Kingdom Music, 2016) – pare arrivato a un momento di svolta con il recente “Galatea” (Metaversus PR), un disco ricco di suggestioni folk.

Ciao Karim, da qualche mese è fuori il tuo terzo album “Galatea”, un disco che in qualche modo si differenzia dai tuoi lavori precedenti per un piglio maggiormente folk, a cosa è dovuta questa svolta?
A livello musicale, prima di appassionarmi a quello che mi avrebbe portato a sviluppare gli album più estremi, il mio orecchio era sollecitato da alcune cose in particolare. Ho cercato di far convergere queste più “antiche” passioni musicali in “Galatea” per quanto possibile, trattandosi di un album pop/rock: la musica popolare delle terre da cui provengo, il sound acustico naturale e genuino, la colonna sonora proveniente dagli anime, i videogiochi, la Disney.

L’amore per il folk è recente o ti accompagna da molto?
Diciamo una via di mezzo: non avevo riconosciuto in me questa predilezione per il folklore, si è concretizzata quando il destino mi diede la fortuna di trascorrere un anno in Spagna e di vivere alla flamenca. Andando indietro con la mente poi, ho sempre preferito le fiabe e leggende popolari ad altri tipi di racconti e sono un sostenitore della vita campestre con un uso quanto più moderato della tecnologia. Apprezzo la cucina locale, le minoranze linguistiche (in cui rientrano i dialetti).

Possiamo considerare “Galatea” il tuo disco più biografico?
Non ho mai pensato di scrivere un disco auto-biografico eppure sì, potremmo considerarlo come il più concentrato. In effetti, nei due LP precedenti le liriche procedevano per astrattismi, emozioni e impressioni puramente personali, a tratti poco empirici. Quasi una vergogna di scoprire le proprie carte mascherata da ermetismo. In “Galatea” non ci sono veli e peli sulla lingua, Karim parla di Federico e viceversa in un certo senso. Tutti i contenuti hanno un corrispettivo concreto.

Credi che i tuoi fan siano rimasti spiazzati da questo nuovo approccio?
Non saprei, probabilmente alcuni sì. Sono contento però di vedere un certo zoccolo duro immutato e probabilmente in espansione, perciò al momento forse è ancora presto per tirare le somme. Per me la musica è un mezzo, non il fine. Il mezzo per tramettere il messaggio in una cornice artistica, come la parola è l’espressione più a dimensione d’ uomo. In “Galatea” la musica è strettamente funzionale al messaggio e al contributo che vuole dare al mondo sia della musica ma principalmente all’umanità che avanza.

Cosa, invece, è rimasto immutato dal tuo esordio?
Il nome, che non è poco! Scherzo. Ottima domanda. Ci si concentra sempre su ciò che si cambia e si migliora ma su quello che rimane… Non saprei proprio cosa risponderti.

Altra costante, secondo me, è un approccio compositivo portato comunque alla forma di canzone, cosa che forse è più evidente oggi, ma ben presente anche in passato: sei d’accordo?
Estremamente evidente oggi, palese. Mi ci trovo molto bene, il pop è un’altra grande influenza, ho dovuto faticare parecchio per farla affiorare. Sul passato non sono molto d’accordo. Ci sono un paio di pezzi con i classici crescendo post-rock (“Della Carne”, “Senhal”), ma non c’è mai la stessa struttura. In passato volevo abbattere i canoni, le barriere della convenzione, colpire l’ascoltatore (concetto dello studium e del punctum) per attivare la sua attenzione in altre direzioni rispetto al consueto, per porlo faccia a faccia con l’Altro. Effettivamente, anche “Galatea” è più a misura d’uomo, con meno spocchia e la testa alzata a livello del prossimo.

Mi spieghi il significato del titolo “Galatea”?
Il significato primario viene dal mito di Galatea e Pigmalione, re di Cipro. Il re rifiutava qualsiasi donna terrena, nessuna era all’altezza del suo sentimento. Così per poter avere un s-oggetto pari al suo desiderio a cui rivolgere le sue lodi si fece costruire una statua della dea Afrodite, ossia dell’amore stesso. Dall’Olimpo, Afrodite vide e riconobbe la devozione di Pigmalione e decise di esaudire le sue preghiere dando vita alla statua. Essendo la donna nata dal marmo le venne dato il nome di Galatea, che stando al greco potremmo interpretare come “colei dalla pelle bianca come il latte”. Mentre secondo un’altra interpretazione il nome potrebbe indicare dunque “la dea del mare calmo”. Esteticamente rappresenta un’ideale umano raggiungibile solo attraverso l’intervento divino, concetto movente di questo progetto musicale fin dalla sua creazione. Non dimentichiamo l’altro mito di Aci e Galatea, in cui lei è una Nereide, ninfa del mare.. C’è un gruppo di comuni in provincia di Catania che si chiamano “Aci…”, perché quella zona è accreditata come teatro di questo mito. In Salento abbiamo due comuni nominalmente analoghi: Galatina e Galatone.

Credo che anche dal punto di vista lirico tu abbia voluto fare un passo avanti: come è cambiato il tuo processo di scrittura dei testi e come questo ha influito, se ha influito, sullo sviluppo della musica?
Avevo il bisogno di esprimermi a parole, il mezzo più diretto e comprensibile. Prima sono nati i testi e poi le relative canzoni. Anche qui mi sono rifatto a dei canoni, lasciando da parte l’approccio impressionistico e totalmente libero del passato che caratterizzava musica e parole. Semplicemente ho voluto scrivere delle poesie. Alcune potrebbero avere ragione d’essere autonoma come “Azalea”, “Anarada” o “The Little Matchgirl”, altre non le immagino autosufficienti al di fuori della canzone. Comunque sia, la letteratura mi influenza al pari della musica da sempre.

Credi che dal vivo vecchi e nuovi brani possano convivere insieme senza problemi o dovrai rivedere gli arrangiamenti delle tracce dei primi due dischi?
Sarà difficile ma dovranno per forza. Al momento la quantità di lavoro necessario mi spaventa e non voglio pensarci. Fortunatamente ci siamo organizzati con gli stem delle sequenze ed è già molto. Il cavillo è che “Galatea” è tutto suonato con un’accordatura standard, nei vecchi dischi ne troviamo invece altre, uguale: tre chitarre da portarsi dietro. Rivedrò di certo gli arrangiamenti dei brani vecchi ma per farli risultare più fedeli all’originale. Con i vari turnisti che abbiamo avuto alle chitarre, prime donne esigenti, mi son fatto trascinare e ho stravolto un po’ troppe cose, me ne rendo conto solo ora… motivo in più per occuparmi personalmente di lead e assoli in sede live quando posso.