Il Vile – Il mambo degli orsi

Altra chiacchierata in collaborazione con Metal Underground Music Machine, questa volta protagonista Il Vile, stoner band (di montagna) autrice dell’ottimo EP “Orso”.

Ciao ragazzi, cosa rappresenta l’orso nel vostro immaginifico?
L’orso è un animale che incute rispetto, che può diventare pericoloso ma che è capace di gesti di una dolcezza che difficilmente ci si aspetterebbe  da un essere così imponente. E’ anche la vittima di un sistema che troppo sfrutta e poco protegge rendendolo, suo malgrado, un ingenuo carnefice.

Alla luce di questa definizione, come si sposa il titolo “Orso”  con la musica contenuta nell’EP?
L’orso è il nostro sound, è il muro roccioso di suoni ed il verso potente che risuona tra le montagne spaventando ogni orecchio che lo ascolta, ma al contempo è un essere con i suoi fantasmi e le sue fragilità e grandi occhi dai quali traspaiono emozioni che arrivano da lontano. E’ il legame tra un genere musicale e i luoghi delle nostre origini. Ovviamente non siamo cresciuti tra gli orsi,  ma abbiamo un forte legame con le montagne. E quale animale può dare l’idea di essere una montagna più di un orso adulto?

Definireste, dopo una quindicina d’anni di attività, e in virtù dei brani più recenti, il vostro sound stoner?
Credo si possa affermare che il nostro sia uno stoner di montagna, una sorta di vestito sonoro cucito su misura sulla pelle della band utilizzando quello che i luoghi da cui proveniamo ci hanno offerto e sfruttando al massimo le contaminazioni frutto della crescita personale di ogni componente. Il sound ha senz’altro dei rimandi al genere, ma l’italiano dei testi ed il nostro background musicale figlio degli anni 90 italiani non lo rende molto affine agli stereotipi ed alla parte integralista di questo filone musicale. E’ per noi motivo di vanto esserci ispirati ad una “categoria musicale” ma non essere mai troppo simili ai suoi esponenti di spicco. Inoltre, troviamo più gratificante fare musica mischiando tutto quello che troviamo all’interno del nostro bagaglio culturale senza dover troppo sottometterci a regole strette ed imposizioni.

Avete mai messo in dubbio la scelta di cantare in italiano per passare in modo definitivo all’inglese?
Assolutamente no. Siamo convinti che per scrivere canzoni in una lingua straniera occorre una profondissima conoscenza della stessa onde evitare di produrre dei testi in modo troppo basico o ancor peggio, troppo banale. A prescindere da questo, la maggior parte dei nostri testi, pur essendo per un pubblico italiano, non sono diretti e troppo descrittivi. Non per essere di difficile comprensione, ma per essere di pronta interpretazione. Questa cosa crediamo costruisca una sorta di ponte tra chi scrive e chi ascolta, una condizione vitale ed imprescindibile per la sopravvivenza della musica originale. Il messaggio c’è ma non è imposto. Se una persona legge in un testo una storia che non è quella che era appollaiata nella nostra testa al momento della stesura, meglio… Abbiamo una canzone che non è più solo di chi la propone ma anche di chi la ascolta e può ridarne indietro una sua versione che non può che fare crescere il nostro modo di scrivere.

Avete registrato “Orso” al termine del lockdown, i brani erano già pronti prima del blocco o avete sfruttato il periodo di “clausura” per scriverli?
In realtà, lo abbiamo registrato a cavallo del primo lockdown in quanto le batterie ed il basso sono state fatte appena prima della chiusura ed il resto dopo. I brani erano comunque finiti da un pezzo ed erano mesi che lavoravamo agli arrangiamenti con il nostro produttore Marco Kiri Chierichetti (ex bassista della band).

L’orso non è l’unico animale che troviamo nella tracklist, il disco contiene anche “Avvoltoio”. Cosa vi affascina del mondo animale così tanto da sfruttarlo come metafora per esprimere dei concetti nei vostri testi?
I nostri testi sono “intimisti”, esprimono sensazioni più che concetti. A volte servono delle metafore per cercare di spiegare una sensazione senza sminuirla o renderla stereotipata. Altre volte serve dare un corpo ed una forma ad un’emozione. Il mondo animale è un fantastico calderone di entità che sono perfette a questo scopo. Il nome dell’animale è il titolo ed allo stesso tempo l’essenza di quello che la canzone è. Così facendo si riesce a dare un senso non solo alle parole ma anche alle atmosfere che le musiche dovrebbero suscitare: gli animali sono da sempre utilizzati come figure mistiche proprio per la consapevolezza che l’uomo ha di loro e delle loro figure.

Curioso il titolo “La Foresta degli Illucidi”, di che parla la canzone?
La foresta degli illucidi è un viaggio in acido che ti porta a vivere in una realtà parallela dove i carri armati sono rosa e volano nel cielo ed i colori sono vividi, quasi fluorescenti. E’ la scia arcobaleno lasciata dalla fuga dal proprio malessere. Si tratta dell’illucida idea di poter risorgere a nuova vita tramite l’utilizzo di sostanze e della stupida convinzione che questo nuovo inizio non si porti con se il dolore che abbiamo appiccicato dentro.

Siete riusciti a proporre dal vivo i nuovi brani?
Sì, alcuni, essendo già pronti, li abbiamo suonati live prima del grande blocco. Comunque abbiamo ripreso da poco le attività live e tutti i brani di “Orso” sono in scaletta.

In chiusura, mi vorrei togliere una curiosità: il vostro nome, dato l’amore per il rock anni 90 che provate, prende ispirazione dall’album dei Marlene Kuntz?
Innegabile l’amore per il periodo storico e per la produzione artistica di questa band che era tanto italiana ma talmente distante dalla musica italiana che passavano le radio da metterti in confusione. Comunque, stavamo cercando un nome per il gruppo che fosse singolare e desse l’idea di un’entità unica e non un insieme di persone distinte. Ed ecco che viene in nostro aiuto la canzone dei Marlene e più precisamente un pezzo di un loro brano. Perché la frase “Onorate il vile!” dava questa sensazione così strana, così carica di fascino e di oscuro benessere? Il perché resta tuttora sconosciuto, ma nel nostro immaginario Il Vile è diventato colui che ha il coraggio di avere paura, colui che convive con i suoi mostri più terrificanti e con tutte le ombre, anche le più oscure e terribili. Adesso sì, che l’onore nei confronti del vile aveva un senso ed un senso così chiaro e spietato da dare il nome alla band.

Nexus Opera – La Grande Guerra

Questa volta la collaborazione con Metal Underground Music Machine mi ha permesso di conoscere i Nexus Opera, ragazzi che hanno saputo sposare la propria passione per la musica con quella per la storia. Dopo una panoramica, ci siamo soffermati con il chitarrista Marco Giordanella sull’ultimo album del suo gruppo, La Guera Granda (The Great Call To Arms)” (Revalve Records), ritrovandoci così in una trincea della nefasta Grande Guerra.

Benvenuti ragazzi, prima di passare alla disamina del vostro recente album, “La Guera Granda (The Great Call To Arms)”, mi soffermerei sul vostro amore per la storia, come è nato? E perché soprattutto per le due guerre mondiali?
La risposta è facile. E’ il nostro cantante Davide ad essere un super appassionato. Quando entrò nel gruppo, poco dopo la formazione, prese ispirazione dalle poche musiche composte elaborando i testi ed inserendo le sue storie preferite. Poi pian piano completammo il nostro primo lavoro con nove storie tratte dagli eventi della Seconda Guerra. Invece, quando iniziammo a scrivere il nostro secondo album eravamo proprio nel Centenario degli eventi inerenti l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra ed è stato facile, conseguentemente, trovare ispirazione. Nasce così “La Guera Granda” dove raccontiamo episodi del primo conflitto tutti incentrati, però, sullo scontro italo-austriaco.

Motorhead, Sabaton, Marduk, giusto per citare alcune band che hanno subito la vostra stessa fascinazione per la guerra. Generi diversi, ma evidentemente non c’è una formula fissa per parlare di certi argomenti: voi perché avere scelto proprio il power?
Sicuramente siamo influenzati dagli anni 90, anche se poi ascoltiamo di tutto infatti la nostra musica non è completamente in linea con il power. Abbiamo spesso aggiunto stili diversi alle nostre track includendo, anche, qualche contaminazione che noi riteniamo a volte folk o tradizional-popolare. D’altra parte è anche vero che questo power è il genere che ci viene più spontaneo suonare vuoi anche per la presenza della tastiera.

Passiamo invece alla vostra di storia, l’esordio, “Tales from WWII”, ve lo siete autoprodotti, che mi dite di quel disco? Siete ancora soddisfatti?
Non si è mai soddisfatti. Ed è sempre uno stimolo per migliorarsi ma è pur sempre il nostro primo disco. Ne siamo fieri. Avevamo ( ed abbiamo) fondi limitati e abbiamo dato il nostro massimo per rendere il lavoro interessante. Ringraziamo ancora chi ci ha aiutato nella registrazione e mastering del prodotto. Così come un saluto e un grazie a chi, a suo tempo, ne ha tessuto lodi e/o critiche. Ci sono canzoni di quel disco che sono divenuti i nostri cavalli di battaglia e che riproporremo live quando sarà possibile, come “Laconia”, “Katyn” ed “End of War”.

E’ arrivato il momento di parlare de “La Guera Granda”, quando avete iniziato a scriverne i brani?
Come detto, è avvenuto quasi subito dopo l’uscita di “Tales From WWII”, visto che ci trovavamo nel 2015, a 100 anni dall’ingresso in guerra dell’allora Regno d’Italia. Purtroppo la fase di scrittura ci ha preso molto tempo sia per la nostra proverbiale lentezza ma anche a causa di un doppio cambio di lineup al basso. Il completamento dei pezzi è arrivato nel 2018 e a metà del 2019 eravamo in sala di registrazione, il disco poteva essere pronto per i primi del 2020 ma poi è successo quello che sappiamo tutti.

Avevate ben chiaro il concept del disco prima di buttar giù i primi riff?
Per il secondo album decisamente sì. Sapevamo dove saremmo atterrati. E questo anche se di solito nascono prima le melodie dei testi. Ma il desiderio era proprio quello di dedicare l’intero album a storie e protagonisti italiani del primo conflitto mondiale. 

Vi siete avvalsi della consulenza storica di qualcuno al di fuori della band?
Non in particolare. O se per consulenza si vuole intendere letture di libri, articoli, o quant’altro allora sì. Davide è sempre alla ricerca di cose del genere su tutte le  pubblicazioni che siano libri o anche fumetti a volte. Infatti, rivelazione, il titolo dell’album deriva proprio da una pubblicazione a fumetti di una storia inventata ma plausibile di soldati italiani durante gli ultimi giorni della Strafexpedition. 

Raccontate un pezzo della nostra storia patria, avete optato per un titolo in “italiano”, però alla fine avete preferito per i testi l’inglese alla vostra lingua natale, come mai?
Il titolo è espresso più in forma dialettale, diciamo. Comunque, l’italiano e una bella lingua ma l’inglese riesce ad espandere la musica in maniera globale. Inoltre non è semplice adattare l’italiano a questo tipo di musica.  È vero, c’è qualche esempio ma si è trattato per lo più di canzoni isolate come fu per la ballad dei Rhapsody. Rimaniamo convinti che la lingua giusta per questo genere sia l’inglese e questo senza nulla togliere alla nostra lingua madre.

Ho visto il video tratto dal brano “The Mine”, vi faccio i complimenti perché curato nei minimi particolari. Chi se ne è occupato?
Abbiamo passato settimane se non mesi a trovare idee per il video. E non ci siamo riusciti. Il merito va tutto a i ragazzi di Kinorama che, una volta ascoltato il pezzo, letto il testo e la nostra bozza hanno approfondito l’evento narrato e hanno avuto la loro idea e la loro interpretazione della storia. Il tutto ci ha letteralmente stregato e credo che scelta migliore non potevano fare perché hanno realizzato uno dei nostri sogni e ancora oggi, quando vediamo il video, orgoglio e brividi prendono il sopravvento. Ancora un grazie a loro. Li consigliamo a tutti!

In questi giorni pare che qualcosa si stia muovendo per la musica dal vivo, voi avete già dei programmi o è ancora troppo presto per poter parlare di un ritorno alla piena attività concertistica?
Non vediamo l’ora di tornare a suonare. Ormai tra l’impegno per la registrazione e il blocco causato dalla pandemia sono passati due anni. Abbiamo sicuramente in progetto un release party per promuovere il disco e stiamo vagliando alcune proposte per live estivi . Troverete tutto sulle nostre pagine social. Non appena avremo news sarete subito informati!

Crash Burn Inferno – Hell is on fire

Ancora un’intervista in collaborazione con Metal Underground Music Machine, questa volta dai suoni rocciosi e frastornanti. I Crash Burn Inferno nascono per volontà di Ade, e si stabilizzano in una formazione a tre con l’ingresso di Mason Rotterkatz e Bedolf. Le sonorità proposte nei due EP sinora pubblicati si rifanno apertamente ai Motorhead e all’hard rock\proto-metal di fine anni 70 primi anni 80.

Ciao Ade, inizierei raccontando come è nato il terzetto base dei Crash Burn Inferno…
Ciao. Allora, la band è nata con un bell’annuncio in cui cercavo un batterista. E successivamente da uno in cui il batterista cercava un bassista. Ci siamo conosciuti così.

Mi sembra chiaro che tra le vostre fonti di ispirazione ci siano i Motorhead, come è nato l’amore per la band di Lemmy e come mai avete deciso di seguirne le orme?
Beh, ho conosciuto i Motorhead quando ero un giovane ingenuo, e la grinta e il suono, perennemente in bilico tra metal e rock mi ha colpito tantissimo. Crescendo, mentre altre band mi piacevano per un periodo e poi magari un po’ meno, i Motorhead sono sempre stati un punto fermo. Non è che ho deciso poi di suonare così a tavolino, è che quando cresci in una maniera poi diventi in una maniera.

Gran parte della carriera degli inglesi è trascorsa con una formazione a tre, anche voi avete adottato questo tipo di line up: quali sono i vantaggi e i limiti di un trio?
I vantaggi sono che c’è poca gente coinvolta ed è più facile gestire una band. I limiti sono che la chitarra è una, e non si può andare oltre quella, quindi in fase di scrittura bisogna sempre tenerlo presente.

Al di là dei Motorhead, sicuramente il vostro sound trasuda di amore per il rock and roll: cosa significa essere un rocker oggi?
E’ una bella domanda alla quale non esiste risposta. Come la definizione di rock è fluida, ancora di più lo è quella di rocker. Potremmo dire che essere rocker significa amare il rock, ma vuol dire tutto e niente. Probabilmente fregarsene di aspettative e giudizi, alzare il volume e il dito medio.

Nel 2019 avete registrato presso gli Animalhouse Studio di Federico Viola, a Ferrara, tutte le canzoni che poi andarono a formare i due E.P. usciti per la Wanikya Record? Come mai avete optato per due EP e non per un album intero contenente tutto il materiale?
Perché eravamo agli esordi, e dei signori nessuno. Decisi di tentare così, per non bruciare tutto il materiale nel caso non venisse filato da nessuno. Poi MrJack mi ha contattato, e lì qualcosa si è mosso, e il nome della band ha iniziato a girare.

Dalla vostra pagina Bandcamp è possibile scaricare gratuitamente “Crash Burn Inferno”. Da cosa nasce la volontà di rendere completamente gratuito la vostra opera?
Nasce dal fatto che non ce ne frega nulla. Se volessimo fare i soldi, anche pochi, faremmo qualcos’altro musicalmente.

Dal singolo “Too Busy For Bullshit” avete anche tratto anche un video, qual è il vostro rapporto con questo tipo di prodotto? Lo ritenete un arricchimento della proposta musicale o un male necessario?
Personalmente amo la parte video/cinematografica quasi quanto la parte musicale. Ne sono sempre stato attratto, fin da molto giovane, fino a realizzare un primo cortometraggio nel 2019, pensando poi di farne altri appena sarà possibile.

Alle luce di quanto ascoltato, mi sembra di dire che il vostro habitat naturale è il palcoscenico. Visto che ancora per un po’ probabilmente non ci si potrà esibire, mi descrivete una vostra performance live?
Poche chiacchere, perché il pubblico non viene per sentire parlare, 1-2-3-4 e via. Niente effetti, basi, niente robe sovraincise. Tutto a volume alto.

In conclusione, cosa riserva per voi il futuro?
L’uscita del prossimo EP, sul quale abbiamo lavorato ognuno a casa propria durante  il lockdown, e che registreremo appenaci sarà possibile.

Gigantomachia – La furia dei giganti

Per l’intervista di oggi, in collaborazione tra Il Raglio Del Mulo e Metal Underground Music Machine, proviamo a tastare il polso ai laziali Gigantomachia, band giovane ma molto promettente, a tre anni di distanza dal loro esordio “Atlas” uscito per la label nostrana Agoge Records. Ne parliamo con il bassista Lorenzo Barabba Suminier!

Ciao Lorenzo, ti ringrazio per la tua disponibilità e ti do il benvenuto al Raglio Del Mulo, che ne diresti di iniziare questa chiacchierata parlandoci delle circostanze in cui nacque la band?
Ciao a tutti, e grazie per averci donato dello spazio! Allora, la band nacque da una mia idea nel non tanto lontano 2015. Il mio sogno era quello di trascrivere in chiave epica (ma comunque pesante) le antiche leggende dei nostri avi. Diciamo che è una pratica molto utilizzata nel folk, quindi per dare un tocco d’originalità abbiamo voluto dare uno slancio più death, sia nelle sonorità che nei testi, e in tutto ciò che ne sussegue.

Da cosa nacque l’idea che vi portò a scegliere per la band il nome Gigantomachia?
Gigantomachia devira dal Greco “γιγας gigante e μαχη battaglia” ed è la lotta che i Giganti ingaggiarono contro gli Dei dell’Olimpo, aizzati dalla loro madre Gea e dai Titani. Gli dei, per proteggersi da questi ultimi, chiesero aiuto ai Ciclopi, figli di Poseidone, i quali furono fondatori e costruttori della nostra citta natale, Alatri, detta appunto “Città dei Ciclopi”.

La band è senza dubbio di giovane formazione, ragion per cui ti chiedo se prima dei Gigantomachia avete avuto dei “trascorsi” in termini musicali con altre realtà.
Bene o male proveniamo tutti da vecchi progetti. La cosa interessante è che la band ha avuto diversi cambi di formazione, dove ogni musicista veniva da un ambito diverso, aspetto che ha influito in ogni composizione e arrangiamento, donando ai brani un sound sempre differente.

Una delle cose che colpisce ascoltando l’album è la produzione, davvero molto pulita ma anche potente. A chi vi siete affidati per la buona riuscita della stessa?
E’ stata affidata al nostro produttore discografico, Gianmarco Bellumori e al suo Wolf Recoding Studio. E’ un gran professionista e sa cosa vogliono le band, ne approfitto per ringraziarlo e salutarlo!

Quali sono le band dalle quali traete ispirazione per le vostre composizioni?
Principalmente mischiamo ciò che adoriamo, di base diciamo che c’e’ una buona dose di Ex Deo e Septicflesh.

A proposito di composizioni, chi e in che misura è l’artefice delle stesse?
Per la composizione principale se ne occupa Alessandro, il chitarrista, dopodiché vediamo con Davide (il cantante) cosa può uscire e di lì, via discorrendo, ognuno mette il suo. Lavoriamo principalmente in saletta ma spesso e volentieri anche da casa. Per fortuna viviamo in un’epoca dove la tecnologia aiuta molto.

A proposito della vostra passione per la mitologia greca ed in particolare per la leggendaria Alatri, vorrei chiederti se le lyric dei brani che compongono “Atlas” formano un concept oppure, da questo punto di vista, sono a se stanti.
Non è un concept album con un nesso continuo. Certo, ogni brano si riferisce metaforicamente alle leggende e alla città, ma non sono connessi da un filo condutture, come il susseguirsi di una storia. “Aldebaran”, ad esempio, si riferisce alla “testa di toro”, la stella padrona della costellazione Sotot, sotto la quale è stata costruita Alatri. “Leviathan” invece si riferisce ai cunicoli sotto la città, detti l’altro “del Leviatano”, che serviva per spostarsi sotterraneamente da un paese all’altro mentre la città era sotto assedio. “Immortal” parla di un guerriero che si oppose alle armate romane e permise al suo popolo di fuggire mentre da solo, teneva testa a una legione. Ogni brano di fatto racchiude un pezzo di storia (o leggenda) di quello che è il nostro passato storico.

Il vostro esordio è targato 2018, ragion per cui vorrei chiederti se state lavorando a delle nuove composizioni per un EP o magari anche un full.
I continui cambi di formazione ci hanno rallentato un po’, per cui abbiamo deciso per ora di lavorare continuamente su pezzi nuovi ma che faremo uscire come singoli. Per un album nuovo abbiamo moltissime idee in cantiere, ma solo il tempo ci saprà dire cosa ne verrà fuori.

Ok, Lorenzo, l’intervista è giunta al capolinea, ti ringrazio molto per la piacevole chiacchierata! Non mi resta che augurare a te e alla band un grosso in bocca al lupo per il futuro, concludi l’intervista come preferisci!
Voglio ringraziare in primis te, Luca, per il tempo e lo spazio donato. Poi la mitica Tiziana e tutto lo staff di MUMM, il quale si occupa di dare man forte e valorizzare tutto l’underground italiano! Un saluto titanico va a tutti i nostri sostenitori, senza i quali non saremmo qua, grazie a tutti! Speriamo di vederci presto sopra ma soprattutto sotto un palco!

Airborn – I segreti della lucertola

Gli Airborn finalmente hanno dato alle stampe la seconda parte del loro ambizioso concept su più album,”Lizard Secrets”. Il nuovo capitolo della saga si intitola “Lizard Secrets – Part Two – Age of Wonder” ed è stato pubblicato dalla Fighter Records il 10 dicembre 2020, in collaborazione Metal Underground Music Machine (#MUMMunderground) abbiamo contattato il cantante-chitarrista-tastierista della band Alessio Perardi.

Benvenuto Alessio, finalmente la seconda parte di “Lizard Secrets” è qui! Immagino che sviscerare un concept su due album sia stata una faticaccia, ma ora che anche “Age of Wonder” è stato pubblicato, ne è valsa la pena?
Innanzitutto, grazie a voi per questo spazio! Ne è valsa sicuramente la pena… “Lizard Secrets Part Two” è uscito da poco, ma sta già facendo breccia nel cuore dei fan e ha scatenato ottime reazioni. Il lavoro è stato lungo e chiaramente la pandemia e le restrizioni hanno complicato le cose. Fortunatamente però siamo riusciti a gestire la produzione in modo da far passare solo due anni fra la prima e la seconda parte. Avevamo molta fiducia in questo nuovo album e sta venendo ripagata con gli interessi!

Direi di iniziare, come nelle serie, con il riassunto delle puntate precedenti: ti va di fare un recap della prima parte dell’opera?
Il primo capitolo di “Lizard Secrets” è uscito nel 2018 e conteneva parecchi brani che sono già dei capisaldi della nostra scaletta live, come “Who We Are”, “Lizard Secrets”, “Wolf Child” e “Metal Haters.” Per molti versi questo nuovo progetto ci ha anche fatto conoscere a persone non ci avevano mai ascoltati prima.

Come si sviluppa, invece, la trama in questo secondo capitolo?
Il trucco di base nella serie Lizard è che si tratta di una trilogia di concept album, ma non strutturati come una rock opera in cui, da autore, sei costretto a seguire una trama. I brani sono legati più dalle tematiche e dallo stile che non da una storia, anche se piano piano si sta facendo spazio un filo conduttore dato dalla figura del Soultraveller che compare nella prima canzone di “Lizard 2”. Solo alla fine del terzo capitolo, si vedrà il quadro completo, ma niente spoiler per ora!

Quando avete iniziato a scrivere il concept, avevate già chiaro che il disco sarebbe uscito in più parti o solo lavorandoci su avete avvertito questa esigenza?
In principio il progetto era nato come un doppio CD da pubblicare tutto insieme, ma lavorandoci abbiamo riflettuto sul fatto che, dal punto di vista discografico e del lavoro, non era la scelta più azzeccata. Quando le canzoni imbastite hanno cominciato a diventare troppe abbiamo capito che la trilogia era la strada giusta e le nostre etichette hanno concordato in modo molto convinto e hanno caldamente supportato l’idea.

Come si fa a non perdere il filo quando si lavora in un arco temporale così ampio come è capitato a voi per “Lizard Secrets”?
Il piano generale era abbastanza ben definito all’inizio e molte canzoni già imbastite, quindi usando questo nocciolo duro è relativamente semplice mantenere la rotta. Il problema più grosso è sull’aspetto tecnico della produzione: inevitabilmente salta sempre fuori qualche nuova tecnica da sperimentare, qualche nuova strumentazione o software nel mio arsenale che possono migliorare il prodotto finale, perciò bisogna fare un bilanciamento fra l’innovazione e il non stravolgere la continuità di sound con il capitolo precedente. Credo che siamo riusciti nell’intento.

Sinora, ci siamo concentrati sulla parte concettuale, ma dal punto di vista musicale ci sono differenze tra i due capitoli, magari non avvertibili al primo ascolto?
Ritengo che “Age Of Wonder” sia un disco più ricco e vario rispetto alla parte uno. In verità credo sia il nostro disco più vario in assoluto. Ci sono i classici pezzi veloci e power come “Speed of Life”, “Edge of Disaster” e “Troubles”, ma anche deviazioni più melodiche come “Golden Rules” e “Age Of Wonder” o di heavy spinto come “Follow The Leader”. Ci sono anche una ballad, cosa che non facevamo più da tempo, “Condemned To Believe” e il pezzo più lungo e complesso della storia degli “Airborn: Star A Star”.

In considerazione del fatto che non avevate una vera e propria trama, i singoli pezzi sono stati concepiti individualmente e poi adeguati al canovaccio generale?
Come dicevo prima, il fatto di non avere una trama in senso stretto ci ha aiutato, tuttavia posso gettare la maschera e rivelare che alcuni pezzi sono stati scritti molti anni prima che la trilogia fosse concepita e inseriti in corso d’opera, principalmente perché calzavano a pennello. A volte scrivi canzoni che reputi di valore, ma che finiscono in secondo piano perché gli album hanno un limite di spazio e qualcosa devi sacrificare. Ho un archivio con molti brani incompiuti e lo rivisito volentieri, perché a volte aspettano solo il loro momento per brillare.

Vi è capitato di scrivere un pezzo molto valido, però fuori contesto, ma nonostante tutto l’avete inserito, magari variando un po’ la trama?
Beh, un caso evidente è “Troubles” che parla di fuorilegge nel 1700 in Inghilterra. Ovviamente sembra fuori contesto in una trilogia molto improntata sulla fantascienza, ma quella canzone ci piaceva talmente che non abbiamo esitato un momento ad inserirla.

E’ previsto un box unico, magari in edizione limitata, contente tutti gli album?
Non ne abbiamo ancor parlato ufficialmente con le nostre etichette, ma credo che con l’uscita del terzo capitolo, almeno sul nostro shop, daremo la possibilità di avere anche un box per contenere i tre album con un artwork speciale del nostro fido artista Trevor Storey. L’idea mi piace tantissimo e ci sto lavorando.

Cosa ci puoi anticipare sul terzo capitolo?
Non voglio sbilanciarmi troppo sulle date di uscita del terzo capitolo, perché di questi tempi tutto è incerto, però la produzione è già avviata e la maggior parte dei pezzi imbastita. Speriamo entro uno o due anni di poter concludere questo progetto.

Desecrate – Tempi oscuri

I Desecrate hanno fatto una scelta bene precisa, quella di non pubblicare per il momento nessun album e dedicarsi al rilascio di singoli brani. L’ultimo di questi è stato “Obscure Times”, diffuso lo scorso maggio. In collaborazione con Metal Underground Music Machine (#MUMMunderground) abbiamo quindi deciso di approfittare della disponibilità del batterista Paolo Serboli per ripercorre tutte le tappe della lunga storia della band ligure, dai primi passi sino ad “Obscure Times”.

Ciao Paolo, nel 2020 i Desecrate hanno tagliato il traguardo dei 25 anni di vita, direi di ripercorrere insieme tutto il percorso. Come e quando nascono i Desecrate?
Ciao Giuseppe, grazie per lo spazio che ci concedi. Nell’ottobre del 1995 lessi su un giornale di annunci che una band thrash metal formatasi da tre o quattro mesi era alla ricerca di un batterista. Attirato dall’idea di cimentarmi in un genere che desideravo fare da tempo decisi di candidarmi. Il giorno del “provino” conobbi i membri fondatori che già allora portava il nome di Desecrate, Alessandro Paolini (basso) e Gabriele Giorgi (voce e chitarra). All’epoca i Desecrate erano una cover band, ma non era quella la strada che volevo e parlai ai ragazzi dell’idea di fare pezzi originali. Dopo sei mesi entrammo in studio per registrare il nostro primo demo tape “Tranquillity”, cinque pezzi di thrash death melodico che irruppero immediatamente sulla scena Genovese e che ci permisero di cominciare a ritagliare il nostro spazio suonando ovunque ce ne fosse l’occasione in lungo e in largo per l’Italia

Venite da Genova, un posto che a metà dei 90 aveva una scena metal molto competitiva con Sadist, Antropofagus, Detestor, Malignance e tanti altri. Che aria si respirava in città e c’era tra di voi una collaborazione di qualche tipo o vi muovevate come entità a sé stanti?
Quelli furono anni d’oro, come hai detto la scena era pregna di validissime band. Si andava a vedere i concerti, le sale erano sempre piene e ci si aiutava tantissimo tra gruppi scambiandosi nomi di locali e organizzando date insieme. Era davvero un epoca dove non si perdeva l’occasione di supportare la scena in qualunque modo possibile. Certo, non era tutto rose e fiori ma, davvero, c’era posto per tutti e c’era proprio il piacere di suonare e di supportarsi l’uno con l’altro.

Tra il 1995 e il 1998 registrate due demo, che ricordi hai di quel periodo?
“Tranquillity” fu il primo demo e fu un’esperienza emozionante per tutti. All’epoca non era come adesso, registrare dei pezzi in studio era qualcosa di importante. Uscire con una produzione (anche solo un demo tape) voleva dire cominciare ad affacciarsi sulla scena nazionale con delle recensioni sulle riviste specializzate, significava inviare del materiale fatto bene ai locali fuori città per poter prendere delle date e soprattutto i fan potevano avere la tua musica da sentire sullo stereo o nel walkman. Dopo “Tranquillity” qualche piccola etichetta indipendente cominciò a chiederci di partecipare a delle compilation, da lì venne l’idea di registrare alcuni pezzi inediti da poter offrire come “esclusiva” per questi lavori. Nacque così “Promo ‘98”. Praticamente una sorta di uscita per i soli addetti ai lavori ma che poi, in qualche modo, finì sul mercato facendo si che divenne una vera e propria release.

Sempre nel 1998 arriva il primo vero contratto discografico con la Mephisto Records, per la quale nel 1999 esce il vostro esordio “Moonshiny Tales (The Torment And The Rapture)”. Mi parleresti di questo disco?
Con grande piacere. Le cose andavano bene, la strada era tracciata, idee e riff per la composizione di pezzi nuovi erano in piena attività e dopo aver cambiato diversi chitarristi, la formazione si stabilizzò con l’arrivo di Francesco Scavo. In quel periodo la scena internazionale era più prolifica che mai, eravamo nel pieno delle uscite discografiche che fecero la storia e noi non ne eravamo certo immuni. Le influenze furono tantissime, ma un genere in particolare aveva attirato particolarmente la nostra attenzione: il melodic death metal che arrivava dai paesi nordici. Dark Tranquillity e In Flames in modo particolare ci avevano letteralmente travolti. “Moonshiny Tales” nacque sotto queste influenze ma non solo. Ognuno di noi aveva i propri riferimenti, i propri gusti e in quell’album ci finirono tutti. L’idea di fare un album di esordio era la naturale evoluzione delle cose e a prescindere se sarebbe stato autoprodotto o no, la nostra idea era quella di mettere su disco i nostri pezzi. Fortunatamente in quel periodo la nostra sala prove era presso il Jam Studio di Genova, con i proprietari eravamo in ottimi rapporti e così ci proposero di occuparsi della produzione dell’album. Inutile negare che per noi fu una bellissima sorpresa e che accettammo immediatamente. A seguito di questa proposta, nacque anche l’idea del sottoscritto di fondare la Mephisto Recrods, un’etichetta indipendente che fece da supporto alla distribuzione non solo di “Moonshiny Tales”, ma anche delle produzioni future dei Jam Studio.

Nel 2001 però la band si scioglie, come mai?
La band stava procedendo come un rullo compressore per la promozione di “Moonshiny Tales” su tutti i fronti, sia live che riviste, recensioni, interviste ecc. Più si andava avanti e più aumentava la visibilità. Così cominciarono ad arrivare proposte ai singoli membri del gruppo da parte di altre band (qualcuna anche più conosciuta) di lasciare i Desecrate e entrare con loro. Senza entrare nei particolari, a qualcuno queste proposte piacquero e decise di andarsene, purtroppo non fu il solo. Deluso da tale decisione decisi di mettere fine al progetto proprio alla vigilia del nostro primo tour all’estero.

Ci vorrà un decennio per rivedere di nuovo attivi i Desecrate, cosa ti ha spinto a rimettere in piedi il progetto e com’era cambiata la scena musicale durante la vostra assenza?
Nel 2009, in maniera del tutto casuale incontrai Matteo Campora, tastierista e pianista appassionato di black metal. Mi propose di lavorare al suo progetto di fare del metal estremo caratterizzato, per quanto riguarda le tastiere, dal solo suono del pianoforte rendendolo protagonista al pari degli altri strumenti. L’idea mi piacque e ci mettemmo subito al lavoro. Del progetto fecero parte Alessio Reale alla chitarra e Dave Piredda al basso. Dopo qualche settimana di prove mi accorsi che i pezzi avevano qualcosa che poteva ricordare la strada lasciata ai tempi dei Desecrate, spinto dai ragazzi della band ricontattai Gabriele Giorgi e Francesco Scavo decidendo cosi di far rinascere la band. La scena musicale era cambiata parecchio, con l’avvento di internet è nata la possibilità di accedere in maniera più rapida e semplice a tutto. Pubblicare produzioni, recensioni, interviste, pagine web e social, contatti con i locali, tutto è stato molto più semplice e rapido. Indubbiamente un altro pianeta per chi, come noi, ne veniva dal decennio precedente. Tutto questo però ha un rovescio della medaglia. L’enorme calderone mondiale in cui si perdono decine di migliaia di band e artisti sparsi in tutto il mondo.

Il vostro secondo disco, “XIII, The Death” (Inverse Records), quali elementi conservava del vostro sound originario e quali invece sono state le novità stilistiche apportate?
“XIII, The Death” fu l’album che segnò il rientro dei Desecrate sulla scena in una nuova veste, formazione a sei elementi, brani che esplorano e si addentrano in più stili e la presenza importante del pianoforte. L’album è un concept ma ogni pezzo, stilisticamente parlando, è unico. Una laboratorio dove ci siamo lasciati andare senza porci limiti e dove la sperimentazione l’ha fatta da padrone.

L’attività finalmente riprende con una certa costanza, così dopo due anni, nel 2013, viene raggiunto l’accordo con la House of Ashes Prod. Questo connubio vi porta ad avere una buona attività live, ma ci vorranno altri due anni per vedere fuori il terzo disco, “Orpheus”, come mai?
Dopo la promozione di “XIII, The Death” ci mettemmo subito al lavoro su nuovi brani. Avevamo capito la direzione da prendere e, in maniera molto naturale, iniziammo il nuovo percorso senza però tralasciare mai l’attività live. La neonata House of Ashes si fece avanti e si mostrò molto interessata alla band tanto da proporci un contratto che difficilmente avremmo potuto rifiutare. Inoltre, la stessa HoA organizzò un minitour italiano con finale di supporto ai Dark Tranquillity nella loro data di Romagnano Sesia nel 2013. Dovevamo comunque scrivere i pezzi per il nuovo disco e vista la presenza di un etichetta che (per quel che ci riguarda) si dimostrava seria, ci impegnammo al massimo per comporre quanto di meglio potessimo fare. Dal momento che potevamo permetterci di utilizzare qualche ora in più in studio abbiamo cercato di sistemare anche i minimi particolari, per questo motivo e per questioni di marketing concordati con l’etichetta, l’album uscì nel Gennaio del 2015.

Inizia un periodo contraddistinto da clip, tour ma solo nell’aprile del 2019, con il video del singolo “In His Image” rilasciate materiale nuovo. Quel pezzo avrebbe dovuto fare da preambolo a un nuovo album oppure si trattava di un brano buono per rompere il silenzio intorno a voi?
Due anni dopo l’uscita di “Orpheus” e diverse date in giro per l’Europa, ci fu un vero e proprio terremoto all’interno della band. Dopo l’uscita nel 2015 del chitarrista Francesco Scavo (sostituito dal rientrante Alessio Reale) e la decisione di lasciare da parte di Dave Piredda (bassista e compositore) per dedicarsi alla famiglia e sostituito in pianta stabile da Oscar Morchio, anche lo storico cantante e fondatore Gabriele Giorgi, decide di lasciare il gruppo, in seguito a una serie di disaccordi e questa fu una mazzata colossale per il sottoscritto. Pensai anche di mettere la parola fine ai Desecrate ma, in quel momento, il resto della band si oppose convincendomi a proseguire. Intanto il tempo passava e anche Andrea Grillone (pianoforte) decide di lasciare il gruppo. Dopo qualche mese di ricerca finalmente entrano nei Desecrate Edoardo “Irmin” Iacono e Gabriele “Hide” Gilodi rispettivamente cantante e tastierista con i quali incidiamo immediatamente il singolo/video “In His Image”. Finalmente, dopo tanto tempo, potevamo dire di essere ritornati nuovamente sulla scena. La scelta di uscire con un solo singolo è dettata dalla decisione da parte di tutti noi, di non fare album. Motivo di tale decisione sta nel fatto che ci siamo resi conto che per avere una produzione che sia a livello delle uscite odierne si devono spendere davvero parecchi soldi i quali difficilmente rientrerebbero con la vendita. Abbiamo quindi deciso di concentrare le nostre risorse su singoli e video. Questo non significa che, se un domani torneranno ad esserci le possibilità, non usciremo più con un album ma solo che lo faremo quando ne varrà davvero la pena.

Arriviamo finalmente quasi ai giorni nostri, nel maggio del 2020 esce “Obscure Times”, il vostro nuovo singolo rilasciato nel pieno dell’emergenza Covid
“Obscure Times” segue la nostra linea di non fare album ma di uscire con un singolo alla volta. Eravamo in contatto con dei registi per la realizzazione del video ma, purtroppo, l’emergenza Covid ci ha dirottato verso un lyric per ovvi motivi.

I vostri piani per il 2021?
Abbiamo diversi brani fatti e finiti. Con il nuovo anno programmeremo l’entrata in studio e l’uscita del prossimo singolo in attesa che si possa uscire da questo incubo e ricominciare da dove avevamo interrotto.